La piccola collezione di verità omesse, di Rosalie Hawks

Titolo italiano: La piccola collezione di verità omesse
Autore: Rosalie Hawks
Casa editrice: Triskell edizioni
Anno di pubblicazione: 2018
Pagine: 598
Genere: M/M, Romantico
ISBN: 978-88-9312-353-2

Trama: Hiroya ha diciotto anni, è stato cresciuto da sua madre in una piccola cittadina nel nord della Georgia e porta dentro di sé un cumulo di rinunce sotto cui ha seppellito la voglia di appartenere a una comunità in cui riconoscersi.
L’incontro e il confronto con Leo, di dodici anni più vecchio di lui e con alle spalle un matrimonio fallito quasi all’altare e un coming out doloroso fatto d’impulso, lo porterà ad affrontare domande che da anni non vuole porsi. Quant’è giusto imporsi di non innamorarsi mai perché un coming out potrebbe rovinare le già precarie finanze familiari? Vuole davvero non lasciare mai la città in cui vive e non tornare mai più a ballare? E quanto sono esattamente profonde le sue radici giapponesi?
Il primo amore non è mai molto intelligente, specie se coinvolge due generazioni diverse.

Recensione: Quando ci si accosta al mondo degli M/M due sono le caratteristiche che attirano immediatamente l’attenzione: innanzi tutto, l’estrema brevità di questi romanzi; in seconda analisi, la quasi totale assenza di personaggi comprimari. O meglio: non è che non ci siano, ma hanno un ruolo di contorno e la loro presenza serve solo da sfondo: in sintesi, che siano presenti o meno, non c’è molta differenza (o quasi).

Quando perciò si ha per la prima volta tra le mani La piccola collezione di verità omesse ciò che salta subito all’occhio è la mole del romanzo: quasi seicento pagine. Se poi, superato il primo momento di perplessità, lo si inizia a leggere, si comprende all’istante che non sarà un libro incentrato semplicemente su una coppia, ma che anche gli altri personaggi hanno un ruolo importante nella vicenda, una propria storia, un proprio passato, un proprio microcosmo.
Ed è questa sua peculiarità che mi ha fatto subito amare questo titolo: per quanto la storia d’amore tra Hiroya e Leo sia importante, è la coralità delle vicende dei vari personaggi che affascina e trascina con sé il lettore. Del resto, nessuno di noi è un’isola, la nostra vita reale è fatta di interazioni, di amicizie che si creano e di altre che si sfaldano, di amori che nascono e di altri che finiscono, di incontri causali e di altri che diventeranno importanti, di piccole scene che, sommate, chiamiamo vita e di avvenimenti, di piccole realtà omesse, che ci rendono quello che siamo.
In questo romanzo, quindi, Rosalie Hawks non racconta soltanto la storia d’amore di due persone con una differenza d’età di dodici anni, ma la vita reale di un ragazzo come tanti altri, che si incontra e si scontra con quella di altre persone.
E, come nella vita reale, anche in questo romanzo, i personaggi non sono statici e fissi, ma hanno un’evoluzione che li porta a crescere e a maturare, senza che neanche se ne accorgano: Hiroya, da ragazzo chiuso e terrorizzato all’idea che gli altri scoprano la sua omosessualità, finisce per accettarsi completamente e prende delle decisioni che, all’inizio della storia, non riusciva neanche a formulare con la propria mente; anche Leo, che pure ha oltre trent’anni e che quindi dovrebbe essere il maturo della storia, in realtà dimostra che non c’è un’età per avere delle paure e superarle, anzi, che è proprio a causa delle tante esperienze negative vissute che una persona non riesce a lasciarsi andare all’amore vero, quando se lo trova davanti. E cosa dire di Matthew, personaggio che appare quasi in sordina, per avere poi un’evoluzione – e anche un peso – non indifferente non solo nel romanzo, ma anche nella vita di Hiroya?
C’è qualcosa di unico, nel modo in cui l’autrice riesce a dipingere i suoi personaggi e farli amare al lettore che mi lascia sempre senza parole (e, credetemi, non è facile, considerando quanto sia logorroica!). Questo secondo me dipende dal fatto che, contrariamente a quello che succede di solito, in questo romanzo è lasciato un largo spazio ai dialoghi tra i personaggi. Certo, le descrizioni sono presenti, ma solo per farci immaginare il background in cui si muove la vicenda. I personaggi di Rosalie amano raccontarsi, farsi conoscere attraverso le loro parole e le loro piccole manie, piuttosto che con un lungo elenco di aggettivi fini a se stessi: incontriamo Ollie, che ama i romanzi di Georgette Heyer, Jess con la sua fissa per la Ferrari, Isabelle, la dolcezza fatta persona, Tammy e la sua iperprotettività nei confronti delle persone a lei care; c’è Travis, il padre che Hiroya non ha mai avuto e che considera tale anche se non lo è sulla carta, c’è la coach che, nonostante appaia pochissimo, è diventata il mio mito personale; personaggi che ti restano dentro anche molto dopo aver terminato la lettura.
Particolarmente bello e toccante, poi, è il rapporto che Hiroya ha con sua madre, tanto dolce da far quasi male al cuore: ci sono passi così delicati che è difficile restare impassibili leggendoli. E non solo quelli.
Lo stile dell’autrice è davvero meraviglioso: semplice, ma non banale, leggero, ma non superficiale, pieno di sarcasmo e di ironia, caratteristiche che personalmente amo molto sia nella scrittura che nelle persone in generale.

Ma come, potrebbe dirmi qualcuno, e poi? Che mi dici delle scene di sesso tra i due? E del loro rapporto? Dacci più dettagli!
Niente da fare, signori. E non perché scene intime non ce ne siano – tutt’altro. Siamo comunque in un M/M, ricordiamocelo! – o perché Leo e Hiroya non meritino una menzione speciale (insieme sono bellissimi e il sarcasmo pungente con cui affrontano la vita è uno dei dettagli che ho più amato in questa storia), ma perché io credo che definire questo libro un semplice M/M sia troppo riduttivo. E perché mi piacerebbe che questo titolo non attiri soltanto quella fascia di lettori interessati a certe tematiche, ma che sia considerato nella sua interezza: un’opera che racconta la crescita di persone a cui la vita ha regalato tante sofferenze, ma che, alla fine, riescono a fare i conti con le loro piccole verità omesse e a diventare più forti.

Voto: 5/5

Numero Sconosciuto, di Autumn Saper

Titolo italiano: Numero Sconosciuto (Wildfire #1)
Autore: Auutumn Saper
Casa editrice: Triskell
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 458
Genere: Omosessualità, M/M, Romantico
ASIN: B075V6FL33

Trama: Ezram Kelland fa il poliziotto a Baltimora e vive una vita tranquilla; almeno fino a quando, una sera, sul suo cellulare comprare un messaggio da un Numero Sconosciuto. Spinto dalla curiosità, Ez si trova a rispondere allo Sconosciuto e a intavolare con lui un fitto scambio di messaggi giornalieri. Mano mano che i giorni passano e sempre più informazioni vengono a galla, Ezram comincia a cercare di capire chi è Numero Sconosciuto. Ha i suoi indizi e i suoi sospettati, in particolar modo una persona sembra calzare meglio di tutti gli altri, ma… Cosa succederà quando scoprirà chi è davvero Numero Sconosciuto?
Avvalendosi del suo intuito da poliziotto e degli strampalati consigli del suo amico Chester, Ez non solo scoprirà la vera identità di Numero Sconosciuto, ma anche cosa voglia dire innamorarsi.

