Quattro tazze di tempesta, di Federica Brunini

Titolo italiano: Quattro tazze di tempesta
Autore: Federica Brunini
Casa editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 224
Genere: Introspettivo, Amicizia
ISBN: 9788807031878

Trama: Viola vive in un paesino del Sud della Francia, in una grande casa che divide con la sua cagnolina Chai. Ha un negozio di tè provenienti da tutto il mondo. La sua passione è trovare la miscela giusta per le emozioni di ogni cliente e inventare ricette gourmandes a base di tè. C’è un infuso per ogni stato d’animo, e lei li conosce tutti: strappa-sorrisi, leva-paura, antimalinconia, sveglia-passione, porta-gioia, tè abbraccio…
Per il suo compleanno, Viola raduna sempre a La Calmette le sue tre amiche storiche per un rendez-vous a base di chiacchiere, relax, bagni di sole e profumo di lavanda.
Quest’anno, però, è diverso. Nonostante la gioia di rivedere le amiche, Viola è tormentata dal dolore per la morte del marito. Mavi, l’unica mamma del gruppo, è perennemente stressata. Chantal, insegnante di yoga in cerca del suo posto nel mondo, è insicura del compagno, molto più giovane di lei. E Alberta, un architetto in carriera, è distante, troppo presa dal lavoro e da un nuovo, misterioso amore.
Nessuna delle quattro donne sembra essere la stessa che le altre conoscono, o credono di conoscere. Ognuna cova dentro di sé un’inaspettata inquietudine, che monta di ora in ora come una tempesta fino a scoppiare all’improvviso davanti alla torta di compleanno di Viola e alla sua ignara assistente Azalée.
Tra illusioni e delusioni, rimpianti e rivincite, lacrime e risate, le quattro donne si confronteranno con i loro sogni di ragazzine e le realizzazioni più o meno mancate dell’età adulta. E attraverseranno la tempesta per uscirne trasformate e più forti.

Recensione: Mi dispiace dare un voto così basso a questo romanzo, visto che si tratta di un regalo da parte di una cara amica. Tuttavia, non posso fare altrimenti, perché, a conti fatti, non mi è piaciuto. E dire che dalla quarta di copertina non l’avevo trovato male. O meglio, non l’avevo trovato così malvagio. Fin dalle prime parole, infatti, avevo capito dove sarebbe andato a parare: quattro amiche di vecchia data si rivedono per il compleanno di una di loro. Ognuna di loro ha però qualcosa che la rode dentro e che viene fuori in un momento ben preciso, rischiando di rovinare un rapporto così stretto; tuttavia l’amicizia che le lega è più forte della tempesta e il loro rapporto ne uscirà ancora più rafforzato (no, non temete, non ho spoilerato nulla, ci ha già pensato la quarta di copertina).
Chiariamo subito: queste promesse non verranno assolutamente disattese, e a me sta bene così: in un mondo come il nostro, dove l’amicizia ormai pare non esista più e dove ognuno pensa egoisticamente a se stesso, leggere un libro che invece ha un finale positivo ti fa ancora sperare che anche nel mondo reale le cose possano andare in questo modo. Anche se la trama non è proprio originalissima.

