Quello che non uccide, di David Lagercrantz

Titolo italiano: Quello che non uccide (Millennium 4)
Titolo originale: Det som inte dödar oss
Autore: David Lagercrantz
Traduttore:Katia De Marco, Laura Cangemi
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 503
Genere: Thriller
ISBN: 978-8831721998

Trama: Da qualche tempo Millennium non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all’immagine – e al morale – del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, genio dell’informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l’elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

Recensione: Dare un’opinione di questo romanzo, per quanto mi riguarda, è parecchio difficile.
Io sono una fan sfegatata della trilogia originale e quindi si può ben capire come abbia preso la notizia della pubblicazione di un seguito. Male, appunto. Ho cercato però di essere il più obiettiva possibile nel giudicarlo e, credetemi, non è stato semplice.
La mia lettura, quindi, si è basata su due piani: quello del romanzo come opera a se stante, e quello di “seguito”; di fanfiction, direi meglio.

Fatte queste premesse, devo dire che non è stato malaccio. Migliorabile – molto – ma non bruttissimo. Diciamo che non mi è venuta voglia di picchiare l’autore, ecco.
Ma partiamo dal fronte “seguito”/fanfiction.
Devo dire che mi aspettavo peggio. E invece i personaggi di Larsson sono stati trattati molto bene. Tuttavia, soprattutto all’inizio, ho notato quasi una sorta di timore nel muovere i personaggi: mentre, infatti, nella seconda parte sia Mikael che Lisbeth agiscono, nella prima parte, l’autore preferisce più raccontare cosa hanno fatto: non sono attori, ma spettatori delle loro azioni.
Ora, per quanto questa cosa mi abbia dato fastidio – Lisbeth è un personaggio che agisce, ed è proprio quando lo fa che la si ama – io capisco l’autore. Scrivo fanfiction anche io e, sebbene le mie opere siano solo create per puro diletto, comprendo che avere davanti dei personaggi non tuoi da gestire non sia affatto facile; anzi. Lisbeth, inoltre, è un personaggio forte e, credetemi, muovere qualcuno con una sì forte personalità non è affatto semplice. Aggiungiamoci pure il fatto che l’eredità che Lagercrantz ha raccolto non è cosa da nulla: c’è tutta una diatriba legale dietro, c’è la firma di Larsson, milioni e milioni di copie vendute… un’aspettativa altissima che è comunque un peso non indifferente da sopportare. È quindi abbastanza logico che l’autore si trovi più facilmente a muovere personaggi creati ex novo.

Tuttavia – e passiamo quindi al secondo piano della mia analisi dell’opera – se da una parte posso capire le sue reticenze, dall’altra non posso sorvolare sul suo modo di scrivere che ha, per quanto mi riguarda, delle pecche enormi. Voglio dire: io capisco voler dare informazioni sui personaggi, sul loro passato e sul loro modo di essere (lo faceva anche il tuo predecessore), ma c’è un limite a tutto. Tu mi puoi descrivere i protagonisti, ma non mi puoi scrivere una pagina e mezza sul tizio della palestra dove va Lisbeth ad allenarsi. Se tu ci metti una descrizione accurata di qualcuno o qualcosa, io penso che quel qualcuno o qualcosa avrà un suo perché. E invece no: se va bene, appaiono un’altra volta; altrimenti, boom!, scompaiono. Peggio ancora quando mi descrivi quei personaggi inutili che si trovano lì giusto perché devono esserci, ma poi non servono più: l’autista del taxi dove Lisbeth è salita, per esempio. Non me ne frega un accidenti se è un siriano che è sfuggito alla guerra. Cioè, mi spiace per lui, ma non me ne frega una mazza se qua stai descrivendo una fuga rocambolesca. O ancora, quando, parlando del killer precisa che “osserva la pistola che tra un po’ dovrà tirar fuori”. Ma va?! Sta lì, appostato, sappiamo già che usa la pistola, c’è bisogno di commentare l’ovvio?
Tutti questi elementi rallentano il racconto, e quando me li metti in un momento decisamente sbagliato – nel pieno di un’azione, per esempio – non aumenti il pathos; aumenti solo la mia voglia di picchiarti. Ma Dan Brown non ti ha insegnato niente?
Proprio restando in tema dello scrittore americano, anche Lagercrantz pare abbia quella che io definisco “La sindrome di Langdone”: ecco che qualunque cosa dica, qualunque scoperta faccia, ci deve fare un panegirico che non finisce più. Che mi sta bene – si tratta di concetti di matematica pura, Intelligenza artificiale, psicologia e crittografia che non è che tutti sanno – ma c’è un limite a tutto; tu devi darmi un’infarinatura perché possa capire che diavolo scrivi, non devi farmi arrivare a pensare di essere un’idiota perché ti ho perso per strada al secondo rigo. E, soprattutto, non mi devi conciliare il sonno.
Peccato, perché l’idea di base è ottima; anche l’inserimento di un ragazzino autistico dà un’impronta molto diversa a tutta la situazione. Ancora di più, ho apprezzato l’apparizione di Camilla, la sorella di Lisbeth, che diventa il nuovo nemico della ragazza. Non so se Larsson volesse rendere Camilla un personaggio simile, ma la spiegazione del suo essere in un certo modo è molto convincente e ci sta perfettamente.
Tuttavia, sebbene abbia ottime basi, secondo me l’autore ha messo troppa carne al fuoco: che bisogno c’era di ficcare in mezzo l’NSA? Avrebbe potuto spiegare alcune cose in modo diverso e dare più spazio all’NSA in un altro romanzo (che ci sarà, ne sono più che sicura; ho come il sospetto, anzi, che lui voglia portare a termine la decalogia pensata da Larsson).
Arriviamo al finale: molti romanzi si salvano qu oppure crollano in modo definitivo. Qui, invece, l’unico pensiero che ho avuto è stato: “Tutto qui?” Commovente la parte su Andrei, ma per il resto resta l’amaro in bocca: dov’è la vera azione? Sembra quasi che Lagercrantz abbia paura di osare, e non solo nel gestire i personaggi di Larsson, ma anche nelle scene d’azione, nella trama in sé. Coraggio, i personaggi sono abbastanza forti da sapersi muovere da soli e da sapere cosa fare. Credimi.