Recensione: Quando un libro mi piace molto, ho diverse reazioni, a seconda del tipo di effetto che quella lettura provoca in me: ci sono, per esempio, quei libri che non voglio terminare, che vorrei durassero in eterno, perché voglio tenere i personaggi ancora un po’ accanto a me; oppure, ci sono quelli che leggo forsennatamente, perché, invece, non vedo l’ora di scoprire come finiscono, se i personaggi avranno il loro lieto fine e come sarà – perché, diciamocelo, alcuni libri è chiaro che hanno un lieto fine, ma tu vuoi comunque sapere come questo si verificherà.
Numero Sconosciuto appartiene proprio a quest’ultima categoria.
L’ho preso perché attratta dal titolo e dalla trama: non perché questi risultassero originali – ho trovato un sacco di fanfiction che hanno un incipit molto simile – ma proprio perché volevo vedere come l’autrice avrebbe sviluppato un inizio così tipico.
E devo dire che ci è riuscita splendidamente, tanto che questo romanzo è entrato di diritto nella mia top ten dei romanzi M/M preferiti.
L’inizio, come abbiamo detto, ha un che di già visto: Ezram, un bel giorno, riceve un messaggio da parte di un numero sconosciuto; ovviamente, all’inizio risponde spiegando di non essere la persona cercata dall’altro, ma poi, dopo un paio di messaggi, è incuriosito da questo sconosciuto e decide di continuare a sentirlo. Per tutta la prima parte del romanzo, assistiamo, quindi, a piccolo mistero: chi è Numero Sconosciuto? È una persona che Ez già conosce? Anche noi lettori siamo portati a fare le nostre congetture e, che riusciamo o meno a capire di chi si tratti (personalmente ce l’ho fatta al primo colpo, ma non vale, perché io ho un debole per certe tipologie di coppia!), è divertentissimo seguire le ipotesi del protagonista.
La seconda parte, invece, si concentra sul rapporto tra i due. Sì, perché, alla fine Ez non solo scopre l’identità dello sconosciuto, ma i due intrecciano uno strano rapporto che non si riesce ben a definire: è amore, è solo una storia di sesso o che altro? Dal “giallo” si passa alla storia d’amore vera e propria e seguiamo Ez in tutte le fasi che lo portano ad innamorarsi dell’altro: all’inizio, è solo l’attrazione intellettuale per una persona con cui si condividono gusti e passioni; poi, la storia diventa più fisica e, infine, lentamente, Ez acquista la consapevolezza che tutte le sue paure e le sue gelosie non sono altro che avvisaglie di un sentimento più grande, che fino ad allora non aveva mai provato per nessuno. E la domanda, a questo punto, sorge spontanea: ma Numero Sconosciuto ricambia i suoi sentimenti oppure no?
Ci troviamo, quindi, davanti all’evoluzione di un amore, in tutte le sue fasi: Ez fa tenerezza, perché agli occhi del lettore è palese che è ormai perso per l’altro, ma è comunque divertente vedere tutti i film mentali che si fa e che poi, alla fine, crollano miseramente.
Tuttavia, non è solo Ez che si fa amare in questo romanzo, ma proprio tutti i personaggi, anche Numero Sconosciuto e i personaggi secondari: la grande famiglia di Ez – una famiglia che non solo ha saputo accettare l’omosessualità del ragazzo, ma che lo ama forse anche di più per questo – la sua partner, Dean, i colleghi pompieri e, soprattutto, Chester, il suo miglior amico, al quale spero sarà riservato un altro romanzo, perché ha tante di quelle sfaccettature dentro di sé, tanto di quell’amore da dare e dolori e paure da combattere, che non può essere lasciato in disparte.
Pur essendo una commedia romantica e divertente – Ez ha delle uscite che mi hanno stesa! – questo titolo ha il pregio di raccontare temi anche molto importanti in modo leggero, senza però essere superficiale: la storia di Chester, il passato di Numero Sconsciuto, la realtà che ogni giorno Ez deve vivere e sentire, essendo un poliziotto, sono la dimostrazione di quanto il problema dell’omofobia sia ancora molto, troppo forte, per essere dimenticato.
Un altro elemento che ho molto apprezzato è il modo in cui sono state trattate le scene di sesso: pur essendo state ampiamente descritte, esse non risultano mai volgari anche quando sono particolarmente dettagliate, nonostante in alcun momenti abbia notato alcune scelte narrative più da manga yaoi che da storie “reali”; ma questi sono elementi che per lo più solo i lettori del genere possono notare.
Insomma, una lettura che consiglio a tutti gli amanti del genere e a chi vuole avvicinarvisi per la prima volta.
Che altro aggiungere, quindi? Che non vedo l’ora di leggere il prossimo volume della serie!

Voto: 4.5/5

Obsession, di Valentina c. Brin

Titolo italiano: Obsession
Autore: Valentina C Brin
Casa editrice: Amazon [Youcanprint per la prima ed.]
Anno di pubblicazione: 2017 [prima ed. 2013]
Pagine: 522 [480 prima ed.]
Genere: Romantico, Storico, Erotico
ASIN: B07657F236 [ISBN: 9788891118097 prima ed.]

Trama: Inghilterra, 1715.
Quando Eleanor White arriva a Collingwood porta con sé la dignità di chi fa parte del popolo, l’amarezza di un amore tradito e la determinazione ad aiutare la propria famiglia con ogni mezzo. Peccato che non sappia quanto sia sconvolgente quello che l’aspetta in quella tenuta, rifugiato nell’ombra di rifiuto e rancore che gli affoga il cuore: Ashton Spencer, conte di Collingwood, è un uomo violento che rifiuta l’amore in ogni sua forma. Un uomo in cui è destinata ad attecchire un’ossessione profonda e incontenibile, struggente, violenta come la sua stessa anima.
Ma come fare, quando l’unica donna che desideri è la sola che non puoi avere? Sullo sfondo della prima rivolta giacobita, una storia d’amore indimenticabile. Un romance storico che vi stregherà.