Ciò che non mi è piaciuto è il modo in cui questo romanzo viene raccontato. Tanto per cominciare, le protagoniste. Sinceramente, non sono riuscita ad affezionarmi a nessuna di loro, anzi, se le conoscessi davvero, le mollerei dopo cinque minuti. Sì, perché, per quanto mi riguarda, la grande pecca di questo romanzo è quella di perdersi nella descrizione delle loro inquietudini.
Ora, ognuno di noi ha qualcosa che lo turba; può essere il lavoro che manca, la famiglia, un amore non corrisposto, una malattia, quello che volete. È umano. Ma… avete presente quando una persona vuole sfogarsi e voi prima l’ascoltate partecipi, poi, dopo la prima, la seconda, la terza, la trilionesima volta che vi parla dello stesso problema, volete solo che la pianti, perché, beh, non ce la fate più? Non è cattiveria, è che tutti stiamo male, tutti abbiamo problemi, ma una cosa è sfogarsi, un’altra subissare l’altro con i propri problemi. Bene, leggendo questo romanzo ho provato la stessa sensazione di fastidio. Anche Viola, quella che all’inizio ha attirato più le mie simpatie, per via della sua situazione – piuttosto tragica, in verità – alla fine diventa pesante come le altre. Certo, la si può capire, visto quello che le è successo, ma il punto è proprio quello: arrivare a non sopportare un personaggio che dovrebbe suscitare partecipazione e pietà non è bello. Ad un certo punto, infatti, mi sono trovata a pensare “E basta!”. Il fatto che la storia sia ambientata in una zona sperduta della Francia, non ha certo aiutato, perché i personaggi secondari sono molto pochi e poco presenti, qundi la vicenda si concentra sulle quattro amiche. Certo, nella seconda parte, quella dopo “la grande esplosione” la situazione migliora un po’, perché si affacciano nuovi personaggi e si verificano più eventi, ma, ugualmente, ho trovato tutto piuttosto noioso.
Anche il finale non mi ha entusiasmata più di tanto: esattamente, cosa ha spinto Viola a telefonare a Charles? Le amiche? Non mi pare. Le tazze da tè? Probabilmente. Ma allora a che è servito il romanzo se bastava una scena che non c’entrava niente con le altre amiche?

La mia avversione verso questo romanzo probabilmente dipende dal fatto che è proprio il modo di narrare che non mi è piaciuto. Per esempio, ho trovato i dialoghi mal costruiti: sciatti e inutili nella prima parte (praticamente, se fossero state zitte, sarebbe stato lo stesso), falsi nella seconda; un po’ come quando, in una pièce teatrale, noti che quel dialogo potrebbe funzionare solo sul palcoscenico ma mai nella realtà, perché nessuno parlerebbe mai così nel mondo reale. Per non parlare poi di alcune scelte, come quella di chiamare il figlio di Mavi “l’Erede”, esplicitando il suo nome solo una volta, non solo nelle conversazioni della donna, ma anche nei suoi pensieri. Certo, potrebbe essere considerato come un modo per far capire che per Mavi il fatto di avere un figlio è qualcosa che, per quanto la renda felice, la fa sentire ormai prigioniera del suo ruolo, ma una simile interpretazione funzionerebbe se ne parlasse solo lei in questi termini, e invece usano queste espressione anche le sue amiche. E poi, erede di che? Mica è un principe ereditario o devono parlare in codice perché il bambino potrebbe subire un attentato da un momento all’altro!
Un altro elemento che ho trovato fastidioso è la presenza di cibi francesi che vengono inseriti come se tutti conoscessimo la cucina francese e sapessimo di che diavolo sta parlando. Se per i vari té nominati, nella parte finale del libro, c’è un piccolo breviario sulla loro origine e utilizzo (utile per chi, come me, odia abbastanza il té e non ne capisce niente), per quanto riguarda il cibo non abbiamo lo stesso aiuto e, soprattutto nella prima parte, ci troviamo di fronte a una sequela di piatti che al lettore medio non vogliono dire assolutamente nulla: insomma, avrebbe potuto nominare pietanze preparate da chef o parolacce, sarebbe stato lo stesso. E se c’è una cosa che odio è non riuscire a visualizzare nella mente quello che leggo, foss’anche una tavola imbandita.
In sintesi, si tratta di una lettura carina, ma che poteva essere resa in modo decisamente migliore.

