Lo strano caso dell’apprendista libraia, di Deborah Meyler

Titolo italiano: Lo strano caso dell’apprendista libraia
Titolo originale: The bookstore
Autore: Deborah Meyler
Traduttore: Claudia Marseguerra
Casa editrice: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 348
Genere: Narrativa, Romantico, Chick lit
ISBN: 9788811682448

Trama: Esme ama ogni angolo di New York e soprattutto il suo posto speciale: The Owl, la piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon amasse passare pomeriggi d’inverno. Un luogo che può nascondere insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway. Tra quei vecchi e polverosi scaffali Esme si sente felice. Ed è lì che il destino ha deciso di sorriderle. Sulla vetrina della libreria è appeso un cartello: cercasi libraia. E’ l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perchè a soli ventitrè anni è incinta e non sa cosa fare:il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. La più grande passione di Esme è la lettura, ma non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Eppure ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo, Linda che ha un consiglio per tutti, David e il suo sogno di fare l’attore. E poi c’è Luke timido e taciturno che comunica con lei con la sua musica, con le note della sua chitarra. Sono loro ad insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell scopre del bambino e vuole tornare da lei…

Recensione:
ATTENZIONE: spoiler!
Era da un po’ che non leggevo un libro orribile come questo. Mi spiace dirlo, perché, anche se non sono capolavori, anche se sono scontatissimi, i romanzi ambientati in libreria hanno il pregio di farmi venire una gran voglia di diventare una libraia.
L’unica cosa che questa lettura ha tirato fuori, invece, è il mio istinto omicida.
Tanto per cominciare, farei fuori chi ha scelto questo titolo per l’edizione italiana. D’accordo, l’avevo capito da sola che “caso” non voleva dire che un’aspirante libraia era stata trovata assassinata e che i colleghi, tra la vendita di un romanzo e un manuale di cucina, avrebbero cercato l’assassino, novelli Poirot; il sottotitolo spiegava chiaramente che si sarebbe trattato di una storia d’amore: la tizia, incinta e lasciata dal fidanzato, avrebbe superato le proprie difficoltà grazie ai libri e ai suoi nuovi colleghi.
Bene, non succede niente di tutto ciò: la protagonista sì viene lasciata, ma il tizio, una volta scoperta che era incinta e aver cercato di farla abortire (!), decide di tornare con lei e sposarsi; che poi le cose non vadano proprio così, è un dettaglio. Inoltre, la libreria non fa proprio niente, a parte farle mettere un po’ di soldi da parte; neanche i colleghi sono molto più utili (a parte Luke, su cui ritorneremo dopo); certo, sono dei personaggi simpatici, certo, George l’accompagna all’ospedale al momento del parto, ma tutto qui.
In poche parole, chiunque si sia occupato dell’edizione italiana di questo romanzo ha voluto prendere in giro i lettori, perché, evidentemente, sapeva che nessuno l’avrebbe mai acquistato. Io, invece, mi chiedo come un editore abbia proprio deciso di pubblicarlo. Anche il traduttore, probabilmente, aveva capito che questo titolo non meritava alcuna attenzione, perché ho trovato forme italiane davvero imbarazzanti, che si usano a mala pena in dialetto; potrei menare qualcuno per molto meno. Inoltre, certi dialoghi a me sono sembrati proprio senza senso, ma su questo punto non so se sia colpa del traduttore o dell’autrice (e, visto il resto, la seconda ipotesi è comunque molto probabile).