Recensione: Ci sono dei libri che è difficile sia votare che recensire, e per tanti motivi. Questo è uno di quelli.
Era da parecchio che volevo leggere il romanzo di Brin, e il gruppo di lettura da lei creato è stata un’ottima scusa. I motivi per cui ci tenevo tanto sono parecchi e legati alle motivazioni più diverse.
Innanzi tutto, questo romanzo è nato da una fan fiction. Proprio così: Ashton una volta era Draco Malfoy, Eleanor Ginny Weasley ecc ecc… Ho letto altri romanzi originali nati da fan fiction e, sinceramente, mi avevano parecchio deluso: troppa poca descrizione, personaggi che si vedeva palesemente essere nati da altra penna (anzi, finivi irrimediabilmente per vederci il personaggio originale piuttosto che il figlio); tuttavia, conoscendo Brin (il secondo motivo per cui mi sono decisa a leggere questo romanzo. No, state tranquilli, che conosca o meno un autore, non mi lascio mai influenzare nelle mie recensioni!) e sapendo quanto ci aveva lavorato su, ho provato a dare un’altra chance a questo genere. E ho fatto bene. Perché, se non avessi già conosciuto la storia che c’è dietro questo romanzo, non l’avrei mai detto. Vero, la protagonista ha i capelli rossi come Ginny, vero, anche la nostra piccola Weasley è anche troppo coraggiosa, ma queste caratteristiche non sono certo rare in una protagonista.
Se c’è una cosa che non manca, in questo romanzo, è proprio l’attenzione all’evoluzione dei personaggi: tutti, nessuno escluso, ha una storia che l’ha portato ad essere in un certo modo e che gli fa compiere determinate scelte; tutti, a seconda dei personaggi che incontrano, cambiano, nel bene o nel male; tutti, a fine lettura, ti restano dentro, che li si odi o li si ami. E io ho davvero odiato con tutto il cuore alcuni personaggi e alcuni comportamenti: ho digrignato i denti per alcune scene (il labirinto: non potrò mai perdonare coloro che hanno preso parte a quella follia!), ho avuto voglia di picchiare con le mie mani Ashton in biblioteca e avrei preso a mazzate Eleanor per essere caduta subito negli occhi di Ashton (perché sono una donna di oggi, certo, ma anche perché non capisco e non capirò mai perché alle donne piacciono i tipi che le trattano in questo modo. No, non cercate di spiegarmelo: ci hanno già provato in tanti senza successo).
A questo proposito, se c’è una cosa che in questo romanzo non manca è la descrizione dei momenti intimi dei due personaggi. Voi che cercate un romanzo erotico, voi che dite che le scene tra Christian Grey e Ana Steele sono ad alto tasso erotico, leggetevi questo romanzo e poi fatemi sapere. Perché qui non c’è una scena tra i due che lascia indifferenti: questo è quello che considero erotismo. Erotismo ma non porno, ed erotismo non fine a se stesso, a quanto detto su.
Obsession è stato considerato un romanzo storico. Ora, non so se l’autrice l’abbia considerato lei tale o se è stata idea di qualcun altro. Ma, sinceramente, io lo definirei piuttosto “a sfondo storico”. Certo, si parla dei giacobiti, gruppo realmente esistente che voleva la dinastia Stuart di nuovo al potere, ed è anche vero che queste vicende sì intrecciano con quelle dei protagonisti; ma c’è da precisare che non è la conditio sine qua non del romanzo: esso infatti avrebbe funzionato lo stesso se fosse stato ambientato in un altro periodo storico, con altre beghe politiche e altri regnanti considerati usurpatori.
Questa puntualizzazione, tuttavia, non va a scapito del romanzo o della mia opinione su di esso; anzi, io adoro i romanzi storici o con ambientazione storica e lo trovo un dettaglio fondamentale, per un titolo che, appunto, non è soltanto una semplice storia d’amore tra i due, ma molto di più.
Se devo trovare un difetto, esso è forse proprio l’attenzione all’evoluzione del personaggio che prima ho definito – e lo ribadisco – il punto forte della trama. Perché la puntualizzazione con cui vengono descritti i pensieri dei personaggi diventa ossessione, non solo nel protagonista (e ci sta. Altrimenti non avremmo neanche il libro!), ma proprio nell’autrice di dirci tutto quello che provano i personaggi. Che, per carità, è una cosa buona giusta e sacrosanta, ma che diventa a volte irritante nelle descrizioni delle scene con più alto pathos. In quei momenti, alla mia testa, di cosa sta provando minuto per minuto la protagonista, non frega niente; io voglio soltanto seguire l’azione, vederla. Ma con tutti ‘sti pensieri, io non vedo niente. Anche nei dialoghi, non è esattamente la scelta migliore terminare una battuta di un personaggio con la descrizione di tutti i suoi pensieri: si perde il filo del discorso, soprattutto se si tratta di un botta e risposta serrato. Confesso che in alcuni di questi momenti, ho pensato «E che palle! E lasciami sentire che ha da dire!». Il problema vero, però, si ha nelle scene d’azione: lì serve movimento, adrenalina, periodi brevi e secchi, in cui il cuore del lettore deve palpitare immaginando la scena, non discorsi che riescono a farti salire la tensione, sì, ma solo se comunque non sfociano nel POV; a quel punto si ha invece un effetto decisamente opposto.
Secondo me, questo “problema” dipende da un dettaglio fondamentale – che è anche uno dei motivi di cui sopra per cui ho deciso di leggerlo. Obsession è un’auto-pubblicazione.
Ho letto molte critiche, a proposito di questa pratica, da parte di editor di professione e di semplici lettori “puristi”. A costoro vorrei ricordare che i cosiddetti editori “seri” sono quelli che pubblicano anche Fabio Volo e 50 sfumature di grigio. Alta letteratura e cultura, senza dubbio. Con questo non voglio dire che le auto-pubblicazioni sono tutte da salvare, eh: ci sono le immani schifezze, come le perle, ma è proprio il voler fare di tutta l’erba un fascio che mi irrita: frequento da 13 anni il mondo della scrittura amatoriale e vi posso assicurare che ci sono storie che sono più degne di stare in libreria di tante porcherie che leggo )e altre che andrebbero cancellate dal mondo).
Dicevo, questa è un’auto-pubblicazione: ne consegue, quindi, che non ha dietro il lavoro di un professionista (almeno da quanto ne so) e ciò lo si nota sia da alcuni dei dettagli detti su, sia da quegli errori che potrei definire banali: la presenza di vari refusi, per esempio, o il fatto che vengano usate le stesse espressioni a poche pagine di distanza, quando invece non dovrebbe essere così. Anche l’uso dello stesso termine più volte in una frase risulta a volte essere irritante: certo, in molti casi è anaforico, ma in altri avrei preferito fossero usati sinonimi o espressioni equivalenti.
«Ma guarda che queste cose si trovano anche nei romanzi pubblicati dalle case editrici, eh!» potrebbe dirmi qualcuno, e lo dico pure io. Certo. Ed è per questo che continuo a non capire quale sia il problema dell’auto-pubblicazione (e ad avere sempre meno fiducia nell’editoria attuale). Ma questo è un discorso che non ha senso approfondire qui.
Per concludere, l’ho trovata una bella lettura: interessante e avvincente, nonostante i difetti che ho descritto.

Hurt, di Grazia di Salvo

Titolo italiano: Hurt
Autore: Grazia di Salvo
Casa editrice: Triskell
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 269
Genere: Romantico, Omosessualità, M/M
ISBN: 9788893120463

Trama: Joey Degl’Innocenti è un ventitreenne come tanti: canta in un locale e non ha altri interessi oltre alla musica.
Dante Lupo è un ventiseienne riservato e schivo che, un giorno, si presenta alla porta di Joey con la richiesta di poter diventare coinquilini.
Inizia così la loro convivenza discontinua, fatta di attrazioni non dichiarate e parole non dette.
Dante resta colpito dalla gentilezza totalmente disinteressata di Joey e Joey dalla premura imbarazzata del coinquilino. E i due, ben presto, diventano dipendenti l’uno dall’altro. Ciò che non sanno, però, è che dietro di loro c’è un mostro pronto a distruggere tutto ciò che stanno cercando di creare, e che ha origini proprio nel passato di Dante.

Recensione: Nel corso degli anni, ho sviluppato una strana passione per quei libri che parlano di adolescenti o di giovani al di sotto dei venticinque anni. Credo che dipenda dal fatto che, quando ero piccola, mi sarebbe davvero piaciuto leggere di persone della mia età e di come affrontavano i loro problemi quotidiani, ma, purtroppo, non ero mai riuscita a trovare quel che cercavo. Quello che mi piace in questi romanzi che, sì, non saranno alta letteratura, non vinceranno il premio Strega, ma sono comunque titoli godibili e leggeri, è che raccontano storie ordinarie, di gente normale (ovviamente, non banali, altrimenti perché prendersi la briga di scrivere un romanzo?) in cui tutti – o quasi – possono riconoscersi.