Voto: 2/5

Le quattro casalinghe di Tokyo, di Natsuo Kirino

Titolo italiano: Le quattro casalinghe di Tokyo
Titolo originale: Out (アウト)
Autore: Natsuo Kirino
Traduttore: Lydia Origlia
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2008
Pagine: 652
Genere: Letteratura giapponese, Noir, Thriller, Introspettivo
ISBN: 9788854503229

Trama: Nel turno di notte di una fabbrica lavorano quattro amiche logorate dalla vita casalinga e coniugale. Il loro sistema nervoso è sottoposto a una continua tensione. La prima a cedere è la più giovane, la graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare. Una notte, in un impeto di rabbia, strozza con una cintura il marito, tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato tutti i risparmi con una ragazza cinese abbordata in un bar. Yayoi chiede aiuto a Masako, l’amica più intelligente e coraggiosa, che a sua volta coinvolge Yoshie, una donna angariata da una figlia adolescente capricciosa e da una suocera invalida.

Recensione: Ho trovato molte difficoltà nello scrivere questa recensione e nel dare un voto a questo romanzo, perché, diciamolo subito, non si tratta di una lettura semplice. Con questo non voglio dire che non scorra, anzi: le pagine filano via che è una bellezza e in pochi tratti ci si ritrova completamente catturati dalle vicende di Masako-san e delle altre tre compagne protagoniste di questo romanzo.
No, la difficoltà di questa lettura sta proprio nello sviluppo quasi grottesco della storia e dell’evoluzione (o involuzione?) dei personaggi che compaiono sulla scena.
Dopo essere stati abituati al tocco delicato di Banana Yoshimoto e alle vicende tra il sogno e la realtà, tipiche dei romanzi di Murakami, ecco che Natsuo Kirino ci presenta un Giappone completamente diverso. È il Giappone ancora patriarcale e sessista che, nonostante le tante migliorie legislative, risente ancora di quella mentalità retrograda, dura a morire; è un posto dove le donne, soprattutto le casalinghe e madri di famiglia, non possono più pensare di costruirsi una carriera, ma devono cercare di barcamenarsi come possono, tra marito, figli e un lavoro brutto e pesante, che, però, almeno le consente di poter contribuire ai bisogni finanziari della propria famiglia.
Le quattro donne protagoniste di questo romanzo, all’inizio, hanno in comune tra loro solo il luogo in cui lavorano e, appunto, il loro essere casalinghe, perché, per il resto, sono diversissime: Masako – la vera e propria protagonista, tra le quattro – è una donna forte e risoluta che, nonostante un marito assente dal punto di vista affettivo e un figlio adolescente che non le parla più, cerca di non farsi piegare dalla vita; Yayoi, invece, la più dolce e remissiva, è legata a un marito che si è innamorato di un’accompagnatrice e scialacqua tutti i soldi per giocare a baccarat; Yoshie, chiamata da tutti la maestra, è una vedova che deve occuparsi non solo della figlia adolescente che se ne frega degli sforzi materni, ma anche di una suocera che non può più muoversi; infine, c’è Kuniko, egoista e invidiosa, abbandonata dal compagno che le ha portato via tutti i risparmi.
Un giorno, però, Yayoi, spinta dalla rabbia, uccide il marito e chiede a Masako di aiutarla a sbarazzarsi del cadavere; Masako, a sua volta, chiede aiuto a Yoshie e, per una serie di coincidenze, anche Kuniko finisce per essere coinvolta nel misfatto.
Ciò che adesso lega le quattro donne è qualcosa che va oltre l’amicizia o il fatto di essere colleghe; è la consapevolezza di aver ucciso un uomo, di averlo dissezionato pezzo per pezzo e di averlo buttato via, come se fosse spazzatura. Ciascuna delle quattro donne, pur dovendo continuare a vivere la propria vita apparentemente come se nulla fosse successo – a parte la moglie del defunto – adesso deve convivere con qualcosa che nulla c’entra con il pentimento o la colpa, ma che risiede ancora più in fondo all’anima: quella parte oscura che noi tutti abbiamo e che, nel loro caso, è venuta fuori in un modo inaspettato e inquietante.
C’è qualcosa di oscuro, in questo romanzo, qualcosa che ti trascina giù con sé. Per quanto il delitto sia efferato – e, credetemi, la descrizione della maciullazione dell’uomo è ricca di particolari – per quanto, in condizioni normali, una persona guarderebbe sinceramente schifata le quattro casalinghe e le vorrebbe in galera, alla fine si finisce quasi per accettarle e capirle (so che questo pensiero suona inquietante, ma, credetemi, non ho alcuna intenzione di giustificare un simile reato, né di iniziare ad emulare ‘ste tipe); anzi, quando a Masako viene proposto di eliminare cadaveri come lavoro, non ci si stupisce affatto della sua decisione di accettare, anzi la si considera come unica possibile.
La vicenda, quindi, si evolve in un modo inatteso, portando sulla scena nuovi, inquietanti personaggi che renderanno la vicenda più sconvolgente di quanto già non fosse all’inizio e si affonda giù, sempre più
giù, in una palude buia dove la luce del sole quasi non arriva.
Non nego che abbia trovato alcuni punti del romanzo piuttosto noiosi e un po’ ripetitivi, e alcuni personaggi anche piuttosto inutili; eppure, a pensarci ora, forse è proprio quello il motivo per cui, alla fine, il romanzo mi è piaciuto: è come se quelle ripetizioni, quelle apparizioni inconsistenti siano servite a guidarci ancora meglio verso il lato oscuro dei personaggi, quasi come se, prendendoci per mano e spiegandoci di nuovo, con pazienza, con un punto di vista diverso, quel che è successo, riescano a convincerci meglio di quello che sono diventati o hanno intenzione di fare.
Il finale, poi, non si può definire né positivo né negativo, ma suona in qualche modo giusto. tutti i vari personaggi, nel bene o nel male, ricevono quello che meritano, come una sorta di premio o punizione che nulla ha anche fare con la giustizia umana né divina.
Una lettura oscura e inquietante, che può affascinare, ma anche spaventare e schifare; indubbiamente molto particolare, ma che consiglio solo a chi non si impressiona molto facilmente.