In conclusione: un romanzo che mi aspettavo fosse peggiore, ma che mi auguravo fosse migliore.
2.5/5 che scendono a 2 perché sei uno scrittore affermato, e certe uscite infelici posso tollerarle solo dai neofiti; tuttavia, spero di poter dare almeno un 3 al prossimo romanzo.

Voto: 2/5

Le quattro casalinghe di Tokyo, di Natsuo Kirino

Titolo italiano: Le quattro casalinghe di Tokyo
Titolo originale: Out (アウト)
Autore: Natsuo Kirino
Traduttore: Lydia Origlia
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2008
Pagine: 652
Genere: Letteratura giapponese, Noir, Thriller, Introspettivo
ISBN: 9788854503229

Trama: Nel turno di notte di una fabbrica lavorano quattro amiche logorate dalla vita casalinga e coniugale. Il loro sistema nervoso è sottoposto a una continua tensione. La prima a cedere è la più giovane, la graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare. Una notte, in un impeto di rabbia, strozza con una cintura il marito, tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato tutti i risparmi con una ragazza cinese abbordata in un bar. Yayoi chiede aiuto a Masako, l’amica più intelligente e coraggiosa, che a sua volta coinvolge Yoshie, una donna angariata da una figlia adolescente capricciosa e da una suocera invalida.

Recensione: Ho trovato molte difficoltà nello scrivere questa recensione e nel dare un voto a questo romanzo, perché, diciamolo subito, non si tratta di una lettura semplice. Con questo non voglio dire che non scorra, anzi: le pagine filano via che è una bellezza e in pochi tratti ci si ritrova completamente catturati dalle vicende di Masako-san e delle altre tre compagne protagoniste di questo romanzo.
No, la difficoltà di questa lettura sta proprio nello sviluppo quasi grottesco della storia e dell’evoluzione (o involuzione?) dei personaggi che compaiono sulla scena.
Dopo essere stati abituati al tocco delicato di Banana Yoshimoto e alle vicende tra il sogno e la realtà, tipiche dei romanzi di Murakami, ecco che Natsuo Kirino ci presenta un Giappone completamente diverso. È il Giappone ancora patriarcale e sessista che, nonostante le tante migliorie legislative, risente ancora di quella mentalità retrograda, dura a morire; è un posto dove le donne, soprattutto le casalinghe e madri di famiglia, non possono più pensare di costruirsi una carriera, ma devono cercare di barcamenarsi come possono, tra marito, figli e un lavoro brutto e pesante, che, però, almeno le consente di poter contribuire ai bisogni finanziari della propria famiglia.
Le quattro donne protagoniste di questo romanzo, all’inizio, hanno in comune tra loro solo il luogo in cui lavorano e, appunto, il loro essere casalinghe, perché, per il resto, sono diversissime: Masako – la vera e propria protagonista, tra le quattro – è una donna forte e risoluta che, nonostante un marito assente dal punto di vista affettivo e un figlio adolescente che non le parla più, cerca di non farsi piegare dalla vita; Yayoi, invece, la più dolce e remissiva, è legata a un marito che si è innamorato di un’accompagnatrice e scialacqua tutti i soldi per giocare a baccarat; Yoshie, chiamata da tutti la maestra, è una vedova che deve occuparsi non solo della figlia adolescente che se ne frega degli sforzi materni, ma anche di una suocera che non può più muoversi; infine, c’è Kuniko, egoista e invidiosa, abbandonata dal compagno che le ha portato via tutti i risparmi.
Un giorno, però, Yayoi, spinta dalla rabbia, uccide il marito e chiede a Masako di aiutarla a sbarazzarsi del cadavere; Masako, a sua volta, chiede aiuto a Yoshie e, per una serie di coincidenze, anche Kuniko finisce per essere coinvolta nel misfatto.
Ciò che adesso lega le quattro donne è qualcosa che va oltre l’amicizia o il fatto di essere colleghe; è la consapevolezza di aver ucciso un uomo, di averlo dissezionato pezzo per pezzo e di averlo buttato via, come se fosse spazzatura. Ciascuna delle quattro donne, pur dovendo continuare a vivere la propria vita apparentemente come se nulla fosse successo – a parte la moglie del defunto – adesso deve convivere con qualcosa che nulla c’entra con il pentimento o la colpa, ma che risiede ancora più in fondo all’anima: quella parte oscura che noi tutti abbiamo e che, nel loro caso, è venuta fuori in un modo inaspettato e inquietante.
C’è qualcosa di oscuro, in questo romanzo, qualcosa che ti trascina giù con sé. Per quanto il delitto sia efferato – e, credetemi, la descrizione della maciullazione dell’uomo è ricca di particolari – per quanto, in condizioni normali, una persona guarderebbe sinceramente schifata le quattro casalinghe e le vorrebbe in galera, alla fine si finisce quasi per accettarle e capirle (so che questo pensiero suona inquietante, ma, credetemi, non ho alcuna intenzione di giustificare un simile reato, né di iniziare ad emulare ‘ste tipe); anzi, quando a Masako viene proposto di eliminare cadaveri come lavoro, non ci si stupisce affatto della sua decisione di accettare, anzi la si considera come unica possibile.
La vicenda, quindi, si evolve in un modo inatteso, portando sulla scena nuovi, inquietanti personaggi che renderanno la vicenda più sconvolgente di quanto già non fosse all’inizio e si affonda giù, sempre più
giù, in una palude buia dove la luce del sole quasi non arriva.
Non nego che abbia trovato alcuni punti del romanzo piuttosto noiosi e un po’ ripetitivi, e alcuni personaggi anche piuttosto inutili; eppure, a pensarci ora, forse è proprio quello il motivo per cui, alla fine, il romanzo mi è piaciuto: è come se quelle ripetizioni, quelle apparizioni inconsistenti siano servite a guidarci ancora meglio verso il lato oscuro dei personaggi, quasi come se, prendendoci per mano e spiegandoci di nuovo, con pazienza, con un punto di vista diverso, quel che è successo, riescano a convincerci meglio di quello che sono diventati o hanno intenzione di fare.
Il finale, poi, non si può definire né positivo né negativo, ma suona in qualche modo giusto. tutti i vari personaggi, nel bene o nel male, ricevono quello che meritano, come una sorta di premio o punizione che nulla ha anche fare con la giustizia umana né divina.
Una lettura oscura e inquietante, che può affascinare, ma anche spaventare e schifare; indubbiamente molto particolare, ma che consiglio solo a chi non si impressiona molto facilmente.