Hurt di Grazia di Salvo rientra appieno in questa categoria. Non si tratta di una storia complicata né originalissima, in quanto in alcuni punti è abbastanza scontato cosa accadrà e come si evolveranno gli eventi, eppure a me è piaciuto davvero molto per questo e per diversi altri motivi.
Innanzi tutto per Joey, il protagonista, nonché prima voce narrante: bastano poche pagine per amarlo e per augurargli tutto il bene del mondo. La sua dolcezza, il suo animo insicuro ma deciso, quando si tratta del bene della persona amata, emergono con forza e riescono a sciogliere persino i cuori più duri – sì, mi ci metto in mezzo anche io. Non è solo Dante a rimanerne stregato, ma anche il lettore. La gentilezza del personaggio non si esprime soltanto nel suo essere, ma anche nel suo modo di raccontare la vicenda, anche nelle parti dedicate ai rapporti intimi tra i due: divertente, ironico, a tratti tanto innocente da risultare quasi adolescenziale; la classica persona che, nonostante tutte le brutture del mondo, continua ad essere una persona bella dentro e fuori.
Tutto il contrario di Dante, almeno in apparenza, l’altro protagonista e seconda voce narrante. La prima cosa che salta all’occhio, infatti, è il fatto che i due sembrano diversissimi: se Joey, nonostante abbia vissuto delle brutte esperienze, non ha perso il suo candore, Dante, proprio per colpa di un passato tragico che lentamente scopriamo anche noi, inizialmente affronta la vita e il nuovo coinquilino con un sorriso ironico e una freddezza calcolata che, ovviamente, ci mette poco a sciogliersi come neve al sole. È quasi sconvolgente, quando finalmente anche lui prende la parola, vedere come sia completamente diverso da come appare inizialmente agli occhi di Joey. Insomma, non ci vuole molto per affezionarsi anche a lui e a fare il tifo per la loro unione.
Anche gli altri personaggi di contorno sanno farsi voler bene, sebbene siano stati descritti in pochi tratti e compaiano poco sulla scena; anzi, confesso che mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa in più su di loro, in particolare sulla figura di Andrea che, nonostante sia un personaggio fondamentale sia nella vicenda che nella storia personale di Dante, scompare un po’ troppo velocemente.
L’altro elemento che mi ha permesso di apprezzare questo libro è la presenza costante della musica. Sia Joey che Dante sono estimatori della musica – il primo canta in un locale, mentre il secondo suona il pianoforte – ed ho apprezzato tantissimo il fatto che questa passione non resti di contorno, ma sia un punto focale nella storia: ogni verso che viene citato, ogni canzone che viene cantata ha ripercussioni sul loro rapporto e parla di loro. Essendo brani piuttosto noti o che possono essere facilmente trovati è facile sentire nelle proprie orecchie la melodia del brano sia che la si conosca, sia che, per curiosità, si decida di fare un salto su youtube per scoprirli. Se qualcuno si sta chiedendo se, davvero, io l’ho fatto, la risposta è sì: non conoscevo Hurt, la canzone che dà il titolo al romanzo, ed è stata una piacevole scoperta: la lettura può insegnare tanto, anche a scoprire canzoni di cui si ignorava l’esistenza.

Che dire, infine? Che Hurt è un bel romanzo. Non pretenzioso, ma molto dolce e tenero; l’ideale se amate le storie d’amore e siete delle persone che sognano il grande amore.

Voto: 4/5

La signora di Wildfell, di Anne Brontë

Titolo italiano: La signora di Wildfell Hall
Titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall
Autore: Anne Brontë
Traduttore: Francesca Albini
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione originale: 1848
Anno di pubblicazione: italiana 2014
Pagine: 590
Genere: Letteratura Inglese, Periodo Vittoriano, Classici, Romantico, Romanzo epistolare,
ISBN: 9788854508583

Trama: Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile. Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle. Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure fem-minili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.

Recensione: Ci ho messo un po’ a decidere la mia opinione su questo romanzo, perché, mentre lo leggevo, è oscillata pericolosamente tra i due estremi «Oddio che brutto!» e «Geniale!» (donde il voto che è un po’ una media delle due reazioni).
Non ho mai capito perché Anne Bronte sia considerata “inferiore” alle altre due sorelle (tant’è che io non credo di averla mai studiata): ha delle trovate stilistiche piuttosto singolari che, invece, non ho trovato nei romanzi delle sorelle (almeno in quelli che ho letto). Se c’è una cosa che ho apprezzato tantissimo in questo romanzo, infatti, è stato proprio l’utilizzo di diversi piani narrativi e il modo in cui li ha inseriti: all’inizio sembra, un semplice romanzo epistolare; poi, all’interno delle lettere, vengono copiati interi passi del diario privato della seconda narratrice; infine, si ritorna alle lettere del primo narratore, nelle quali Gilbert inserisce alcuni passi delle lettere di Helen, la protagonista femminile.
Tuttavia, se, da un punto di vista stilistico, non posso che elogiare l’autrice, non riesco ad essere così positiva per quanto riguarda i personaggi. Che, lo ammetto, non mi sono piaciuti per niente. Certo, è comprensibile che personaggi come Helen e suo marito mi siano lontani, sia per idee sia per comportamenti; tuttavia, non è tanto questo ad avermi disturbato (amo i romanzi di questo periodo e li accetto sempre i personaggi come figli del loro tempo), quanto la stupidità intrinseca di Helen: come fai, per esempio, a metterti a scrivere un diario nella stessa stanza dove c’è tuo marito? Va bene che pensava dormisse, ma sta parlando male di lui, sta confidando alle sue pagine il metodo che utilizzerà per scappare, dovrebbe stare molto più attenta. D’accordo, è un espediente narrativo, ma a me non è piaciuto.
Ciò che però davvero non sono riuscita a sopportare è la quasi ossessione che la donna ha per gli insegnamenti religiosi: Helen mi ha ricordato tanto la Lucia di manzoniana memoria (e infatti non sopporto neanche lei), elevandosi ad un livello superiore: non è possibile che ogni sua pagina, ogni sua battuta sia infarcita non soltanto di buonismo e filosofia cristiana, ma di intere citazioni tratte dalla Bibbia. Helen è il tipico personaggio che perdonerebbe anche il proprio assassino e che ha assoluta fiducia in quello che Dio ha in serbo per lei – nonostante, c’è da dirlo, ogni tanto prenda l’iniziativa, più per salvare suo figlio che per se stessa.
Per concludere se, oggettivamente, lo trovo un romanzo ben fatto e ben strutturato, dall’altro , proprio a causa della protagonista, non sono riuscita a gustarmelo fino in fondo (un po’ come è accaduto con Agnes Gray): evidentemente il pensiero di Anne Bronte proprio non fa per me.

