L’uomo che inseguiva la sua ombra, di David Lagercrantz

Titolo italiano: L’uomo che inseguiva la sua ombra (Millennium 5)
Titolo originale: Mannen som sökte sin skugga
Autore: David Lagercrantz
Traduttore: Laura Cangemi, Katia De Marco
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 495
Genere: Thriller (?)
ISBN: 9788831727808

Trama: L’aver portato alla luce un intrigo criminale internazionale, mettendo in mano al giornalista investigativo più famoso di Svezia lo scoop del decennio, non è bastato a risparmiare a Lisbeth Salander una breve condanna da scontare in un carcere di massima sicurezza. E così, mentre a Mikael Blomkvist e a Millennium vanno onori e gloria, lei si ritrova a Flodberga insieme alle peggiori delinquenti del paese, anche se la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. È in grado di tener testa alle detenute più spietate – in particolare una certa Benito, che pare avere l’intero penitenziario ai suoi piedi, guardie comprese –, e ha altro a cui pensare. Ora che è venuta in possesso di informazioni che potrebbero aggiungere un fondamentale tassello al quadro della sua tortuosa infanzia, vuole vederci chiaro. Con l’aiuto di Mikael, la celebre hacker comincia a indagare su una serie di nominativi di un misterioso elenco che risveglia in lei velati ricordi. In particolare, quello di una donna con una voglia rosso fiammante sul collo. Nella sua inestinguibile sete di giustizia, Lisbeth rischia di riaccendere le forze oscure del suo passato che ora, in nome di un folle e illusorio bene più grande, quasi sembrano aver stretto un’alleanza per darle di nuovo la caccia. Come un drago, quello stesso drago che ha voluto tatuarsi sul corpo, per annientare i suoi avversari Lisbeth è pronta a sputare fiamme e a distruggere il male con il fuoco che brucia dentro tutti quelli che vengono calpestati.

Recensione:
Piccola, doverosa premessa: quando ho iniziato a leggere questo libro, il mio primo pensiero è stato che mi faceva talmente pena che non avrei speso neanche cinque secondi del mio tempo a scrivere una recensione in proposito, ma che come commento sarebbe bastato un laconico “È orribile”. Man mano che procedevo nella lettura, però, una rabbia crescente si è impadronita di me e ho deciso che, se stavo spendendo ore preziose a leggere un libro che si stava rivelando una boiata pazzesca, tanto valeva dedicare un’oretta a rendere partecipe della mia opinione chiunque avesse voglia di fermarsi a leggere. Del resto, io sono una fan dei Lisbeth Salander e come lei non sopporto le ingiustizie – soprattutto se perpetuate ai danni di autore che stimo moltissimo e di personaggi che ho amato alla follia.
Quindi sì, questa è una recensione MOLTO negativa e probabilmente sarà anche molto lunga, quindi, se non avete tempo/voglia di leggerla, penso che possiate fermarvi qui, tanto il succo di quello che scriverò mi pare sia abbastanza ovvio: questo libro mi ha fatto letteralmente schifo.

Ora, partiamo da un dato abbastanza oggettivo: questo libro – in quanto seguito della trilogia di Larsson – è considerato un poliziesco, un thriller, una storia che, in teoria, dovrebbe contenere quegli elementi tipici del genere: indagini – non importa se fatte da un poliziotto, un detective, un giornalista o un netturbino -, azione, inseguimenti, sparatorie, morti e, soprattutto colpi di scena. Ok, magari non ci sono proprio tutti, ma in buona sostanza almeno un paio di questi dovrebbero esserci. Del resto, anche vedendo un telegiornale veniamo a contatto con casi di omicidi, ma non per questo li chiamiamo thriller. Perché? Perché l’elemento fondamentale di questo genere sono i colpi di scena, l’adrenalina che scorre nelle vene dei personaggi e in noi, lettori, che restiamo incollati alla pagina, per seguire le rocambolesche avventure dei nostri personaggi preferiti, con il cuore in gola perché speriamo che non accada loro nulla di male.
E, mi spiace dirlo, ma qui non c’è niente di tutto questo: non c’è azione, (poche sono le scene in cui accade qualcosa, e si possono contare sulle dita di una mano monca), non c’è adrenalina, con una pessima gestione del cambio di scena che, invece di farci venir voglia di andare avanti nella lettura, fa salire solo il nervoso per quanto è veloce e spesso senza senso, e non ci sono colpi di scena. No, signori, non sto scherzando: in questo romanzo tutto è chiarissimo già a meno della metà della storia, quindi non procedi nella lettura perché vuoi sapere come va a finire, ma perché speri che ti dica qualcosa che non hai già capito e l’unico colpo di scena che trovi è che, alla fine, non c’è niente. Roba che se leggete un dizionario ne trovate di più.
E già questo, sarebbe bastato a farmi dare un voto negativo a questo libro. Ma purtroppo, i problemi di questo romanzo sono molti di più e riguardano proprio la sua struttura.