Voto: 4.5/5

La signora di Wildfell, di Anne Brontë

Titolo italiano: La signora di Wildfell Hall
Titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall
Autore: Anne Brontë
Traduttore: Francesca Albini
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione originale: 1848
Anno di pubblicazione: italiana 2014
Pagine: 590
Genere: Letteratura Inglese, Periodo Vittoriano, Classici, Romantico, Romanzo epistolare,
ISBN: 9788854508583

Trama: Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile. Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle. Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure fem-minili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.

Recensione: Ci ho messo un po’ a decidere la mia opinione su questo romanzo, perché, mentre lo leggevo, è oscillata pericolosamente tra i due estremi «Oddio che brutto!» e «Geniale!» (donde il voto che è un po’ una media delle due reazioni).
Non ho mai capito perché Anne Bronte sia considerata “inferiore” alle altre due sorelle (tant’è che io non credo di averla mai studiata): ha delle trovate stilistiche piuttosto singolari che, invece, non ho trovato nei romanzi delle sorelle (almeno in quelli che ho letto). Se c’è una cosa che ho apprezzato tantissimo in questo romanzo, infatti, è stato proprio l’utilizzo di diversi piani narrativi e il modo in cui li ha inseriti: all’inizio sembra, un semplice romanzo epistolare; poi, all’interno delle lettere, vengono copiati interi passi del diario privato della seconda narratrice; infine, si ritorna alle lettere del primo narratore, nelle quali Gilbert inserisce alcuni passi delle lettere di Helen, la protagonista femminile.
Tuttavia, se, da un punto di vista stilistico, non posso che elogiare l’autrice, non riesco ad essere così positiva per quanto riguarda i personaggi. Che, lo ammetto, non mi sono piaciuti per niente. Certo, è comprensibile che personaggi come Helen e suo marito mi siano lontani, sia per idee sia per comportamenti; tuttavia, non è tanto questo ad avermi disturbato (amo i romanzi di questo periodo e li accetto sempre i personaggi come figli del loro tempo), quanto la stupidità intrinseca di Helen: come fai, per esempio, a metterti a scrivere un diario nella stessa stanza dove c’è tuo marito? Va bene che pensava dormisse, ma sta parlando male di lui, sta confidando alle sue pagine il metodo che utilizzerà per scappare, dovrebbe stare molto più attenta. D’accordo, è un espediente narrativo, ma a me non è piaciuto.
Ciò che però davvero non sono riuscita a sopportare è la quasi ossessione che la donna ha per gli insegnamenti religiosi: Helen mi ha ricordato tanto la Lucia di manzoniana memoria (e infatti non sopporto neanche lei), elevandosi ad un livello superiore: non è possibile che ogni sua pagina, ogni sua battuta sia infarcita non soltanto di buonismo e filosofia cristiana, ma di intere citazioni tratte dalla Bibbia. Helen è il tipico personaggio che perdonerebbe anche il proprio assassino e che ha assoluta fiducia in quello che Dio ha in serbo per lei – nonostante, c’è da dirlo, ogni tanto prenda l’iniziativa, più per salvare suo figlio che per se stessa.
Per concludere se, oggettivamente, lo trovo un romanzo ben fatto e ben strutturato, dall’altro , proprio a causa della protagonista, non sono riuscita a gustarmelo fino in fondo (un po’ come è accaduto con Agnes Gray): evidentemente il pensiero di Anne Bronte proprio non fa per me.

Voto: 3/5

Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, di J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

Titolo italiano: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (I e II parte)
Titolo originale: Harry Potter and the Cursed Child (Parts I and II)
Autore: J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne
Traduttore: Luigi Spagnol
Casa editrice: Salani
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 368
Genere: Fantastico, Magia
ISBN: 9781781105450

Trama: Basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, un nuovo spettacolo di Jack Thorne, Harry Potter e la Maledizione dell’Erede è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro. La premiere mondiale si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016.

È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell’eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l’oscurità proviene da luoghi inaspettati.

Recensione: Ok, devo ammetterlo. Non mi succede praticamente mai, ma, questa volta, sono partita abbastanza prevenuta. Io non è che odio i sequel, eh, ma per esperienza personale, nella maggior parte dei casi, non sono proprio una buona idea: i personaggi, ad un certo punto, hanno detto tutto quello che avevano da dire, ed è inutile che si continui testardamente a volerli spremere: si finisce soltanto per essere ripetitivi e noiosi. In questo caso specifico, poi, alla fine dell’ultimo romanzo, c’erano parecchie cose che non mi erano andate giù e ritrovarmele davanti non è che mi sarebbe piaciuto tanto. In più, aggiungiamoci il fatto che questo NON È un romanzo, ma il testo teatrale, scritto proprio nella forma di un testo teatrale; il ché mi ha lasciato parecchio perplessa.