Voto: 3/5

Nodame Cantabile, di Tomoko Ninomiya

Titolo originale: Nodame Cantabile (のだめ カンタービレ)
Titolo italiano: Nodame Cantabile
Storia e disegni: Tomoko Ninomiya
Nazionalità: Giapponese
Casa Editrice giapponese: Kodansha
Casa editrice italiana: Star Comics
Categoria: Josei
Genere: Romantico, Musicale, Commedia
Anno: 2001
Volumi: 25
Stato in patria: Completato
Stato in Italia: Completato

Recensione 23 volumi pubblicati tutti da Kodansha sulla rivista Kiss dal 2002, più il breve seguito Nodame Cantabile Encore Opera Hen, di cui è uscito da poco l’ultimo capitolo, che conclude definitivamente la vicenda; tre serie animate (Nodame Cantabile, Nodame Cantabile: Paris-Hen e Nodame Cantabile: Finale) dirette dalla J.C.Staff (Utena, Karekano, Excel Saga), un drama di 11 episodi per la Fuji TV dall’ottobre al dicembre 2006, lo speciale televisivo Nodame Cantabile Shinshun Special in Europe in due episodi, andato in onda il 4 e 5 gennaio 2009, e infine due film live-action, Nodame Cantabile Saishuu Gakushou Zen-Pen e Nodame Cantabile Saishuu Gakushou Kou-Hen, usciti nelle sale rispettivamente il 19 dicembre 2009 e il 17 aprile 2010. E poi videogiochi per Nintendo DS, Wii e Playstation 2, gadget, trasmissioni e altri speciali televisivi e, naturalmente, innumerevoli CD di musica.
Questa è la sterminata produzione che ruota attorno a Nodame Cantabile, l’opera più famosa e acclamata di Tomoko Ninomiya e che le è valso il Kodansha Manga Award come miglior shoujo 2004. Della Ninomiya in Italia è inoltre stato edito Tensai Family Company per la Magic Press.
Abituati come siamo alla mania dei giapponesi di trarre tutto il traibile da un’opera, probabilmente tutti questi seguiti, anime, dorama, giochi e premi vinti non ci direbbero niente, se tale successo non fosse supportato da una grande popolarità dell’opera anche in America, Taiwan, Corea del Sud, Francia e Spagna, dove il manga viene pubblicato, e in rete, praticamente in tutto il mondo.
Allora, la domanda sorge spontanea: come si spiega questo enorme successo di un manga che, tra l’altro, è incentrato sulla musica classica, argomento molto ostico per i più?

Per farlo, provate ad immaginarvi la scena: siete in un periodo brutto, orrendo, schifoso della vostra vita… La vostra ragazza vi ha piantato da poco – e vi sta appena dicendo, tra l’altro, che siete un perdente – e il sogno della vostra vita sembra non doversi mai realizzare: voi sapete di essere dei grandi, ottimi musicisti e che la realtà che vi circonda non vi offrirà mai l’opportunità di diventare un direttore d’orchestra, come voi invece sperate e sognate da quando eravate piccoli. Se solo poteste andare in Europa… Lì, la patria della musica classica; lì, dove c’è Viera, l’uomo che considerate il vostro maestro e mentore… Però voi avete il terrore degli aerei e non riuscite neanche ad avvicinarvi all’acqua… – sento voci lontane esclamare che ha ragione chi dice che siete dei perdenti -; quindi, dicevo, non potete muovervi dal Giappone neanche volendo.
Così, al colmo della disperazione e della sfortuna, inseguiti dalla classica nuvola di Fantozziana memoria, finite per scegliere l’unica via che, almeno per un po’, vi permetta di dimenticare quello che state passando: una sana bevuta. Però voi avete ecceduto un po’ troppo e, nonostante siate riusciti a tornare sani e salvi a casa, vi addormentate prima di riuscire ad aprire la porta e, di conseguenza, crollate fuori da quello che credete essere il vostro appartamento.
Un bel sonno ristoratore è quello che vi ci vuole per rimettervi in sesto, soprattutto quando a destarvi non è una sveglia, né il canto degli uccellini, ma il suono di un pianoforte. Però, quel suono ha qualcosa di strano: ci sono seri errori, le note vengono saltate, i tempi non vanno… Insomma, è una catastrofe, una schifezza, un obbrobrio per delle persone perfettine come voi! Eppure, nel suo insieme, vi piace: è quasi Cantabile

Ormai completamente svegli, aprite gli occhi e rimanete completamente sbalorditi: davanti a voi c’è una ragazza, seduta ad un pianoforte, circondata da così tanta immondizia che vi sembra di essere in una discarica. La ragazza si volta verso di voi e… Voi non avete idea di chi diavolo sia, mentre lei invece vi conosce, eccome! E ve lo dimostra con un enorme sorriso che non promette assolutamente nulla di buono.
Benvenuti nel mondo di Megumi Noda, da tutti conosciuta come Nodame, e di Chiaki Shin’ichi, la povera vittima della nostra folle pianista, le cui avventure sono disponibili dal 2 settembre 2010 in edicola mensilmente per Star Comics, e di cui è anche possibile leggere alcune pagine in anteprima direttamente sul sito della casa editrice.

Chiaki e Nodame sono praticamente l’uno l’opposto dell’altra: lui è bello, intelligente, un eccellente studente musicista che sa suonare sia il violino che il pianoforte, perfezionista e ordinato, ottimo cuoco e uomo di casa ma, per questo, anche molto presuntuoso ed egocentrico; lei è goffa, buffa, strampalata, casinista, disordinata – fosse per lei non si laverebbe mai e dalla sua abitazione arrivano strani odori di dubbia origine – , che non sa neanche da dove si parte per leggere uno spartito musicale, ma con un ottimo orecchio per la musica, tanto che riesce a suonare un brano dopo averlo ascoltato anche una sola volta. Per Nodame, a differenza di Chiaki, suonare è un piacere e un divertimento, ed è poco interessata ai concerti e alla fama.
Come possono due persone tanto diverse poter diventare così importanti l’uno per l’altra?

Potrete scoprirlo immergendovi anche voi nel folle mondo di Nodame Cantabile, seguendo passo passo la crescita di Nodame e Chiaki, non tanto come coppia, quanto come persone che percorrono un cammino di vita, finendo inevitabilmente per influenzarsi l’un l’altro: Chiaki imparerà a realizzare i suoi sogni, senza tener conto di dove si trova; Nodame invece capirà che la musica non è fatta soltanto di passione, ma anche di sacrificio, studio e impegno.
Forse, il punto di forza dell’opera è proprio questo: la capacità dell’autrice di creare personaggi vivi, che si muovono e crescono insieme, considerando anche che la trama si snoda lungo alcuni anni. Personaggi a cui, alla fine, ci si affeziona senza neanche accorgersene. Pur essendo Nodame e Chiaki i due protagonisti, infatti, grande importanza viene data anche a coloro che ruotano attorno ai nostri due eroi, tutti tratteggiati benissimo, tutti con una storia da raccontare, con dei sogni, con delle aspirazioni da realizzare, speciali ognuno a modo proprio; personaggi non statici, ma che maturano, crescono, come noi, come tutti.

Probabilmente è questo il motivo per cui qualcuno ha paragonato questa opera a Honey and Clover, di Chika Umino, edito nel nostro Paese da Planet Manga. In parte è vero: ambedue i josei hanno vinto il Kodansha Manga Award e i protagonisti frequentano una scuola “artistica” (i personaggi di Honey and Clover sono studenti di un’accademia d’arte); in entrambi, inoltre, grande attenzione viene posta alla maturazione professionale dei personaggi. Se però pensate di poter etichettare questo titolo come “copia dell’altro” potreste sbagliare di grosso, visto che, a parte queste similitudini, i due manga sono completamente diversi tra loro.
Tanto per cominciare, il clima: Nodame Cantabile è, essenzialmente, un manga comico. E come non potrebbe, visto la protagonista folle e pazza che si ritrova? Vi assicuro che non ci si riesce a starle dietro e, a meno che non siate davvero malati anche voi, è praticamente impossibile riuscire a capire cosa le passi per la testa. E come lei sono un po’ tutti i personaggi – avete presente il detto latino similes cum similibus? -, estremamente folli nei loro comportamenti e nelle loro espressioni, davanti alle quali non si può certo restare impassibili.
E poi, c’è la musica, la vera protagonista indiscussa della vicenda. Certo, vedendo un anime e ascoltandone la colonna sonora è più facile riuscire a ad apprezzare al meglio questo punto e comprendere le espressioni di Chiaki quando sente esecuzioni molto dubbie! Eppure, nonostante tramite la carta non sia possibile ascoltare alcun suono, vi posso assicurare che i brani si “sentono”: si avvertono dalla puntuale presenza dei titoli delle sonate, dalle spiegazioni che i vari personaggi danno sul significato dell’opera e sulla vita del compositore, dalle espressioni deliziate o meno degli ascoltatori; il tutto senza mai risultare noioso e pedante, ma perfettamente inserito nel manga.