Parliamo, per esempio, dei dialoghi. Io sono una fan dei dialoghi, davvero. Non capisco come facciamo certi scrittori a non usarli per niente, perché, per me, sono fondamentali. Sono convinta che un buon dialogo possa raccontare molto più di una descrizione di dieci pagine, senza risultare noioso e pesante.
Per far questo, però, i dialoghi bisogna saperli scrivere. E, secondo me, quest’autore non ne è capace.
Se andiamo sulla Treccani, il primo significato di questo termine è “colloquio fra due o più persone”, cosa che, credo, sia ovvia. E invece no: in questo romanzo, più che a dialoghi, si assiste a qualcosa che è un mix tra un interrogatorio della polizia, un’intervista e un monologo. La struttura dei “dialoghi” che trovate in questo libro, infatti, è più o meno sempre questa:
A pone una domanda;
B non vuole rispondere e usa monosillabi;
A lo invoglia a parlare con un “Ti prego”, “È importante”, “Fa’ uno sforzo” et similia;
B inizia a parlare e, da essere reticente o non ricordare bene quello che è successo, inizia a monologare per pagine e pagine raccontando tutto quello che sa.
A ogni tanto lo interrompe con costatazioni tristissime (quelle che, per intenderci, si fanno quando ti trovi davanti una persona che parla e parla e tu vuoi solo andartene ma non puoi, e quindi ogni tanto dici una sciocchezza solo per dimostrargli che stai davvero ascoltando) o peggio, finendo la frase dell’altro, un espediente che neanche un dilettante alla sua prima storia usa più.
Questa potrebbe anche essere una tecnica interessante per raccontare le esperienze di un personaggio se non fosse che oltre 300 pagine di libro sono rese in questo modo.
E c’è di più: quando si scrivono i dialoghi, è buona norma, persino se si tratta di un dialogo a due, inserire qualche elemento che ci fa capire cosa sta provando in quel momento quel personaggio. Un:
«Ciao, come stai?» chiese A con allegria.
è ben diverso da
«Ciao, come stai?» domandò A con una vena di tristezza nella voce.
proprio perché ti permette di far capire il lettore in che stato d’animo è il personaggio.
In questo romanzo, simile accortezze non ci sono: per quanto mi riguarda, i personaggi potevano stare sproloquiando ridendo a crepapelle, piangendo tutte le loro lacrime o come degli automi, sarebbe stato lo stesso. E quando ci sono stati dei blandi tentativi di provarci, i risultati sono stati quasi comici. Come quando Mikael ha una reazione esagerata contro un personaggio che viene spiegata con il fatto che sia un brutto periodo per il giornale e per quello che è successo a Lisbeth. Passi il secondo (sul quale potremmo scrivere un trattato per altri motivi), ma… come prego? Il giornale sta andando a gonfie vele, lui è famosissimo, dove diavolo li vedi ‘sti problemi? Nei tuoi sogni?