Per una volta, sono felice di essermi sbagliata. Questo libro è stato semplicemente fantastico (tant’è che ho abbandonato tutto quello che stavo facendo per leggerlo e non l’ho chiuso finché non sono arrivata alla parola fine).
Com’è stato ritrovare i personaggi che ho amato e seguito durante la mia adolescenza? Strano. Avete presente quando incontrate per caso un vecchio compagno di scuola con cui andavate d’accordo e che non vedevate da una vita? Da una parte, vi sembra che il tempo non sia mai trascorso; dall’altra, vi rendere conto che, in realtà, siete cambiati: siete cresciuti, siete maturati, avete fatto delle esperienze che vi hanno reso quello che siete.
Ecco, la sensazione che ho provato è stata praticamente la stessa.
Ritroviamo i nostri eroi di vent’anni fa – Hermione, Ron, Harry, Ginny, Draco – ormai cresciuti, pieni di responsabilità come genitori e come persone in carriera, e conosciamo i loro figli, Rose, Albus e Scorpius, ormai al primo anno: e se Rose sembra una mini-Hermione, Albus e Scopius sono due ragazzini schiacciati dal peso dei loro cognome e dai pregiudizi (positivi o negativi) che questi comportano.
Ciò che ho amato particolarmente in quest’opera è che è abbastanza completa: ho riso (i due ragazzi, nonostante le ascendenze, sono una frana con la magia e quando cercano di aiutare il padre di Cedric a riportare indietro il figlio – con una Gira-Tempo che è stata ritrovata, nonostante dovrebbero essere state distrutte tutte anni prima – ne combinano veramente di tutti i colori), si prova nostalgia (di amici passati che ritornano, ma anche di scene che riviviamo tornando indietro nel tempo), si piange (la vita di Scorpius non è stata delle più semplici), si affrontano temi diversi (il rapporto padre-figlio, per esempio, il dolore della perdita e quello che i pregiudizi possono portare) e s’impara una grande lezione: anche se avessimo modo di poter tornare indietro nel tempo, non si può cambiare il passato senza cambiare il futuro – e non è detto che il nuovo sia più bello del precedente -; perciò, per quanto doloroso esso sia, bisogna accettarlo e andare avanti.
Anche la forma teatrale, che in un primo momento mi ha lasciata perplessa, alla fine mi è piaciuta: del resto, parliamo di un mondo già conosciuto ai fan, che non ha bisogno di presentazioni.
Qualcuno ha commentato negativamente l’opera, adducendo come motivazione il fatto che non tutti i personaggi vengono approfonditi – Rose, per esempio – e molti mancano all’appello. Ragazzi, io vi vorrei ricordare che questo è un testo teatrale, che è stato messo in scena; sul palcoscenico, non si possono far salire tutti allo stesso modo, né, sulla scena, ci possono essere mille mila personaggi; la visione sarebbe compromessa, non si capirebbe più niente e uscirebbe fuori solo un gran macello.
Unica pecca che, davvero, non mi ha permesso di dare il massimo a un’opera che, in fin dei conti, mi è piaciuta, è la scoperta dell’identità del nemico: ma con tutte le trovate geniali che potevano avere, possibile che si siano abbassati a questo? Mi sono davvero cadute le braccia: neanche nelle più brutte fanfiction del fandom ho letto un “colpo di scena” talmente banale.
Per quanto mi riguarda, comunque, che vi piaccia o meno la forma teatrale, che preferiate avere in mano un romanzo ricco di descrizioni o che preferiate usare la vostra, di fantasia, questo testo è una vera chicca che gli amanti della saga non possono lasciarsi sfuggire. Con la speranza di vedere quest’opera messa in scena anche qui da noi.

Voto: 4/5

Nodame Cantabile, di Tomoko Ninomiya

Titolo originale: Nodame Cantabile (のだめ カンタービレ)
Titolo italiano: Nodame Cantabile
Storia e disegni: Tomoko Ninomiya
Nazionalità: Giapponese
Casa Editrice giapponese: Kodansha
Casa editrice italiana: Star Comics
Categoria: Josei
Genere: Romantico, Musicale, Commedia
Anno: 2001
Volumi: 25
Stato in patria: Completato
Stato in Italia: Completato

Recensione 23 volumi pubblicati tutti da Kodansha sulla rivista Kiss dal 2002, più il breve seguito Nodame Cantabile Encore Opera Hen, di cui è uscito da poco l’ultimo capitolo, che conclude definitivamente la vicenda; tre serie animate (Nodame Cantabile, Nodame Cantabile: Paris-Hen e Nodame Cantabile: Finale) dirette dalla J.C.Staff (Utena, Karekano, Excel Saga), un drama di 11 episodi per la Fuji TV dall’ottobre al dicembre 2006, lo speciale televisivo Nodame Cantabile Shinshun Special in Europe in due episodi, andato in onda il 4 e 5 gennaio 2009, e infine due film live-action, Nodame Cantabile Saishuu Gakushou Zen-Pen e Nodame Cantabile Saishuu Gakushou Kou-Hen, usciti nelle sale rispettivamente il 19 dicembre 2009 e il 17 aprile 2010. E poi videogiochi per Nintendo DS, Wii e Playstation 2, gadget, trasmissioni e altri speciali televisivi e, naturalmente, innumerevoli CD di musica.
Questa è la sterminata produzione che ruota attorno a Nodame Cantabile, l’opera più famosa e acclamata di Tomoko Ninomiya e che le è valso il Kodansha Manga Award come miglior shoujo 2004. Della Ninomiya in Italia è inoltre stato edito Tensai Family Company per la Magic Press.
Abituati come siamo alla mania dei giapponesi di trarre tutto il traibile da un’opera, probabilmente tutti questi seguiti, anime, dorama, giochi e premi vinti non ci direbbero niente, se tale successo non fosse supportato da una grande popolarità dell’opera anche in America, Taiwan, Corea del Sud, Francia e Spagna, dove il manga viene pubblicato, e in rete, praticamente in tutto il mondo.
Allora, la domanda sorge spontanea: come si spiega questo enorme successo di un manga che, tra l’altro, è incentrato sulla musica classica, argomento molto ostico per i più?