Forse, ciò che può lasciare maggiormente perplessi sono proprio i disegni. Non vi nascondo che anche io, all’inizio, non ne sono rimasta favorevolmente colpita. Soprattutto nei primi capitoli, infatti, ho notato un tratto immaturo, molto, troppo semplice e semplificato. e gli sfondi spesso sono inesistenti oppure composti da poche linee essenziali. Con il passare del tempo però, se da una parte, troppo attirata dalla storia, ho finito per abituarmi anche al disegno, dall’altra mi sono resa conto di quanto, nel corso dell’opera, non sono solo i personaggi a crescere, ma anche lo stile dell’autrice, che migliora e si fa più adulto. I personaggi quindi non crescono solo d’età, ma anche nelle fattezze; anche gli sfondi sono delineati meglio e più particolareggiati, nonostante non diventino mai troppo precisi.

L’edizione italiana che propone Star Comics si presenta abbastanza aderente all’originale, anche nel formato di 11.5×17.5, di qualche millimetro più grande di quello giapponese; manca come di consueto la sovraccopertina, mentre le pagine a colori non sono presenti nemmeno nell’edizione originale. La traduzione parrebbe abbastanza fedele, sebbene non ne abbia condiviso alcune scelte, ed ho particolarmente apprezzato che sia stato lasciato il termine “senpai”, suffisso che Nodame usa quasi come un secondo nome per Chiaki. Ciò che invece non mi è proprio piaciuto è che le onomatopee originali non sono state sostituite dalla traduzione, bensì questa vi è soltanto stata aggiunta a fianco: una scelta delle case editrici che non ho mai apprezzato e che avrei preferito non ci fosse in un manga che aspettavo con ansia da tempo.

Insomma, forse la folle Nodame vi ha già spaventati, forse il termine josei vi fa storcere il naso in partenza, forse i disegni non vi attirano, forse la musica classica non è il vostro campo (credetemi, neanche il mio), forse semplicemente vorreste che la piantassi di stare qui a ciarlare di questo manga, ma fidatevi: provate ad entrare almeno per un attimo nel mondo di Nodame e sono sicura che non vorrete uscirne mai più!

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Voto: 5/5

Lo strano caso dell’apprendista libraia, di Deborah Meyler

Titolo italiano: Lo strano caso dell’apprendista libraia
Titolo originale: The bookstore
Autore: Deborah Meyler
Traduttore: Claudia Marseguerra
Casa editrice: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 348
Genere: Narrativa, Romantico, Chick lit
ISBN: 9788811682448

Trama: Esme ama ogni angolo di New York e soprattutto il suo posto speciale: The Owl, la piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon amasse passare pomeriggi d’inverno. Un luogo che può nascondere insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway. Tra quei vecchi e polverosi scaffali Esme si sente felice. Ed è lì che il destino ha deciso di sorriderle. Sulla vetrina della libreria è appeso un cartello: cercasi libraia. E’ l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perchè a soli ventitrè anni è incinta e non sa cosa fare:il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. La più grande passione di Esme è la lettura, ma non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Eppure ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo, Linda che ha un consiglio per tutti, David e il suo sogno di fare l’attore. E poi c’è Luke timido e taciturno che comunica con lei con la sua musica, con le note della sua chitarra. Sono loro ad insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell scopre del bambino e vuole tornare da lei…

Recensione:
ATTENZIONE: spoiler!
Era da un po’ che non leggevo un libro orribile come questo. Mi spiace dirlo, perché, anche se non sono capolavori, anche se sono scontatissimi, i romanzi ambientati in libreria hanno il pregio di farmi venire una gran voglia di diventare una libraia.
L’unica cosa che questa lettura ha tirato fuori, invece, è il mio istinto omicida.
Tanto per cominciare, farei fuori chi ha scelto questo titolo per l’edizione italiana. D’accordo, l’avevo capito da sola che “caso” non voleva dire che un’aspirante libraia era stata trovata assassinata e che i colleghi, tra la vendita di un romanzo e un manuale di cucina, avrebbero cercato l’assassino, novelli Poirot; il sottotitolo spiegava chiaramente che si sarebbe trattato di una storia d’amore: la tizia, incinta e lasciata dal fidanzato, avrebbe superato le proprie difficoltà grazie ai libri e ai suoi nuovi colleghi.
Bene, non succede niente di tutto ciò: la protagonista sì viene lasciata, ma il tizio, una volta scoperta che era incinta e aver cercato di farla abortire (!), decide di tornare con lei e sposarsi; che poi le cose non vadano proprio così, è un dettaglio. Inoltre, la libreria non fa proprio niente, a parte farle mettere un po’ di soldi da parte; neanche i colleghi sono molto più utili (a parte Luke, su cui ritorneremo dopo); certo, sono dei personaggi simpatici, certo, George l’accompagna all’ospedale al momento del parto, ma tutto qui.
In poche parole, chiunque si sia occupato dell’edizione italiana di questo romanzo ha voluto prendere in giro i lettori, perché, evidentemente, sapeva che nessuno l’avrebbe mai acquistato. Io, invece, mi chiedo come un editore abbia proprio deciso di pubblicarlo. Anche il traduttore, probabilmente, aveva capito che questo titolo non meritava alcuna attenzione, perché ho trovato forme italiane davvero imbarazzanti, che si usano a mala pena in dialetto; potrei menare qualcuno per molto meno. Inoltre, certi dialoghi a me sono sembrati proprio senza senso, ma su questo punto non so se sia colpa del traduttore o dell’autrice (e, visto il resto, la seconda ipotesi è comunque molto probabile).