Ma torniamo alla nostra aspirante libraia per capire qual è esattamente il problema di questo libro. Esme, da poco arrivata a New York dalla piovosa Inghilterra per conseguire un dottorato in storia dell’arte, incontra un tizio fighissimo – e ovviamente ricchissimo – del quale si innamora (a me invece pare che lui sia interessato solo a fare altro, più che all’amore, ma lasciamo stare, per adesso). Dopo poche settimane di intensa e struggente storia di let- ehm, amore, lei si scopre incinta. All’inizio, lei non vuole tenere il bambino: insomma, è andata lì per farsi una carriera (e giustamente hai rapporti non protetti. Ma è stato uno solo!, pensa lei. Bella, lo sai come nascono i bambini, vero?), e poi lui non conosce ancora bene, anche se lo ama tantissimo (sì, soprassediamo, è meglio)! Alla fine, comunque, decide di tenerlo; lo dice al padre che prima pensa che lo stia lasciando (per il fatto che lei gli ha detto “Ti devo parlare di una cosa” – so cosa state pensando, e vi capisco), quindi decide di lasciarla per primo (che cosa geniale!); poi, giorni dopo, quando viene a sapere la verità, cerca di convincerla ad abortire, dopo essersela portata a letto per “addolcirsela”. Che brav’uomo, eh! Comunque, alla fine lui si riprende e dice che il bambino lo vuole e, quindi, le dà un anello di fidanzamento.
Vi posso assicurare che non sto esagerando e che, anzi, sono stata anche parca di episodi in cui l’avrei preso a mazzate con le mie mani. Ma lei, ovviamente, non nota nulla di strano in tutto questo, lo ama, e nonostante gli innumerevoli esempi che le dimostrano quanto sia un idiota, depravato, viziato e mi fermo qui, vuole stare con lui. Naturalmente, a nessuno piace: né alla sua migliore amica lesbica (almeno credo, perché l’autrice non è neanche capace di farci capire se Stella sia davvero lesbica o se la gente pensa che lo sia), né ai dipendenti della libreria in cui lei ha iniziato a lavorare quando lui l’ha piantata perché, ehi, un bimbo ha bisogno di soldi per essere cresciuto, e la borsa di studio non contempla pargoli (libreria che a Mitchell, ovviamente, non piace, perché è brutta e sporca. E poi adesso i libri si trovano su internet!), né alla sottoscritta. Ho sperato per pagine e pagine che si lasciassero: che magari lo beccasse con un’altra, che i genitori di lui intervenissero con la forza (e a un certo punto, sembra che loro lo facciano davvero), che lei semplicemente capisse quanto fosse idiota lui, e quando le propone una cosa a tre ci credo davvero… salvo poi leggere che lei si pente di aver rifiutato, perché, e se adesso ce l’ha con me? No, c’è bisogno davvero di commentare?
Dicevo, ho sperato per capitoli che finalmente a lei si accendesse la famosa lampadina, quando all’improvviso, lui se ne esce con un ragionamento che pressapoco possiamo riassumere con “Sai, all’università avevo due amici, eravamo inseparabili, ma alla fine un giorno mi resi conto che con loro mi annoiavo, quindi li abbandonai mentre eravamo in vacanza insieme e da allora non li ho più visti. Adesso provo la stessa cosa per te. Il bambino? Non m’interessa più, tanto ci sono gli avvocati, no?”.
Basta.
Dopo aver deciso, pochi giorni prima, di sposarsi prima della nascita. Dopo aver fatto tanto il geloso perché lei andava d’accordo con Luke, un dipendente della libreria suo coetaneo.
All’inizio ho pensato che ci fosse per forza un motivo, che, boh, fosse colpa di un oscuro passato, di un trauma mai superato (visto e rivisto, ma almeno ci sarebbe una risposta logica), dei genitori, degli alieni, di qualcuno o qualcosa, insomma, e che l’avremmo scoperto dopo. E invece no, è proprio tutto qui.
Come prego?
Se questo non dovesse bastare a spiegare il mio disgusto, va detto che lei continua ad amarlo. In pratica, anche dopo che lui l’ha trattata in quel modo, anche dopo che nasce la piccola. Non lo odia, soffre (ma va?), ma se lui le dicesse “In realtà ho capito di amarti, voglio tornare con te”, lei lo farebbe senza batter ciglio.
Esme, per tutta la durata del romanzo, non cresce: rimane la stupida che è rimasta incinta, che si è fatta lasciare e che è tornata da lui immediatamente.
E io questo non posso accettarlo. Non posso accettarlo come donna del XXI secolo e come lettrice. D’accordo, molte donne sono davvero così, ma questo è il punto. Io non voglio leggere la storia di una donna stupida che non impara niente dalla vita. Io sto leggendo un libro e quindi mi aspetto che lei cresca, soprattutto perché me l’avete fatto credere voi, che la libreria le serve proprio a questo. Ma quando mai?
E poi c’è Luke, il famoso commesso/amico/collega. Cotto di lei, lo capiamo tutti, tranne lei.
Durante la lettura spero che lei si innamori di lui o che lui si dichiari. E invece niente. A volte ho come la sensazione di essermi immaginata tutto, ma poi leggo alcune battute e no, non sono impazzita. Anche dopo che lei e Mitchell si lasciano, spero sempre in qualcosa da parte sua; invece no, non succede niente di niente. E allora perché? Perché farmi credere che lui sia interessato?
È come se l’autrice, ad un certo punto, si sia scocciata di scrivere e abbia voluto concludere il romanzo in tutta fretta; anche Stella, l’amica, appare e scompare, ma non serve a niente. E l’anello di fidanzamento, chiuso nella teiera, perché lei non sapeva ancora se stava facendo la cosa giusta? Si è perso per strada? L’ha lasciato lì? L’ha bevuto e non se n’è accorta?
In sintesi, questo libro rappresenta tutto ciò che un romanzo – soprattutto se ha la presunzione di essere d’amore – non deve essere.