Questo romanzo, quindi, è una fiera di monologhi (proprio come tutti i polizieschi che si rispettino, eh!) e quando i personaggi si degnano di agire, oltre che parlare, non è che le cose vadano meglio. L’unica cosa che sanno fare bene, infatti, a parte monologare, è pensare. La maggior parte delle scene, infatti, inizia con il personaggio che guarda fuori/passeggia/beve un caffè/va in bagno e… pensa. E quando pensa ripercorre tutta la sua vita e quella di altri cinque o sei personaggi per pagine e pagine. Il culmine viene raggiunto quando, in uno di queste luuuuuunghe descrizioni di quello che avviene nel passato, viene inserito non solo il punto di vista del personaggio principale della scena, ma anche degli altri, creando un calzone di pensieri che mi avrebbe fatto scoppiare a ridere, se l’avessi trovato da qualche altra parte.
E, ripeto, potrebbe essere una scelta stilistica interessante se non avessimo anche i famosi dialoghi/monologhi di cui sopra e, ricordiamocelo, ci troviamo in thriller, quindi, cavolo, non mi devi raccontare tu tutto, devo capirlo IO dalle indagini, dalle azioni, da quello che dovrebbe muovere un cavolo di poliziesco che si rispetti.
Le poche scene in cui – finalmente! – succede qualcosa sono, come avevo accennato su, una delusione completa: Lisbeth, la grande eroina di Larsson, quella che era stata capace di tatuare sul corpo di un uomo “Io sono uno stupratore”, che è riuscita a tener testa a suo padre, che l’ha quasi ammazzato in più di un’occasione, che è un esempio di forza, coraggio e intelligenza, viene catturata in un modo assolutamente stupido che non avrebbe fregato nemmeno me; per non parlare degli “errori” compiuto da un po’ tutti i personaggi: falsi, falsissimi, illogici. E mi sarebbe anche andato bene se ci fosse stato un minimo di pathos in tutto questo, ma non ho avuto neanche questa gioia: nemmeno gli articoli di giornali, che dovrebbero essere il più imparziali possibili, lasciano così indifferenti.
Indifferenza, ecco il sentimento che avrei provato per questo romanzo se fosse stato solo frutto della mente di Lagercrantz. I personaggi sono piatti, non brillano, non ti rimangono dentro, sembrano delle marionette che agiscono perché l’autore le muove, non per loro iniziativa. All’interno c’è stata anche la morte di un personaggio che abbiamo incontrato in tutti gli altri libri e neanche quel momento è riuscito a smuovermi; eppure, si tratta di un personaggio che ho amato molto.

Se tutto questo non dovesse bastare a spiegare perché questo libro mi ha fatto pena, passiamo a certe scelte talmente brutte da risultare comiche. Ora, io non so se sono frutto delle fatiche (?) dell’autore o di una traduzione sbagliata o di tutte e due le cose, ma ci sono passi in cui l’ordo verborum è completamente sbagliato e bisogna leggere la frase più di una volta per capire che diavolo vuol dire e altri dove i “dialoghi” e le scene non hanno senso. Come per esempio quando dice che:
“La donna andò in bagno e tornò con due bicchieri di vetro che posò accanto alle bottiglie.” [cit.]
Vi giuro ho iniziato a ridere come una pazza. I bicchieri li aveva in bagno? O, come è probabile, era andata prima in bagno e poi, tornando, era passata dalla cucina e aveva preso i bicchieri? Ma era proprio necessario scrivere una cosa del genere? Non poteva andare semplicemente in cucina?

Che orrore, sul serio. Sono rimasta veramente sorpresa nel vedere un peggioramento così repentino: Quello che non uccide, per me, non è stato certo un capolavoro, ma, come ho accennato nella recensione che ho lasciato al romanzo, ho voluto dare fiducia all’autore, perché, scrivendo fanfiction, so bene che non è facile muovere personaggi che non sono tuoi – Lisbeth in particolar modo – ma non avrei mai creduto di assistere a un simile scempio. L’unica risposta che riesco a darmi a un simile, drastico peggioramento è che l’autore, nello scorso romanzo, ha cercato di tenersi alla linea di Larsson e a come lui aveva tratteggiato i personaggi; in questo, invece, ormai sicuro di essere in grado di farcela da solo, ha abbandonato completamente le basi tracciate dal suo predecessore, per muoversi da solo. Con risultati penosi su tutta la linea.

Vi assicuro che sono stata anche parca di esempio, perché potrei continuare per molto ancora. Anzi, durante la stesura di questa recensione, sono dovuta tornare spesso indietro per modificare frasi nelle quali avevo inserito commenti tutt’altro che carini all’indirizzo di questo romanzo e del suo creatore.
Perché, sì, sono incazzata. E molto. Sono arrabbiata perché questo libro è orribile e se non avesse il nome di Larsson sopra, se non avesse preso i nomi – e solo quelli – dei suoi personaggi, sono più che sicura che nessuno si sarebbe sognato di leggerli o comunque non sarebbe così in alto nelle varie classifiche mondiali. Sono incavolata perché per specularci su hanno snaturato e distrutto personaggi splendidi: Lisbeth è la pallida ombra di se stessa, Mikael non è capace di capire neanche come si riscaldi l’acqua se non gli viene detto qualcosa e se fa una deduzione a noi non è dato sapere da dove gli è venuta fuori
Per quanto mi riguarda, non ho intenzione di spendere un secondo di più dietro a una simile schifezza, a meno che qualcuno non mi dimostri che ne vale davvero la pena. E spero che anche altre persone seguano il mio esempio.

