Titolo italiano: Quello che non uccide (Millennium 4)
Titolo originale: Det som inte dödar oss
Autore: David Lagercrantz
Traduttore:Katia De Marco, Laura Cangemi
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 503
Genere: Thriller
ISBN: 978-8831721998

Trama: Da qualche tempo Millennium non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all’immagine – e al morale – del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, genio dell’informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l’elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

Recensione: Dare un’opinione di questo romanzo, per quanto mi riguarda, è parecchio difficile.
Io sono una fan sfegatata della trilogia originale e quindi si può ben capire come abbia preso la notizia della pubblicazione di un seguito. Male, appunto. Ho cercato però di essere il più obiettiva possibile nel giudicarlo e, credetemi, non è stato semplice.
La mia lettura, quindi, si è basata su due piani: quello del romanzo come opera a se stante, e quello di “seguito”; di fanfiction, direi meglio.

Fatte queste premesse, devo dire che non è stato malaccio. Migliorabile – molto – ma non bruttissimo. Diciamo che non mi è venuta voglia di picchiare l’autore, ecco.
Ma partiamo dal fronte “seguito”/fanfiction.
Devo dire che mi aspettavo peggio. E invece i personaggi di Larsson sono stati trattati molto bene. Tuttavia, soprattutto all’inizio, ho notato quasi una sorta di timore nel muovere i personaggi: mentre, infatti, nella seconda parte sia Mikael che Lisbeth agiscono, nella prima parte, l’autore preferisce più raccontare cosa hanno fatto: non sono attori, ma spettatori delle loro azioni.
Ora, per quanto questa cosa mi abbia dato fastidio – Lisbeth è un personaggio che agisce, ed è proprio quando lo fa che la si ama – io capisco l’autore. Scrivo fanfiction anche io e, sebbene le mie opere siano solo create per puro diletto, comprendo che avere davanti dei personaggi non tuoi da gestire non sia affatto facile; anzi. Lisbeth, inoltre, è un personaggio forte e, credetemi, muovere qualcuno con una sì forte personalità non è affatto semplice. Aggiungiamoci pure il fatto che l’eredità che Lagercrantz ha raccolto non è cosa da nulla: c’è tutta una diatriba legale dietro, c’è la firma di Larsson, milioni e milioni di copie vendute… un’aspettativa altissima che è comunque un peso non indifferente da sopportare. È quindi abbastanza logico che l’autore si trovi più facilmente a muovere personaggi creati ex novo.

Tuttavia – e passiamo quindi al secondo piano della mia analisi dell’opera – se da una parte posso capire le sue reticenze, dall’altra non posso sorvolare sul suo modo di scrivere che ha, per quanto mi riguarda, delle pecche enormi. Voglio dire: io capisco voler dare informazioni sui personaggi, sul loro passato e sul loro modo di essere (lo faceva anche il tuo predecessore), ma c’è un limite a tutto. Tu mi puoi descrivere i protagonisti, ma non mi puoi scrivere una pagina e mezza sul tizio della palestra dove va Lisbeth ad allenarsi. Se tu ci metti una descrizione accurata di qualcuno o qualcosa, io penso che quel qualcuno o qualcosa avrà un suo perché. E invece no: se va bene, appaiono un’altra volta; altrimenti, boom!, scompaiono. Peggio ancora quando mi descrivi quei personaggi inutili che si trovano lì giusto perché devono esserci, ma poi non servono più: l’autista del taxi dove Lisbeth è salita, per esempio. Non me ne frega un accidenti se è un siriano che è sfuggito alla guerra. Cioè, mi spiace per lui, ma non me ne frega una mazza se qua stai descrivendo una fuga rocambolesca. O ancora, quando, parlando del killer precisa che “osserva la pistola che tra un po’ dovrà tirar fuori”. Ma va?! Sta lì, appostato, sappiamo già che usa la pistola, c’è bisogno di commentare l’ovvio?
Tutti questi elementi rallentano il racconto, e quando me li metti in un momento decisamente sbagliato – nel pieno di un’azione, per esempio – non aumenti il pathos; aumenti solo la mia voglia di picchiarti. Ma Dan Brown non ti ha insegnato niente?
Proprio restando in tema dello scrittore americano, anche Lagercrantz pare abbia quella che io definisco “La sindrome di Langdone”: ecco che qualunque cosa dica, qualunque scoperta faccia, ci deve fare un panegirico che non finisce più. Che mi sta bene – si tratta di concetti di matematica pura, Intelligenza artificiale, psicologia e crittografia che non è che tutti sanno – ma c’è un limite a tutto; tu devi darmi un’infarinatura perché possa capire che diavolo scrivi, non devi farmi arrivare a pensare di essere un’idiota perché ti ho perso per strada al secondo rigo. E, soprattutto, non mi devi conciliare il sonno.
Peccato, perché l’idea di base è ottima; anche l’inserimento di un ragazzino autistico dà un’impronta molto diversa a tutta la situazione. Ancora di più, ho apprezzato l’apparizione di Camilla, la sorella di Lisbeth, che diventa il nuovo nemico della ragazza. Non so se Larsson volesse rendere Camilla un personaggio simile, ma la spiegazione del suo essere in un certo modo è molto convincente e ci sta perfettamente.
Tuttavia, sebbene abbia ottime basi, secondo me l’autore ha messo troppa carne al fuoco: che bisogno c’era di ficcare in mezzo l’NSA? Avrebbe potuto spiegare alcune cose in modo diverso e dare più spazio all’NSA in un altro romanzo (che ci sarà, ne sono più che sicura; ho come il sospetto, anzi, che lui voglia portare a termine la decalogia pensata da Larsson).
Arriviamo al finale: molti romanzi si salvano qu oppure crollano in modo definitivo. Qui, invece, l’unico pensiero che ho avuto è stato: “Tutto qui?” Commovente la parte su Andrei, ma per il resto resta l’amaro in bocca: dov’è la vera azione? Sembra quasi che Lagercrantz abbia paura di osare, e non solo nel gestire i personaggi di Larsson, ma anche nelle scene d’azione, nella trama in sé. Coraggio, i personaggi sono abbastanza forti da sapersi muovere da soli e da sapere cosa fare. Credimi.

In conclusione: un romanzo che mi aspettavo fosse peggiore, ma che mi auguravo fosse migliore.
2.5/5 che scendono a 2 perché sei uno scrittore affermato, e certe uscite infelici posso tollerarle solo dai neofiti; tuttavia, spero di poter dare almeno un 3 al prossimo romanzo.

Voto: 2/5

Amo i libri, la scrittura, gli anime, i manga e le serie British. Bibliotecaria e archivista.