Per farlo, provate ad immaginarvi la scena: siete in un periodo brutto, orrendo, schifoso della vostra vita… La vostra ragazza vi ha piantato da poco – e vi sta appena dicendo, tra l’altro, che siete un perdente – e il sogno della vostra vita sembra non doversi mai realizzare: voi sapete di essere dei grandi, ottimi musicisti e che la realtà che vi circonda non vi offrirà mai l’opportunità di diventare un direttore d’orchestra, come voi invece sperate e sognate da quando eravate piccoli. Se solo poteste andare in Europa… Lì, la patria della musica classica; lì, dove c’è Viera, l’uomo che considerate il vostro maestro e mentore… Però voi avete il terrore degli aerei e non riuscite neanche ad avvicinarvi all’acqua… – sento voci lontane esclamare che ha ragione chi dice che siete dei perdenti -; quindi, dicevo, non potete muovervi dal Giappone neanche volendo.
Così, al colmo della disperazione e della sfortuna, inseguiti dalla classica nuvola di Fantozziana memoria, finite per scegliere l’unica via che, almeno per un po’, vi permetta di dimenticare quello che state passando: una sana bevuta. Però voi avete ecceduto un po’ troppo e, nonostante siate riusciti a tornare sani e salvi a casa, vi addormentate prima di riuscire ad aprire la porta e, di conseguenza, crollate fuori da quello che credete essere il vostro appartamento.
Un bel sonno ristoratore è quello che vi ci vuole per rimettervi in sesto, soprattutto quando a destarvi non è una sveglia, né il canto degli uccellini, ma il suono di un pianoforte. Però, quel suono ha qualcosa di strano: ci sono seri errori, le note vengono saltate, i tempi non vanno… Insomma, è una catastrofe, una schifezza, un obbrobrio per delle persone perfettine come voi! Eppure, nel suo insieme, vi piace: è quasi Cantabile

Ormai completamente svegli, aprite gli occhi e rimanete completamente sbalorditi: davanti a voi c’è una ragazza, seduta ad un pianoforte, circondata da così tanta immondizia che vi sembra di essere in una discarica. La ragazza si volta verso di voi e… Voi non avete idea di chi diavolo sia, mentre lei invece vi conosce, eccome! E ve lo dimostra con un enorme sorriso che non promette assolutamente nulla di buono.
Benvenuti nel mondo di Megumi Noda, da tutti conosciuta come Nodame, e di Chiaki Shin’ichi, la povera vittima della nostra folle pianista, le cui avventure sono disponibili dal 2 settembre 2010 in edicola mensilmente per Star Comics, e di cui è anche possibile leggere alcune pagine in anteprima direttamente sul sito della casa editrice.

Chiaki e Nodame sono praticamente l’uno l’opposto dell’altra: lui è bello, intelligente, un eccellente studente musicista che sa suonare sia il violino che il pianoforte, perfezionista e ordinato, ottimo cuoco e uomo di casa ma, per questo, anche molto presuntuoso ed egocentrico; lei è goffa, buffa, strampalata, casinista, disordinata – fosse per lei non si laverebbe mai e dalla sua abitazione arrivano strani odori di dubbia origine – , che non sa neanche da dove si parte per leggere uno spartito musicale, ma con un ottimo orecchio per la musica, tanto che riesce a suonare un brano dopo averlo ascoltato anche una sola volta. Per Nodame, a differenza di Chiaki, suonare è un piacere e un divertimento, ed è poco interessata ai concerti e alla fama.
Come possono due persone tanto diverse poter diventare così importanti l’uno per l’altra?

Potrete scoprirlo immergendovi anche voi nel folle mondo di Nodame Cantabile, seguendo passo passo la crescita di Nodame e Chiaki, non tanto come coppia, quanto come persone che percorrono un cammino di vita, finendo inevitabilmente per influenzarsi l’un l’altro: Chiaki imparerà a realizzare i suoi sogni, senza tener conto di dove si trova; Nodame invece capirà che la musica non è fatta soltanto di passione, ma anche di sacrificio, studio e impegno.
Forse, il punto di forza dell’opera è proprio questo: la capacità dell’autrice di creare personaggi vivi, che si muovono e crescono insieme, considerando anche che la trama si snoda lungo alcuni anni. Personaggi a cui, alla fine, ci si affeziona senza neanche accorgersene. Pur essendo Nodame e Chiaki i due protagonisti, infatti, grande importanza viene data anche a coloro che ruotano attorno ai nostri due eroi, tutti tratteggiati benissimo, tutti con una storia da raccontare, con dei sogni, con delle aspirazioni da realizzare, speciali ognuno a modo proprio; personaggi non statici, ma che maturano, crescono, come noi, come tutti.

Probabilmente è questo il motivo per cui qualcuno ha paragonato questa opera a Honey and Clover, di Chika Umino, edito nel nostro Paese da Planet Manga. In parte è vero: ambedue i josei hanno vinto il Kodansha Manga Award e i protagonisti frequentano una scuola “artistica” (i personaggi di Honey and Clover sono studenti di un’accademia d’arte); in entrambi, inoltre, grande attenzione viene posta alla maturazione professionale dei personaggi. Se però pensate di poter etichettare questo titolo come “copia dell’altro” potreste sbagliare di grosso, visto che, a parte queste similitudini, i due manga sono completamente diversi tra loro.
Tanto per cominciare, il clima: Nodame Cantabile è, essenzialmente, un manga comico. E come non potrebbe, visto la protagonista folle e pazza che si ritrova? Vi assicuro che non ci si riesce a starle dietro e, a meno che non siate davvero malati anche voi, è praticamente impossibile riuscire a capire cosa le passi per la testa. E come lei sono un po’ tutti i personaggi – avete presente il detto latino similes cum similibus? -, estremamente folli nei loro comportamenti e nelle loro espressioni, davanti alle quali non si può certo restare impassibili.
E poi, c’è la musica, la vera protagonista indiscussa della vicenda. Certo, vedendo un anime e ascoltandone la colonna sonora è più facile riuscire a ad apprezzare al meglio questo punto e comprendere le espressioni di Chiaki quando sente esecuzioni molto dubbie! Eppure, nonostante tramite la carta non sia possibile ascoltare alcun suono, vi posso assicurare che i brani si “sentono”: si avvertono dalla puntuale presenza dei titoli delle sonate, dalle spiegazioni che i vari personaggi danno sul significato dell’opera e sulla vita del compositore, dalle espressioni deliziate o meno degli ascoltatori; il tutto senza mai risultare noioso e pedante, ma perfettamente inserito nel manga.