Voto: 4.5/5

Nel silenzio parlami ancora, di Antonella e Franco Caprio

Titolo: Nel silenzio parlami ancora
Autore: Antonella e Franco Caprio
Casa editrice: Besa
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 172
Genere: Narrativa, Storico, Introspettivo, Seconda Guerra Mondiale, Resistenza, Donne
ISBN: 9788849710502

Trama: Al tramonto della sua vita, Rina decide di ritornare nel luogo che ha segnato la sua esistenza: il carcere Le Nuove di Torino. Qui, nel silenzio rumoroso di una cella pregna del vissuto di tante donne come lei, si concretizza uno strano incontro che la induce a fare i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi. In questa cella, che oltre mezzo secolo prima ha visto Rina sua ospite, si apre l’album dei ricordi: ne emergono l’amore adolescenziale per Giacomo, ribelle antifascista; l’esperienza come staffetta partigiana; le torture subite; i sogni di moglie, madre e donna libera infranti contro le mura di una galera.
Il misterioso personaggio che incontrerà nella cella offrirà a Rina una diversa chiave di lettura del suo passato, un diverso “cammino” che le permetterà di riconciliarsi con se stessa, di liberarsi del dolore che l’ha tenuta prigioniera troppo a lungo per riappropriarsi del poco futuro che le resta da vivere.
Un romanzo intimistico che dà voce al silenzio. Una storia struggente e cruda, dolce e spietata che narra l’avventura di una donna e di una partigiana imbrigliata dal senso di colpa nei ricordi più dolorosi, fino a quando non deciderà di dare ascolto a quella parte di sé che ha sempre ignorato.

Recensione: Ho avuto il piacere di conoscere i fratelli Caprio per un motivo molto, molto banale: omonimia. Probabilmente, non avrei avuto la stessa fortuna se avessimo avuto cognomi diversi, ma, per fortuna, con i se e con i ma non si va da nessuna parte.
Fortuna, sì, perché ho letto tutti e tre i romanzi pubblicati dai due fratelli e li ho trovati tutti belli e appassionanti, nonostante siano completamente diversi tra loro per temi e genere. Tre opere validissime che consiglio a tutti di leggere.