Voto: 1/5 (anzi, 0/5 sarebbe più adatto…)

Inferno, di Dan Brown

Titolo italiano: Inferno
Titolo originale: Inferno
Autore: Dan Brown
Traduttore: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 522
Genere: Misero, Thriller
ISBN: 9788804631446

Trama: Nei suoi bestseller internazionali – Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto -, Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un’avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'”Inferno” di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.

Recensione: La tentazione di dare a questo romanzo 1 come voto è stata molta, ma alla fine sono stata buona e gli ho assegnate 2.
Perché, dai, almeno non mi ha fatto così schifo come Il simbolo perduto, con tutto che buoni motivi per “punire” Brown ne avrei parecchi.
Voglio dire, Dan caro, siamo al sesto romanzo. E, dopo cinque titoli, qualcosa avresti dovuto impararla.
Tanto per cominciare, a livello di mera forma: quando capirai, per esempio, che a noi, dei tuoi sermoni non frega niente? Non sto dicendo che non devi dare informazioni su Dante, sulla Divina Commedia, su Firenze, su Venezia o quel che è; dico solo che tu non sai assolutamente dare queste informazioni. E, soprattutto, ne dai troppe, spesso inutili – oddio, utili per la propria conoscenza personale, ma non ai fini della storia. Siamo in un romanzo, cavolo: tu non puoi metterti in cattedra e farmi la lezioncina. Per quello, esiste la scuola; tu sei uno scrittore, e come tale devi sapere come darmi le informazioni senza che, leggendoti, mi venga in mente la mia prof che spiega Dante o, peggio, provi lo strano istinto di lanciare il libro dalla finestra!
Per non parlare poi di quanto quest’uomo ami le ripetizioni («Anche tu», potrebbe dirmi qualcuno, dato che queste considerazioni le ho fatte anche per gli altri titoli. Ehi, perché uno scrittore può usarle e io, che scrivo gratis e per diletto mio e di chi vuole leggere, no? Un po’ di par condicio, grazie!). Perché, beh, il fatto che Robert soffra di claustrofobia e che abbia una memoria eidetica sviluppatissima sono dettagli che hanno rotto le scatole. D’accordo, potrebbe capitare il lettore che non ha mai filato gli altri tre romanzi (anche se non capisco perché calcolare proprio questo, ma va beh) e che, quindi, giustamente, non sa cosa abbia passato il piccolo-tenero-e-dolce Rob durante la sua tristissima infanzia; d’accordo, ci sono lettori che, a differenza del nostro protagonista, hanno una memoria corta e che hanno bisogno di sentirsi ricordare qualche particolare una volta in più. Ma qua, siamo davvero all’esasperazione: esiste capitolo – vorrei dire quasi pagina – in cui uno dei due dettagli non viene detto?
L’autore, però, pensa che siamo tutti un po’ cretini, perché ci tiene a ricordarci ogni due per tre anche tanti elementi che fregano ancora meno: Sienna è bellissima, talmente splendida che non c’è essere umano che non la guardi. E va beh, a Langdon – e a Brown, visto che non c’è mai stato un personaggio cesso nei suoi romanzi! – piacciono gli strafighi, lo abbiamo capito tutti. Perché, ricordiamolo, Robert è l’uomo dalla memoria eidetica strepitosa, l’uomo che tutto il mondo si farebbe, l’uomo che conosce tutte le lingue del mondo, a cui tutte le porte vengono aperte – porte inaccessibili, che nessuno ha mai varcato e che  lui ha attraversato in visite particolari e speciali che te lo fanno odiare perché tu non potrai mai andarci, neanche tra mille vite, e lui ci tiene a ricordartelo in ogni cosa che vede – l’uomo perfetto. Sento già qualcuno bisbigliare il nome di Christian Grey, “L’Uomo” per eccellenza: beh, credetemi, il riferimento a 50 sfumature c’è veramente nel romanzo, punto su cui ho lollato un sacco e che mi avrebbe fatto anche dare tre stelle… no, tranquilli, mi sono ripresa subito!
Insomma: qui siamo alla fiera dei personaggi strepitosi, intelligentissimi, bellissimi e qualsiasi cosa-issimi. Naturale, dirà qualcuno non è da tutti riuscire a salvare il mondo tutte ‘ste volte, se non sei un non plus ultra. Beh, Brown, scusa tanto se al mondo ci sono tanti cessi, idioti, normalissimi esseri umani come me a cui, proprio per questo motivo, non potrà mai capitare qualcosa di così avventuroso!