Forse, ciò che può lasciare maggiormente perplessi sono proprio i disegni. Non vi nascondo che anche io, all’inizio, non ne sono rimasta favorevolmente colpita. Soprattutto nei primi capitoli, infatti, ho notato un tratto immaturo, molto, troppo semplice e semplificato. e gli sfondi spesso sono inesistenti oppure composti da poche linee essenziali. Con il passare del tempo però, se da una parte, troppo attirata dalla storia, ho finito per abituarmi anche al disegno, dall’altra mi sono resa conto di quanto, nel corso dell’opera, non sono solo i personaggi a crescere, ma anche lo stile dell’autrice, che migliora e si fa più adulto. I personaggi quindi non crescono solo d’età, ma anche nelle fattezze; anche gli sfondi sono delineati meglio e più particolareggiati, nonostante non diventino mai troppo precisi.

L’edizione italiana che propone Star Comics si presenta abbastanza aderente all’originale, anche nel formato di 11.5×17.5, di qualche millimetro più grande di quello giapponese; manca come di consueto la sovraccopertina, mentre le pagine a colori non sono presenti nemmeno nell’edizione originale. La traduzione parrebbe abbastanza fedele, sebbene non ne abbia condiviso alcune scelte, ed ho particolarmente apprezzato che sia stato lasciato il termine “senpai”, suffisso che Nodame usa quasi come un secondo nome per Chiaki. Ciò che invece non mi è proprio piaciuto è che le onomatopee originali non sono state sostituite dalla traduzione, bensì questa vi è soltanto stata aggiunta a fianco: una scelta delle case editrici che non ho mai apprezzato e che avrei preferito non ci fosse in un manga che aspettavo con ansia da tempo.

Insomma, forse la folle Nodame vi ha già spaventati, forse il termine josei vi fa storcere il naso in partenza, forse i disegni non vi attirano, forse la musica classica non è il vostro campo (credetemi, neanche il mio), forse semplicemente vorreste che la piantassi di stare qui a ciarlare di questo manga, ma fidatevi: provate ad entrare almeno per un attimo nel mondo di Nodame e sono sicura che non vorrete uscirne mai più!

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Voto: 5/5

Nel silenzio parlami ancora, di Antonella e Franco Caprio

Titolo: Nel silenzio parlami ancora
Autore: Antonella e Franco Caprio
Casa editrice: Besa
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 172
Genere: Narrativa, Storico, Introspettivo, Seconda Guerra Mondiale, Resistenza, Donne
ISBN: 9788849710502

Trama: Al tramonto della sua vita, Rina decide di ritornare nel luogo che ha segnato la sua esistenza: il carcere Le Nuove di Torino. Qui, nel silenzio rumoroso di una cella pregna del vissuto di tante donne come lei, si concretizza uno strano incontro che la induce a fare i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi. In questa cella, che oltre mezzo secolo prima ha visto Rina sua ospite, si apre l’album dei ricordi: ne emergono l’amore adolescenziale per Giacomo, ribelle antifascista; l’esperienza come staffetta partigiana; le torture subite; i sogni di moglie, madre e donna libera infranti contro le mura di una galera.
Il misterioso personaggio che incontrerà nella cella offrirà a Rina una diversa chiave di lettura del suo passato, un diverso “cammino” che le permetterà di riconciliarsi con se stessa, di liberarsi del dolore che l’ha tenuta prigioniera troppo a lungo per riappropriarsi del poco futuro che le resta da vivere.
Un romanzo intimistico che dà voce al silenzio. Una storia struggente e cruda, dolce e spietata che narra l’avventura di una donna e di una partigiana imbrigliata dal senso di colpa nei ricordi più dolorosi, fino a quando non deciderà di dare ascolto a quella parte di sé che ha sempre ignorato.

Recensione: Ho avuto il piacere di conoscere i fratelli Caprio per un motivo molto, molto banale: omonimia. Probabilmente, non avrei avuto la stessa fortuna se avessimo avuto cognomi diversi, ma, per fortuna, con i se e con i ma non si va da nessuna parte.
Fortuna, sì, perché ho letto tutti e tre i romanzi pubblicati dai due fratelli e li ho trovati tutti belli e appassionanti, nonostante siano completamente diversi tra loro per temi e genere. Tre opere validissime che consiglio a tutti di leggere.

Nel silenzio parlami ancora è un romanzo che racchiude in sé così tante sfaccettature che è difficile riuscire a coglierle tutte e a spiegarle senza risultare banale o ridondante: c’è la storia di Rina, una donna che, da giovane, è stata una staffetta nella guerra partigiana – figura ancora poco analizzata dai libri di storia e dalla letteratura (anche se, fortunatamente, molte antologie hanno iniziato a inserire, tra le proprie letture, stralci de L’Agnese va a morire di Renata Viganò, romanzo che vede protagonista un’altra donna partigiana) – che finisce per essere tradita e incarcerata; c’è la guerra partigiana, raccontata attraverso gli occhi di una donna diversa da quelle che s’imbarcavano in questa pericolosa avventura, perché Rina non diventa staffetta per un ideale, ma, all’inizio, solo per amore; c’è un paese, chiuso e gretto, che segue le leggi fasciste non tanto perché ci crede davvero, quanto perché ci sono loro al potere e quindi “non ci si vuole creare problemi”; c’è il primo periodo del dopoguerra, dove anche i partigiani commettono le stesse atrocità che avevano criticato nel regime; c’è una fede che va e che viene, perché, dopo tutto quello che Rina ha vissuto sulla propria pelle, è difficile per lei credere che ci sia davvero un Dio.