Ma torniamo alla nostra aspirante libraia per capire qual è esattamente il problema di questo libro. Esme, da poco arrivata a New York dalla piovosa Inghilterra per conseguire un dottorato in storia dell’arte, incontra un tizio fighissimo – e ovviamente ricchissimo – del quale si innamora (a me invece pare che lui sia interessato solo a fare altro, più che all’amore, ma lasciamo stare, per adesso). Dopo poche settimane di intensa e struggente storia di let- ehm, amore, lei si scopre incinta. All’inizio, lei non vuole tenere il bambino: insomma, è andata lì per farsi una carriera (e giustamente hai rapporti non protetti. Ma è stato uno solo!, pensa lei. Bella, lo sai come nascono i bambini, vero?), e poi lui non conosce ancora bene, anche se lo ama tantissimo (sì, soprassediamo, è meglio)! Alla fine, comunque, decide di tenerlo; lo dice al padre che prima pensa che lo stia lasciando (per il fatto che lei gli ha detto “Ti devo parlare di una cosa” – so cosa state pensando, e vi capisco), quindi decide di lasciarla per primo (che cosa geniale!); poi, giorni dopo, quando viene a sapere la verità, cerca di convincerla ad abortire, dopo essersela portata a letto per “addolcirsela”. Che brav’uomo, eh! Comunque, alla fine lui si riprende e dice che il bambino lo vuole e, quindi, le dà un anello di fidanzamento.
Vi posso assicurare che non sto esagerando e che, anzi, sono stata anche parca di episodi in cui l’avrei preso a mazzate con le mie mani. Ma lei, ovviamente, non nota nulla di strano in tutto questo, lo ama, e nonostante gli innumerevoli esempi che le dimostrano quanto sia un idiota, depravato, viziato e mi fermo qui, vuole stare con lui. Naturalmente, a nessuno piace: né alla sua migliore amica lesbica (almeno credo, perché l’autrice non è neanche capace di farci capire se Stella sia davvero lesbica o se la gente pensa che lo sia), né ai dipendenti della libreria in cui lei ha iniziato a lavorare quando lui l’ha piantata perché, ehi, un bimbo ha bisogno di soldi per essere cresciuto, e la borsa di studio non contempla pargoli (libreria che a Mitchell, ovviamente, non piace, perché è brutta e sporca. E poi adesso i libri si trovano su internet!), né alla sottoscritta. Ho sperato per pagine e pagine che si lasciassero: che magari lo beccasse con un’altra, che i genitori di lui intervenissero con la forza (e a un certo punto, sembra che loro lo facciano davvero), che lei semplicemente capisse quanto fosse idiota lui, e quando le propone una cosa a tre ci credo davvero… salvo poi leggere che lei si pente di aver rifiutato, perché, e se adesso ce l’ha con me? No, c’è bisogno davvero di commentare?
Dicevo, ho sperato per capitoli che finalmente a lei si accendesse la famosa lampadina, quando all’improvviso, lui se ne esce con un ragionamento che pressapoco possiamo riassumere con “Sai, all’università avevo due amici, eravamo inseparabili, ma alla fine un giorno mi resi conto che con loro mi annoiavo, quindi li abbandonai mentre eravamo in vacanza insieme e da allora non li ho più visti. Adesso provo la stessa cosa per te. Il bambino? Non m’interessa più, tanto ci sono gli avvocati, no?”.
Basta.
Dopo aver deciso, pochi giorni prima, di sposarsi prima della nascita. Dopo aver fatto tanto il geloso perché lei andava d’accordo con Luke, un dipendente della libreria suo coetaneo.
All’inizio ho pensato che ci fosse per forza un motivo, che, boh, fosse colpa di un oscuro passato, di un trauma mai superato (visto e rivisto, ma almeno ci sarebbe una risposta logica), dei genitori, degli alieni, di qualcuno o qualcosa, insomma, e che l’avremmo scoperto dopo. E invece no, è proprio tutto qui.
Come prego?
Se questo non dovesse bastare a spiegare il mio disgusto, va detto che lei continua ad amarlo. In pratica, anche dopo che lui l’ha trattata in quel modo, anche dopo che nasce la piccola. Non lo odia, soffre (ma va?), ma se lui le dicesse “In realtà ho capito di amarti, voglio tornare con te”, lei lo farebbe senza batter ciglio.
Esme, per tutta la durata del romanzo, non cresce: rimane la stupida che è rimasta incinta, che si è fatta lasciare e che è tornata da lui immediatamente.
E io questo non posso accettarlo. Non posso accettarlo come donna del XXI secolo e come lettrice. D’accordo, molte donne sono davvero così, ma questo è il punto. Io non voglio leggere la storia di una donna stupida che non impara niente dalla vita. Io sto leggendo un libro e quindi mi aspetto che lei cresca, soprattutto perché me l’avete fatto credere voi, che la libreria le serve proprio a questo. Ma quando mai?
E poi c’è Luke, il famoso commesso/amico/collega. Cotto di lei, lo capiamo tutti, tranne lei.
Durante la lettura spero che lei si innamori di lui o che lui si dichiari. E invece niente. A volte ho come la sensazione di essermi immaginata tutto, ma poi leggo alcune battute e no, non sono impazzita. Anche dopo che lei e Mitchell si lasciano, spero sempre in qualcosa da parte sua; invece no, non succede niente di niente. E allora perché? Perché farmi credere che lui sia interessato?
È come se l’autrice, ad un certo punto, si sia scocciata di scrivere e abbia voluto concludere il romanzo in tutta fretta; anche Stella, l’amica, appare e scompare, ma non serve a niente. E l’anello di fidanzamento, chiuso nella teiera, perché lei non sapeva ancora se stava facendo la cosa giusta? Si è perso per strada? L’ha lasciato lì? L’ha bevuto e non se n’è accorta?
In sintesi, questo libro rappresenta tutto ciò che un romanzo – soprattutto se ha la presunzione di essere d’amore – non deve essere.

Voto:  1/5 (e, potendo, darei anche meno)

Baciare uno sconosciuto a Central Park, di Katy Regan

Titolo italiano: Baciare uno sconosciuto a Central Park
Titolo originale: How we met
Autore: Katy Regan
Traduttore: I. Katerinov
Casa editrice: Fabbri Editori
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 397
Genere: Narrativa, Romantico, Chick-lit
ISBN: 9788891507198

Trama: COSE DA FARE PRIMA DEI TRENT’ANNI

1. Andare a letto con un misterioso straniero (se possibile, Javier Bardem).
2. Diventare la regina del mambo.
3. Usare tutte e otto le lettere dello Scarabeo in una sola parola! «Zizzania», per esempio, sarebbe eccellente.
4. Nuotare nuda nel mare all’alba.
5. Baciare uno sconosciuto a Central Park.

Quando Liv muore per il gruppo di amici rimasti tutto si ferma: niente più lunghe serate di chiacchiere, risate e mille sogni da realizzare, solo tanti sensi di colpa e la fatica di andare avanti come se nulla fosse. Anche se si conoscono dall’università, le loro vite hanno preso ormai strade diverse. Mia ha avuto un figlio da quello che doveva essere l’avventura di una sera; Melody e Norm vivono un matrimonio soffocante; Fraser ha abbandonato i sogni da rockstar per diventare tecnico del suono e Anna passa da un lavoro all’altro senza troppe prospettive. Ma quando a un anno dalla morte di Liv si ritrovano per ricordarla, Norm ha qualcosa da comunicare a tutti gli altri: ha trovato una lista con tutto ciò che l’amica avrebbe voluto fare prima di compiere trent’anni. Realizzare i suoi desideri diventa la loro missione. Ognuno di loro scoprirà qualcosa di sé, oltre che dell’amica scomparsa. E mentre vengono a galla segreti, vecchi rancori e incomprensioni, troveranno il modo di chiudere i conti con il passato e ricominciare finalmente a vivere. Una storia di sogni, amore e amicizia, che pagina dopo pagina ci trascina in un vortice di risate, lacrime, nostalgia, rimpianti e commozione. Perché tutti noi abbiamo in un cassetto la nostra personale lista di cose da fare prima dei trent’anni…

 

Recensione: Quando ho scorso la mia lista di libri da leggere e mi sono ritrovata questo titolo tra le mani, il mio primo pensiero è stato: che diavolo mi sono fumata quando ho scelto un libro con un titolo del genere? Poi, facendo mente locale, mi sono finalmente ricordata: How we met mi aveva attirato per la trama. Per ricordare Liv, la loro amica scomparsa a soli ventotto anni, i suoi cinque migliori amici decidono di realizzare i venti desideri che lei aveva scritto su una lista di cose da fare prima dei trent’anni, poi persa chissà dove e ritrovata da Norm. Si tratta di attività di tutti i tipi dall’imparare una lingua straniera, all’iscriversi a un corso di mambo a, appunto, baciare uno sconosciuto a Central Park.
Donde il titolo italiano del libro.