E che dire di quante marche famosissime e costosissime vengono nominate: ma cos’è, per ogni nome la casa editrice ha una percentuale? No, perché che a me che un tizio indossi Armani o una giacca comprata al mercatino dell’usato non frega niente. Ma, dimenticavo: qui abbiamo a che fare con Langdon, l’-issimo, colui che si fa cucire le proprie iniziali sulla giacca costosissima, perché sia mai venga confusa con quella di un misero studente! Proprio un chiaro esempio della tanto decantata umiltà del professore. Può lui, quindi, non riconoscere un Armani o un Trussardi alla prima occhiata e non comprendere, da questa, quanto questa persona possa essere in vista, intelligente e splendida, alla faccia del famoso detto che “l’abito non fa il monaco”? Anche le vendite non fanno uno scrittore, ricordiamocelo.
Possibile, caro Dan, che tu, dopo sei romanzi, non abbia imparato che queste cose non si fanno? Di solito, sono le prime critiche che gli editor fanno agli esordienti e io non posso tollerarle nel SESTO libro di un tizio che vende milioni di copie.
Ma allora, si chiederà qualcuno, perché due stelle per qualcosa che non ne vale nemmeno mezza?
Perché, se c’è una cosa in cui Brown è bravo – motivo per il quale vende tanto e, soprattutto, io mi sono letta tutti e sei i suoi romanzi (anche se prestati) – è l’idea base. Che, anche in questo romanzo, è interessante. E, a differenza di quanto si possa pensare, non parlo di Dante.
Sì, perché, se è vero che tutta la vicenda è imperniata dei simboli, dei nomi e dei versi dell’Inferno di Dante, è anche vero che c’è un altro tema che Brwon affronta – escamotage che abbiamo ritrovato anche in altri romanzi e che, devo dirlo, mi piace: il sovraffollamento planetario e le possibili conseguenze catastrofiche che ne potrebbero derivare. Un tema – un problema, a dire il vero – che a me interessa molto e di cui ho sentito parlare spesso.
Oddio, con questo non voglio dire che Dante non sia interessante, eh; anzi, il motivo per cui ho deciso di leggere questo romanzo, nonostante la precedenza schifezza, è stato proprio questo e il fatto che il racconto si dipani a Firenze, città che adoro, nonostante sapessi a cosa andavo incontro.
Però.
Però io ho fatto studi umanistici. Ho studiato letteratura italiana, ho studiato storia dell’arte, ho studiato Dante; conosco bene il dolce stil novo, il Medioevo e se mi sento dire che il Rinascimento nasce grazie alla peste io divento una iena. E se leggo paragonata Notre Dame a San Marco perché sono ambedue mastodontiche, io inizio a inveire contro il mondo. E se penso che c’è gente che dirà che ha appreso concetti di storia da questo libro, io mi sento offesa.
I problemi nella trama, però, non finiscono qui. Sì, perché alle boiate colossali che ho letto, avrei potuto anche soprassedere (ok, avrei bestemmiato contro il mondo, lo so) se il thriller fosse stato ben consegnato, ma no, neanche quella soddisfazione ho avuto e non solamente per i problemi detti su.
Il problema vero è che, dopo cinque romanzi, uno ha capito a che gioco giochi e cosa succederà. Ora, non voglio spoilerare niente, ma in Chi ci fosse qualcosa che non andava, l’ho capito subito; anzi, mi sono persino detta «E no, dai, non credo! Il giochetto ormai l’abbiamo capito!» E invece no. Molte deduzioni così spettacolari le ho fatte appena apparsi i primi indizi. Ok, forse dipende dal fatto che conosco Dante e La Commedia, che sono italiana e certi giochi di parole forse avrebbero potuto trarre in inganno un americano ma non un italiano… ma, insomma, credo di star facendo troppe concessioni.
Certo, qualcuno mi potrebbe dire che ha perso la memoria, quindi, poverino, è normale che ci abbia messo un po’ ad arrivare a certi risultati e che sia rimasto sconvolto quando ha letto una frase in latino (perché lui, abituato a sentir parlare tutto il giorno in italiano, non ci aveva pensato che nel 1100 era il latino la lingua franca. Cos’è che studieresti tu? In cosa saresti esperto tu?).
Un altro elemento che ho veramente apprezzato del romanzo è il finale (non proprio finale-finale; diciamo la parte conclusiva), quello che non posso svelarvi, ma che lascia mille domande aperte sul futuro del genere umano, sia nel romanzo che nella realtà. E un buon finale, spesso, è tutto: ci sono romanzi bellissimi che cadono proprio su questo, e schifezze immonde che restano nella memoria proprio per il finale. Ma, per quanto mi riguarda, nonostante qualche punto a favore di questo titolo, non posso dire che rientri, a mio giudizio, in nessuna delle due categorie.
Caro Dan, vuoi un consiglio? Lascia stare Robert (e vorrei dire il thriller, ma non lo dico. Ops) per un po’, e datti a qualcos’altro.