Voto:  1/5 (e, potendo, darei anche meno)

Baciare uno sconosciuto a Central Park, di Katy Regan

Titolo italiano: Baciare uno sconosciuto a Central Park
Titolo originale: How we met
Autore: Katy Regan
Traduttore: I. Katerinov
Casa editrice: Fabbri Editori
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 397
Genere: Narrativa, Romantico, Chick-lit
ISBN: 9788891507198

Trama: COSE DA FARE PRIMA DEI TRENT’ANNI

1. Andare a letto con un misterioso straniero (se possibile, Javier Bardem).
2. Diventare la regina del mambo.
3. Usare tutte e otto le lettere dello Scarabeo in una sola parola! «Zizzania», per esempio, sarebbe eccellente.
4. Nuotare nuda nel mare all’alba.
5. Baciare uno sconosciuto a Central Park.

Quando Liv muore per il gruppo di amici rimasti tutto si ferma: niente più lunghe serate di chiacchiere, risate e mille sogni da realizzare, solo tanti sensi di colpa e la fatica di andare avanti come se nulla fosse. Anche se si conoscono dall’università, le loro vite hanno preso ormai strade diverse. Mia ha avuto un figlio da quello che doveva essere l’avventura di una sera; Melody e Norm vivono un matrimonio soffocante; Fraser ha abbandonato i sogni da rockstar per diventare tecnico del suono e Anna passa da un lavoro all’altro senza troppe prospettive. Ma quando a un anno dalla morte di Liv si ritrovano per ricordarla, Norm ha qualcosa da comunicare a tutti gli altri: ha trovato una lista con tutto ciò che l’amica avrebbe voluto fare prima di compiere trent’anni. Realizzare i suoi desideri diventa la loro missione. Ognuno di loro scoprirà qualcosa di sé, oltre che dell’amica scomparsa. E mentre vengono a galla segreti, vecchi rancori e incomprensioni, troveranno il modo di chiudere i conti con il passato e ricominciare finalmente a vivere. Una storia di sogni, amore e amicizia, che pagina dopo pagina ci trascina in un vortice di risate, lacrime, nostalgia, rimpianti e commozione. Perché tutti noi abbiamo in un cassetto la nostra personale lista di cose da fare prima dei trent’anni…

 

Recensione: Quando ho scorso la mia lista di libri da leggere e mi sono ritrovata questo titolo tra le mani, il mio primo pensiero è stato: che diavolo mi sono fumata quando ho scelto un libro con un titolo del genere? Poi, facendo mente locale, mi sono finalmente ricordata: How we met mi aveva attirato per la trama. Per ricordare Liv, la loro amica scomparsa a soli ventotto anni, i suoi cinque migliori amici decidono di realizzare i venti desideri che lei aveva scritto su una lista di cose da fare prima dei trent’anni, poi persa chissà dove e ritrovata da Norm. Si tratta di attività di tutti i tipi dall’imparare una lingua straniera, all’iscriversi a un corso di mambo a, appunto, baciare uno sconosciuto a Central Park.
Donde il titolo italiano del libro.