Anche la struttura del romanzo è particolare: i vari capitoli, infatti, sono narrati alternativamente da Rina, la protagonista che racconta la sua vita, e da un’altra persona, “l’Altro”, che riporta gli stessi eventi narrati dalla protagonista da un’ottica diversa: le drammatiche vicende vissute da Rina vengono, pezzo per pezzo, rivisitate con uno sguardo nuovo, più aperto e critico, dimostrandoci come la verità non stia mai solo da una parte, nonostante noi, consapevolmente o meno, preferiamo vederla solo con i nostri paraocchi. E alla fine, dopo tanto dolore, dopo tanta rabbia – verso il mondo, verso chi l’ha tradita invece di proteggerla, verso se stessa, per gli errori commessi – anche Rina impara a vederla, quella verità, e arriva il momento in cui, nel silenzio della cella in cui era stata rinchiusa durante la guerra e che ora, dopo tanti anni, torna a visitare, si svolge il dialogo più importante e difficile: quello con se stessa, in una delle pagine più belle che abbia mai letto e che non ha nulla da invidiare a quelle che la tradizione dialogica ci ha per secoli regalato, dai dialoghi presenti nelle tragedie dell’antica Grecia a Pavese.

Lo stile dei due fratelli è semplicemente meraviglioso: nonostante vengano descritti eventi storici, i personaggi non sono didascalici, non salgono su una cattedra per farci una lezioncina, ma impariamo a conoscere il contesto semplicemente ascoltando la loro vicenda. Anche i personaggi secondari, quelli che hanno voce solo attraverso le descrizioni di Rina e dell’Altro, appaiono vividi ai nostri occhi, escono dallo sfondo di una narrazione terza per farsi conoscere e apprezzare dal lettore. Inoltre, sebbene utilizzino un linguaggio più arcaico rispetto a quello cui siamo abituati, per adattarsi ai tempi che vengono raccontati, esso non risulta né noioso né pedante, ma sembra quasi di vederli, quei luoghi che vengono descritti, e di sentire quei suoni. Era da tanto che non leggevo un romanzo così stilisticamente perfetto, senza refusi né sbavature, bello anche dal punto di vista editoriale, intenso, pieno, ma, al contempo, chiaro e leggero.

Una lettura, questa, come quella dei romanzi precedenti, che consiglio davvero a tutti.

Voto: 4/5

Kindaichi Shounen no Jikenbo Returns

Titolo originale: Kindaichi Shounen no Jikenbo Returns (金田一少年の事件簿R[リターンズ)
Titolo inglese: Kindaichi Case Files
Nazionalità: Giapponese
Categoria: Serie TV
Genere: Giallo, Mistero, Poliziesco
Anno: 2014/2015
Episodi: 51 (25+25+OAV)
Disponibilità italiana: Sottotitoli amatoriali

Trama: Protagonista delle vicende è Hajime Kindaichi, uno studente delle superiori all’apparenza pigro e indolente ma in possesso di un alto quoziente intellettivo. Girando in lungo e in largo il Giappone si trova spesso coinvolto in casi di omicidio apparentemente causati da fantasmi, mostri e altre creature del folklore giapponese. Tuttavia grazie al suo grande intuito e all’aiuto della sua inseparabile amica d’infanza, Miyuki Nanase, Kindaichi riesce sempre a svelare i misteri e a smascherare i veri colpevoli dei delitti. [Fonte: Animeclick]

Recensione: Ce l’avete presente Detective Conan? Sì, parlo di quel ragazzino spocchioso che in realtà è un adolescente diventato bambino da un bel po’ (cit). Bene, questa serie (che in realtà – come si nota dal titolo – è il “ritorno” di una serie originale andata in onda nel 1997 e che consta di 148 puntate, tratte anche loro dal manga omonimo) può essere definita la versione adulta di Detective Conan.
No, non intendo dire che il protagonista sia un anziano o comunque un uomo di mezza età; Hajime Kindaichi è un detective di diciassette anni che aiuta la polizia a risolvere i propri casi: alcuni molto semplici e banali; altri più complicati. Un po’ come il nostro Conan, direte voi. Beh, sì. Del resto, le somiglianze tra i due personaggi sono molte: anche Kindaichi, infatti, ha un’amica d’infanzia/fidanzata-anche-se-ancora-non-lo-sanno, Miyuki, che lo accompagna nelle sue avventure e, inconsapevolmente o meno, aiuta il nostro detective nella soluzione dei casi; come Conan, anche Kindaichi è figlio d’arte: mentre il primo, infatti, ha un padre scrittore di gialli, il secondo è il nipote di Kosaku Kindaichi, celeberrimo detective conosciuto in tutto il Giappone (protagonista di una serie di romanzi di Seishi Yokomizo); ambedue, inoltre, collaborano con la polizia: Kindaichi, ufficialmente; Conan, narcotizzando qualcuno, perché, giustamente, è solo un bambino (tant’è che quando i casi li risolve in versione Shin’ichi nessuno ha niente da ridire); infine, in ambedue le serie ci sono dei nemici fissi: Kaitou Kid e gli Uomini in nero per Conan; Il Ladro Gentiluomo e il Marionettista, per Kindaichi.