Voto: 2/5

Quello che non uccide, di David Lagercrantz

Titolo italiano: Quello che non uccide (Millennium 4)
Titolo originale: Det som inte dödar oss
Autore: David Lagercrantz
Traduttore:Katia De Marco, Laura Cangemi
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 503
Genere: Thriller
ISBN: 978-8831721998

Trama: Da qualche tempo Millennium non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all’immagine – e al morale – del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, genio dell’informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l’elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

Recensione: Dare un’opinione di questo romanzo, per quanto mi riguarda, è parecchio difficile.
Io sono una fan sfegatata della trilogia originale e quindi si può ben capire come abbia preso la notizia della pubblicazione di un seguito. Male, appunto. Ho cercato però di essere il più obiettiva possibile nel giudicarlo e, credetemi, non è stato semplice.
La mia lettura, quindi, si è basata su due piani: quello del romanzo come opera a se stante, e quello di “seguito”; di fanfiction, direi meglio.

Fatte queste premesse, devo dire che non è stato malaccio. Migliorabile – molto – ma non bruttissimo. Diciamo che non mi è venuta voglia di picchiare l’autore, ecco.
Ma partiamo dal fronte “seguito”/fanfiction.
Devo dire che mi aspettavo peggio. E invece i personaggi di Larsson sono stati trattati molto bene. Tuttavia, soprattutto all’inizio, ho notato quasi una sorta di timore nel muovere i personaggi: mentre, infatti, nella seconda parte sia Mikael che Lisbeth agiscono, nella prima parte, l’autore preferisce più raccontare cosa hanno fatto: non sono attori, ma spettatori delle loro azioni.
Ora, per quanto questa cosa mi abbia dato fastidio – Lisbeth è un personaggio che agisce, ed è proprio quando lo fa che la si ama – io capisco l’autore. Scrivo fanfiction anche io e, sebbene le mie opere siano solo create per puro diletto, comprendo che avere davanti dei personaggi non tuoi da gestire non sia affatto facile; anzi. Lisbeth, inoltre, è un personaggio forte e, credetemi, muovere qualcuno con una sì forte personalità non è affatto semplice. Aggiungiamoci pure il fatto che l’eredità che Lagercrantz ha raccolto non è cosa da nulla: c’è tutta una diatriba legale dietro, c’è la firma di Larsson, milioni e milioni di copie vendute… un’aspettativa altissima che è comunque un peso non indifferente da sopportare. È quindi abbastanza logico che l’autore si trovi più facilmente a muovere personaggi creati ex novo.