Ora, una piccola parentesi. Io vorrei capire esattamente che problemi hanno a coloro che decidono di scegliere di stravolgere i titoli originali, regalandoci sempre delle perle. Per colpa di questa gente ho letto le migliori schifezze e, sono sicura, mi sono persa un sacco di buoni titoli (e le quarte di copertina non è che aiutino molto). Qualcuno potrebbe pensare che il famigerato bacio a Central Park potrebbe essere un punto importante della lista, che determina il futuro dei personaggi, ma no, signori: non solo è un punto anonimissimo della famosa lista, ma vi spoilero volentieri che non c’è nessuna scena in cui uno dei personaggi si reca a Central Park per baciare chicchessia. L’unica cosa che questo titolo lascia intuire è che si tratta di una storia d’amore. E ci sta, in fondo, ma non del tutto: questa, come ci ha tenuto a spiegare l’autrice nei ringraziamenti, nel caso non l’avessimo intuito dalla dedica, è una storia di amicizia – con rivolti romantici, ne convengo.

Ma torniamo alla storia. Non è stata una brutta lettura, devo ammetterlo, ma non è stato neanche chissà che capolavoro. Dei cinque amici sopravvissuti, l’azione si concentra per lo più su Fraser e Mia e sulle loro vite parecchio incasinate (non che quelle degli altri siano da meno, comunque); ognuno sta cercando di elaborare il lutto a modo proprio e, al contempo, di vivere la propria vita, con scarsi, scarsissimi risultati. Se questo punto gioca molto a favore di questo libro, dall’altro è il modo in cui tutto ciò viene vissuto che mi disturba alquanto.
Ciò che più mi ha infastidito, infatti, è il ruolo che l’alcol gioca in questa storia. Ok, so perfettamente che gli inglesi bevono molto più di noi, ma io non credo che i quasi trentenni di Sua Maestà si comportino davvero tutti come questi qui: non c’è una pagina in cui i cinque non siano ubriachi o brilli; se contassimo le volte in cui “alcol”, “ubriaco” et similia vengono usati, probabilmente, scopriremmo che queste parole ricoprono oltre il 50% dei termini che compongono questo libro. Ora, ripeto, fossero ragazzini lo capirei pure, ma il fatto che a trent’anni questi continuino a ubriacarsi come se non ci fosse un domani e pensino così di risolvere i propri problemi, mi urta profondamente. Tra l’altro, la loro amica è morta precipitando da una terrazza perché era ubriaca fradicia: come minimo, se succedesse ad una persona a me così cara, non toccherei più una goccia di alcol in vita mia per lo shock. E va bene che ognuno reagisce al dolore in modo diverso, ma… cavolo, mi sentivo brilla anche solo leggendo! Ma poi, con tutto l’alcol (e le droghe, in alcuni casi) che hanno ingerito per anni (nella storia ci sono capitoli dedicati al passato dei personaggi e a come si sono evoluti i loro rapporti, e anche allora non facevano che bere), io non riesco a capacitarmi che siano davvero arrivati a trent’anni con il fegato integro.

A parte questo, il libro non è stato bruttissimo: ci sono state anche scene molto divertenti e in alcuni momenti è risultato anche commovente (soprattutto quando ricordano l’amica morta); anche lo stile è leggero e scorrevole, nonostante non capisca perché si passi senza soluzione di continuità da una narrazione al presente ad una al passato nei capitoli ambientati ai giorni nostri: bisognerebbe leggere l’edizione originale per scoprire se si tratta di un errore di traduzione o di una precisa scelta dell’autrice, ma, sinceramente, non mi interessa neanche approfondire la questione.
In conclusione, dunque, niente di troppo complicato, ma da cui mi aspettavo molto di più.

 

Voto: 2.5/5