Ora, una piccola parentesi. Io vorrei capire esattamente che problemi hanno a coloro che decidono di scegliere di stravolgere i titoli originali, regalandoci sempre delle perle. Per colpa di questa gente ho letto le migliori schifezze e, sono sicura, mi sono persa un sacco di buoni titoli (e le quarte di copertina non è che aiutino molto). Qualcuno potrebbe pensare che il famigerato bacio a Central Park potrebbe essere un punto importante della lista, che determina il futuro dei personaggi, ma no, signori: non solo è un punto anonimissimo della famosa lista, ma vi spoilero volentieri che non c’è nessuna scena in cui uno dei personaggi si reca a Central Park per baciare chicchessia. L’unica cosa che questo titolo lascia intuire è che si tratta di una storia d’amore. E ci sta, in fondo, ma non del tutto: questa, come ci ha tenuto a spiegare l’autrice nei ringraziamenti, nel caso non l’avessimo intuito dalla dedica, è una storia di amicizia – con rivolti romantici, ne convengo.

Ma torniamo alla storia. Non è stata una brutta lettura, devo ammetterlo, ma non è stato neanche chissà che capolavoro. Dei cinque amici sopravvissuti, l’azione si concentra per lo più su Fraser e Mia e sulle loro vite parecchio incasinate (non che quelle degli altri siano da meno, comunque); ognuno sta cercando di elaborare il lutto a modo proprio e, al contempo, di vivere la propria vita, con scarsi, scarsissimi risultati. Se questo punto gioca molto a favore di questo libro, dall’altro è il modo in cui tutto ciò viene vissuto che mi disturba alquanto.
Ciò che più mi ha infastidito, infatti, è il ruolo che l’alcol gioca in questa storia. Ok, so perfettamente che gli inglesi bevono molto più di noi, ma io non credo che i quasi trentenni di Sua Maestà si comportino davvero tutti come questi qui: non c’è una pagina in cui i cinque non siano ubriachi o brilli; se contassimo le volte in cui “alcol”, “ubriaco” et similia vengono usati, probabilmente, scopriremmo che queste parole ricoprono oltre il 50% dei termini che compongono questo libro. Ora, ripeto, fossero ragazzini lo capirei pure, ma il fatto che a trent’anni questi continuino a ubriacarsi come se non ci fosse un domani e pensino così di risolvere i propri problemi, mi urta profondamente. Tra l’altro, la loro amica è morta precipitando da una terrazza perché era ubriaca fradicia: come minimo, se succedesse ad una persona a me così cara, non toccherei più una goccia di alcol in vita mia per lo shock. E va bene che ognuno reagisce al dolore in modo diverso, ma… cavolo, mi sentivo brilla anche solo leggendo! Ma poi, con tutto l’alcol (e le droghe, in alcuni casi) che hanno ingerito per anni (nella storia ci sono capitoli dedicati al passato dei personaggi e a come si sono evoluti i loro rapporti, e anche allora non facevano che bere), io non riesco a capacitarmi che siano davvero arrivati a trent’anni con il fegato integro.

A parte questo, il libro non è stato bruttissimo: ci sono state anche scene molto divertenti e in alcuni momenti è risultato anche commovente (soprattutto quando ricordano l’amica morta); anche lo stile è leggero e scorrevole, nonostante non capisca perché si passi senza soluzione di continuità da una narrazione al presente ad una al passato nei capitoli ambientati ai giorni nostri: bisognerebbe leggere l’edizione originale per scoprire se si tratta di un errore di traduzione o di una precisa scelta dell’autrice, ma, sinceramente, non mi interessa neanche approfondire la questione.
In conclusione, dunque, niente di troppo complicato, ma da cui mi aspettavo molto di più.

 

Voto: 2.5/5

Your name., di Makoto Shinkai

Titolo originale: Kimi no na wa (君の名は。)
Titolo inglese: Your name.
Nazionalità: Giapponese
Storia: Makoto Shinkai
Casa Editrice: Kadokawa Shoten
Casa editrice italiana: Jpop
Genere: Drammatico, Romantico, Soprannaturale
Anno: 2016
Volumi: 1
Stato in patria: Completato
Stato in Italia: Completato
Pagine: 192
ISBN: 9788868839796

Trama: Mitsuha, una ragazza di provincia, e Taki, giovane di Tokyo, sconosciuti entrambi delusi dalle loro quotidianità, si ritrovano un giorno a vivere in sogno una la vita dell’altro. Lasciandosi dei messaggi per il “risveglio” inizieranno a comunicare e a conoscersi, cercando di capire la loro strana relazione e il legame che li unisce e si rafforza notte dopo notte, sogno dopo sogno, mentre incombe il passaggio di una misteriosa cometa…
Una storia per tutti a cui è impossibile rimanere indifferenti, capace su carta come sullo schermo di danzare sul filo del reale, del sogno e del soprannaturale e di farci entrare nelle vite dei suoi protagonisti. (dal sito dell’editore).

Recensione: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” scrisse J. D. Salinger ne Il giovane Holden. È esattamente la sensazione che ho provato quando ho terminato la lettura di questo romanzo.
Quando ho visto il film, mi sono approcciata alla storia senza aver visto neanche il trailer. Non sapevo assolutamente nulla della trama e, in questo modo, sono riuscita a godermelo fino in fondo e ad amarlo profondamente.
Nel momento in cui ho aperto il romanzo, invece, sono stata assalita dai dubbi: non è che il film mi era piaciuto così tanto proprio perché l’avevo visto completamente ignara di tutto? E se invece, proprio perché conosco la trama, il romanzo non dovesse piacermi?
Così, ho immaginato che a leggerlo non fossi io, ma qualcuno che non conosceva affatto la storia e, soprattutto, non aveva mai sentito parlare di questo titolo.
All’inizio, è stato davvero emozionante provare a leggere su due binari; poi, però, ho lasciato perdere, perché i miei dubbi sul fatto che potesse ugualmente piacermi sono stati letteralmente spazzati via dallo scorrere degli eventi.
È difficile spiegare come sia possibile, ma, durante la lettura, sono riuscita a provare le stesse, identiche sensazioni che mi hanno attraversata durante la visione: ho riso tantissimo, all’inizio, e ho provato lo stesso tuffo al cuore che avvertii la prima volta, quando Taki scopre finalmente la verità; nonostante già sapessi a cosa andavo incontro, ho temuto ugualmente che i nostri amici non ce la facessero e mi sono arrabbiata di nuovo con chi non ci credeva.
Ma non solo: nella postfazione Shinkai precisa che nel romanzo ci sono alcuni elementi che, ovviamente, mancano rispetto alla versione animata: i disegni, certo, ma anche le musiche, che sono essenziali per il film, oltre ad alcuni particolari che nella controparte stampata spiegano molto meglio la vicenda (e che risolvono alcuni dei dubbi che mi erano rimasti); le due versioni, secondo l’autore, si completano.
E ha ragione: non so se, leggendo prima il romanzo, come faccio di solito, avrei notato quei dettagli che invece mi sono saltati subito all’occhio; sicuramente, però, non avrei visto i luoghi attraverso il ricordo degli scenari meravigliosi dipinti dall’autore o immaginato i due protagonisti così bene o sentito, nella mia testa, le musiche della colonna sonora del film.
Per me, leggere questo romanzo, è stato come rivedere il film ancora una volta.
Lo stile, per chi non è avvezzo alla lettura delle light novel, potrebbe sembrare un po’ semplice, cosa che, in effetti, rispetto ad altri autori e ad altri generi, è; eppure, sarà che sono una grande lettrice di questa tipologia di romanzo, sarà che adoro a prescindere la storia (quindi, sì, non faccio testo), sarà che la versione filmica ripaga la mancanza di descrizioni estremamente dettagliate, sarà quello che vi pare, ma a me è piaciuto moltissimo così com’è.
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Voto: 5/5