Tuttavia – e passiamo quindi al secondo piano della mia analisi dell’opera – se da una parte posso capire le sue reticenze, dall’altra non posso sorvolare sul suo modo di scrivere che ha, per quanto mi riguarda, delle pecche enormi. Voglio dire: io capisco voler dare informazioni sui personaggi, sul loro passato e sul loro modo di essere (lo faceva anche il tuo predecessore), ma c’è un limite a tutto. Tu mi puoi descrivere i protagonisti, ma non mi puoi scrivere una pagina e mezza sul tizio della palestra dove va Lisbeth ad allenarsi. Se tu ci metti una descrizione accurata di qualcuno o qualcosa, io penso che quel qualcuno o qualcosa avrà un suo perché. E invece no: se va bene, appaiono un’altra volta; altrimenti, boom!, scompaiono. Peggio ancora quando mi descrivi quei personaggi inutili che si trovano lì giusto perché devono esserci, ma poi non servono più: l’autista del taxi dove Lisbeth è salita, per esempio. Non me ne frega un accidenti se è un siriano che è sfuggito alla guerra. Cioè, mi spiace per lui, ma non me ne frega una mazza se qua stai descrivendo una fuga rocambolesca. O ancora, quando, parlando del killer precisa che “osserva la pistola che tra un po’ dovrà tirar fuori”. Ma va?! Sta lì, appostato, sappiamo già che usa la pistola, c’è bisogno di commentare l’ovvio?
Tutti questi elementi rallentano il racconto, e quando me li metti in un momento decisamente sbagliato – nel pieno di un’azione, per esempio – non aumenti il pathos; aumenti solo la mia voglia di picchiarti. Ma Dan Brown non ti ha insegnato niente?
Proprio restando in tema dello scrittore americano, anche Lagercrantz pare abbia quella che io definisco “La sindrome di Langdone”: ecco che qualunque cosa dica, qualunque scoperta faccia, ci deve fare un panegirico che non finisce più. Che mi sta bene – si tratta di concetti di matematica pura, Intelligenza artificiale, psicologia e crittografia che non è che tutti sanno – ma c’è un limite a tutto; tu devi darmi un’infarinatura perché possa capire che diavolo scrivi, non devi farmi arrivare a pensare di essere un’idiota perché ti ho perso per strada al secondo rigo. E, soprattutto, non mi devi conciliare il sonno.
Peccato, perché l’idea di base è ottima; anche l’inserimento di un ragazzino autistico dà un’impronta molto diversa a tutta la situazione. Ancora di più, ho apprezzato l’apparizione di Camilla, la sorella di Lisbeth, che diventa il nuovo nemico della ragazza. Non so se Larsson volesse rendere Camilla un personaggio simile, ma la spiegazione del suo essere in un certo modo è molto convincente e ci sta perfettamente.
Tuttavia, sebbene abbia ottime basi, secondo me l’autore ha messo troppa carne al fuoco: che bisogno c’era di ficcare in mezzo l’NSA? Avrebbe potuto spiegare alcune cose in modo diverso e dare più spazio all’NSA in un altro romanzo (che ci sarà, ne sono più che sicura; ho come il sospetto, anzi, che lui voglia portare a termine la decalogia pensata da Larsson).
Arriviamo al finale: molti romanzi si salvano qu oppure crollano in modo definitivo. Qui, invece, l’unico pensiero che ho avuto è stato: “Tutto qui?” Commovente la parte su Andrei, ma per il resto resta l’amaro in bocca: dov’è la vera azione? Sembra quasi che Lagercrantz abbia paura di osare, e non solo nel gestire i personaggi di Larsson, ma anche nelle scene d’azione, nella trama in sé. Coraggio, i personaggi sono abbastanza forti da sapersi muovere da soli e da sapere cosa fare. Credimi.

In conclusione: un romanzo che mi aspettavo fosse peggiore, ma che mi auguravo fosse migliore.
2.5/5 che scendono a 2 perché sei uno scrittore affermato, e certe uscite infelici posso tollerarle solo dai neofiti; tuttavia, spero di poter dare almeno un 3 al prossimo romanzo.

Voto: 2/5

Le quattro casalinghe di Tokyo, di Natsuo Kirino

Titolo italiano: Le quattro casalinghe di Tokyo
Titolo originale: Out (アウト)
Autore: Natsuo Kirino
Traduttore: Lydia Origlia
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2008
Pagine: 652
Genere: Letteratura giapponese, Noir, Thriller, Introspettivo
ISBN: 9788854503229

Trama: Nel turno di notte di una fabbrica lavorano quattro amiche logorate dalla vita casalinga e coniugale. Il loro sistema nervoso è sottoposto a una continua tensione. La prima a cedere è la più giovane, la graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare. Una notte, in un impeto di rabbia, strozza con una cintura il marito, tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato tutti i risparmi con una ragazza cinese abbordata in un bar. Yayoi chiede aiuto a Masako, l’amica più intelligente e coraggiosa, che a sua volta coinvolge Yoshie, una donna angariata da una figlia adolescente capricciosa e da una suocera invalida.