Nel silenzio parlami ancora è un romanzo che racchiude in sé così tante sfaccettature che è difficile riuscire a coglierle tutte e a spiegarle senza risultare banale o ridondante: c’è la storia di Rina, una donna che, da giovane, è stata una staffetta nella guerra partigiana – figura ancora poco analizzata dai libri di storia e dalla letteratura (anche se, fortunatamente, molte antologie hanno iniziato a inserire, tra le proprie letture, stralci de L’Agnese va a morire di Renata Viganò, romanzo che vede protagonista un’altra donna partigiana) – che finisce per essere tradita e incarcerata; c’è la guerra partigiana, raccontata attraverso gli occhi di una donna diversa da quelle che s’imbarcavano in questa pericolosa avventura, perché Rina non diventa staffetta per un ideale, ma, all’inizio, solo per amore; c’è un paese, chiuso e gretto, che segue le leggi fasciste non tanto perché ci crede davvero, quanto perché ci sono loro al potere e quindi “non ci si vuole creare problemi”; c’è il primo periodo del dopoguerra, dove anche i partigiani commettono le stesse atrocità che avevano criticato nel regime; c’è una fede che va e che viene, perché, dopo tutto quello che Rina ha vissuto sulla propria pelle, è difficile per lei credere che ci sia davvero un Dio.

Anche la struttura del romanzo è particolare: i vari capitoli, infatti, sono narrati alternativamente da Rina, la protagonista che racconta la sua vita, e da un’altra persona, “l’Altro”, che riporta gli stessi eventi narrati dalla protagonista da un’ottica diversa: le drammatiche vicende vissute da Rina vengono, pezzo per pezzo, rivisitate con uno sguardo nuovo, più aperto e critico, dimostrandoci come la verità non stia mai solo da una parte, nonostante noi, consapevolmente o meno, preferiamo vederla solo con i nostri paraocchi. E alla fine, dopo tanto dolore, dopo tanta rabbia – verso il mondo, verso chi l’ha tradita invece di proteggerla, verso se stessa, per gli errori commessi – anche Rina impara a vederla, quella verità, e arriva il momento in cui, nel silenzio della cella in cui era stata rinchiusa durante la guerra e che ora, dopo tanti anni, torna a visitare, si svolge il dialogo più importante e difficile: quello con se stessa, in una delle pagine più belle che abbia mai letto e che non ha nulla da invidiare a quelle che la tradizione dialogica ci ha per secoli regalato, dai dialoghi presenti nelle tragedie dell’antica Grecia a Pavese.

Lo stile dei due fratelli è semplicemente meraviglioso: nonostante vengano descritti eventi storici, i personaggi non sono didascalici, non salgono su una cattedra per farci una lezioncina, ma impariamo a conoscere il contesto semplicemente ascoltando la loro vicenda. Anche i personaggi secondari, quelli che hanno voce solo attraverso le descrizioni di Rina e dell’Altro, appaiono vividi ai nostri occhi, escono dallo sfondo di una narrazione terza per farsi conoscere e apprezzare dal lettore. Inoltre, sebbene utilizzino un linguaggio più arcaico rispetto a quello cui siamo abituati, per adattarsi ai tempi che vengono raccontati, esso non risulta né noioso né pedante, ma sembra quasi di vederli, quei luoghi che vengono descritti, e di sentire quei suoni. Era da tanto che non leggevo un romanzo così stilisticamente perfetto, senza refusi né sbavature, bello anche dal punto di vista editoriale, intenso, pieno, ma, al contempo, chiaro e leggero.

Una lettura, questa, come quella dei romanzi precedenti, che consiglio davvero a tutti.

Voto: 4/5