Recensione: Ho trovato molte difficoltà nello scrivere questa recensione e nel dare un voto a questo romanzo, perché, diciamolo subito, non si tratta di una lettura semplice. Con questo non voglio dire che non scorra, anzi: le pagine filano via che è una bellezza e in pochi tratti ci si ritrova completamente catturati dalle vicende di Masako-san e delle altre tre compagne protagoniste di questo romanzo.
No, la difficoltà di questa lettura sta proprio nello sviluppo quasi grottesco della storia e dell’evoluzione (o involuzione?) dei personaggi che compaiono sulla scena.
Dopo essere stati abituati al tocco delicato di Banana Yoshimoto e alle vicende tra il sogno e la realtà, tipiche dei romanzi di Murakami, ecco che Natsuo Kirino ci presenta un Giappone completamente diverso. È il Giappone ancora patriarcale e sessista che, nonostante le tante migliorie legislative, risente ancora di quella mentalità retrograda, dura a morire; è un posto dove le donne, soprattutto le casalinghe e madri di famiglia, non possono più pensare di costruirsi una carriera, ma devono cercare di barcamenarsi come possono, tra marito, figli e un lavoro brutto e pesante, che, però, almeno le consente di poter contribuire ai bisogni finanziari della propria famiglia.
Le quattro donne protagoniste di questo romanzo, all’inizio, hanno in comune tra loro solo il luogo in cui lavorano e, appunto, il loro essere casalinghe, perché, per il resto, sono diversissime: Masako – la vera e propria protagonista, tra le quattro – è una donna forte e risoluta che, nonostante un marito assente dal punto di vista affettivo e un figlio adolescente che non le parla più, cerca di non farsi piegare dalla vita; Yayoi, invece, la più dolce e remissiva, è legata a un marito che si è innamorato di un’accompagnatrice e scialacqua tutti i soldi per giocare a baccarat; Yoshie, chiamata da tutti la maestra, è una vedova che deve occuparsi non solo della figlia adolescente che se ne frega degli sforzi materni, ma anche di una suocera che non può più muoversi; infine, c’è Kuniko, egoista e invidiosa, abbandonata dal compagno che le ha portato via tutti i risparmi.
Un giorno, però, Yayoi, spinta dalla rabbia, uccide il marito e chiede a Masako di aiutarla a sbarazzarsi del cadavere; Masako, a sua volta, chiede aiuto a Yoshie e, per una serie di coincidenze, anche Kuniko finisce per essere coinvolta nel misfatto.
Ciò che adesso lega le quattro donne è qualcosa che va oltre l’amicizia o il fatto di essere colleghe; è la consapevolezza di aver ucciso un uomo, di averlo dissezionato pezzo per pezzo e di averlo buttato via, come se fosse spazzatura. Ciascuna delle quattro donne, pur dovendo continuare a vivere la propria vita apparentemente come se nulla fosse successo – a parte la moglie del defunto – adesso deve convivere con qualcosa che nulla c’entra con il pentimento o la colpa, ma che risiede ancora più in fondo all’anima: quella parte oscura che noi tutti abbiamo e che, nel loro caso, è venuta fuori in un modo inaspettato e inquietante.
C’è qualcosa di oscuro, in questo romanzo, qualcosa che ti trascina giù con sé. Per quanto il delitto sia efferato – e, credetemi, la descrizione della maciullazione dell’uomo è ricca di particolari – per quanto, in condizioni normali, una persona guarderebbe sinceramente schifata le quattro casalinghe e le vorrebbe in galera, alla fine si finisce quasi per accettarle e capirle (so che questo pensiero suona inquietante, ma, credetemi, non ho alcuna intenzione di giustificare un simile reato, né di iniziare ad emulare ‘ste tipe); anzi, quando a Masako viene proposto di eliminare cadaveri come lavoro, non ci si stupisce affatto della sua decisione di accettare, anzi la si considera come unica possibile.
La vicenda, quindi, si evolve in un modo inatteso, portando sulla scena nuovi, inquietanti personaggi che renderanno la vicenda più sconvolgente di quanto già non fosse all’inizio e si affonda giù, sempre più
giù, in una palude buia dove la luce del sole quasi non arriva.
Non nego che abbia trovato alcuni punti del romanzo piuttosto noiosi e un po’ ripetitivi, e alcuni personaggi anche piuttosto inutili; eppure, a pensarci ora, forse è proprio quello il motivo per cui, alla fine, il romanzo mi è piaciuto: è come se quelle ripetizioni, quelle apparizioni inconsistenti siano servite a guidarci ancora meglio verso il lato oscuro dei personaggi, quasi come se, prendendoci per mano e spiegandoci di nuovo, con pazienza, con un punto di vista diverso, quel che è successo, riescano a convincerci meglio di quello che sono diventati o hanno intenzione di fare.
Il finale, poi, non si può definire né positivo né negativo, ma suona in qualche modo giusto. tutti i vari personaggi, nel bene o nel male, ricevono quello che meritano, come una sorta di premio o punizione che nulla ha anche fare con la giustizia umana né divina.
Una lettura oscura e inquietante, che può affascinare, ma anche spaventare e schifare; indubbiamente molto particolare, ma che consiglio solo a chi non si impressiona molto facilmente.

Voto: 4.5/5