Nonostante le similitudini, per il resto i due anime sono molto diversi, a cominciare dal protagonista: Kindaichi è un ragazzo come tanti, con un fiuto eccezionale, ma con tanti difetti: è un po’ maniaco (come tutti i ragazzini della sua età, infatti spesso la stessa Miyuki lo mette in riga) e non è esattamente uno studente modello (tant’è che ha bisogno di ripetizioni); è un adolescente normale, insomma e, per questo motivo, molto più umano e simpatico di altri detective.
Anche per quanto riguarda i casi siamo su piani completamente diversi e, per quanto mi riguarda, molto più belli e complessi: qui non abbiamo fili da pesca che vengono usati in modi disparati, ma gente che progetta omicidi in modo machiavellico, complicatissimi, ma anche estremamente logici.
Il vero punto di forza, però, non è tanto l’omicidio di turno, ma proprio il fatto che l’intero caso è sviluppato in modo molto maturo: quasi mai, infatti, la situazione finale ricalca quella che sembrava all’inizio; spesso, anzi, l’ultimo episodio dei casi più lunghi è dedicato non solo alla spiegazione di Kindaichi, ma al racconto del criminale di turno che porta anche a chiedersi chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il tutto, condito da atmosfere spesso da brivido, quasi soprannaturali, e da una colonna sonora davvero ottima e adattissima alle atmosfere che l’autore vuole esprimere; anche le sigle non sono male.

I disegni sono in linea con quelli della serie originale, anche se più moderni; non spettacolari, insomma, ma a me piacciono: in fondo, si tratta di un giallo, incentrato più sullo sviluppo di una trama con delle atmosfere ben precise, che su disegni meravigliosi e/o effetti speciali stratosferici.
In conclusione, una serie molto bella che consiglio soprattutto agli amanti del genere.

Voto: 4.5/5

Lo strano caso dell’apprendista libraia, di Deborah Meyler

Titolo italiano: Lo strano caso dell’apprendista libraia
Titolo originale: The bookstore
Autore: Deborah Meyler
Traduttore: Claudia Marseguerra
Casa editrice: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 348
Genere: Narrativa, Romantico, Chick lit
ISBN: 9788811682448

Trama: Esme ama ogni angolo di New York e soprattutto il suo posto speciale: The Owl, la piccola libreria nell’Upper West Side. Un luogo magico in cui si narra che Pynchon amasse passare pomeriggi d’inverno. Un luogo che può nascondere insoliti tesori, come una prima edizione del Vecchio e il mare di Hemingway. Tra quei vecchi e polverosi scaffali Esme si sente felice. Ed è lì che il destino ha deciso di sorriderle. Sulla vetrina della libreria è appeso un cartello: cercasi libraia. E’ l’occasione che aspettava, il lavoro di cui ha tanto bisogno. Perchè a soli ventitrè anni è incinta e non sa cosa fare:il fidanzato Mitchell l’ha lasciata prima che potesse parlargli del bambino. La più grande passione di Esme è la lettura, ma non ha nessuna idea di come funzioni una libreria. Eppure ad aiutarla ci sono i suoi curiosi colleghi: George che crede ancora che le parole possano cambiare il mondo, Linda che ha un consiglio per tutti, David e il suo sogno di fare l’attore. E poi c’è Luke timido e taciturno che comunica con lei con la sua musica, con le note della sua chitarra. Sono loro ad insegnarle la difficile arte di indovinare i desideri dei lettori: il Mago di Oz può salvare una giornata storta, Il giovane Holden fa vedere le cose da una nuova prospettiva e tra le opere di Shakespeare si trova sempre una risposta per ogni domanda. E proprio quando Esme riesce di nuovo a guardare al futuro con fiducia, la vita la sorprende ancora: Mitchell scopre del bambino e vuole tornare da lei…

Recensione:
ATTENZIONE: spoiler!
Era da un po’ che non leggevo un libro orribile come questo. Mi spiace dirlo, perché, anche se non sono capolavori, anche se sono scontatissimi, i romanzi ambientati in libreria hanno il pregio di farmi venire una gran voglia di diventare una libraia.
L’unica cosa che questa lettura ha tirato fuori, invece, è il mio istinto omicida.
Tanto per cominciare, farei fuori chi ha scelto questo titolo per l’edizione italiana. D’accordo, l’avevo capito da sola che “caso” non voleva dire che un’aspirante libraia era stata trovata assassinata e che i colleghi, tra la vendita di un romanzo e un manuale di cucina, avrebbero cercato l’assassino, novelli Poirot; il sottotitolo spiegava chiaramente che si sarebbe trattato di una storia d’amore: la tizia, incinta e lasciata dal fidanzato, avrebbe superato le proprie difficoltà grazie ai libri e ai suoi nuovi colleghi.
Bene, non succede niente di tutto ciò: la protagonista sì viene lasciata, ma il tizio, una volta scoperta che era incinta e aver cercato di farla abortire (!), decide di tornare con lei e sposarsi; che poi le cose non vadano proprio così, è un dettaglio. Inoltre, la libreria non fa proprio niente, a parte farle mettere un po’ di soldi da parte; neanche i colleghi sono molto più utili (a parte Luke, su cui ritorneremo dopo); certo, sono dei personaggi simpatici, certo, George l’accompagna all’ospedale al momento del parto, ma tutto qui.
In poche parole, chiunque si sia occupato dell’edizione italiana di questo romanzo ha voluto prendere in giro i lettori, perché, evidentemente, sapeva che nessuno l’avrebbe mai acquistato. Io, invece, mi chiedo come un editore abbia proprio deciso di pubblicarlo. Anche il traduttore, probabilmente, aveva capito che questo titolo non meritava alcuna attenzione, perché ho trovato forme italiane davvero imbarazzanti, che si usano a mala pena in dialetto; potrei menare qualcuno per molto meno. Inoltre, certi dialoghi a me sono sembrati proprio senza senso, ma su questo punto non so se sia colpa del traduttore o dell’autrice (e, visto il resto, la seconda ipotesi è comunque molto probabile).

Ma torniamo alla nostra aspirante libraia per capire qual è esattamente il problema di questo libro. Esme, da poco arrivata a New York dalla piovosa Inghilterra per conseguire un dottorato in storia dell’arte, incontra un tizio fighissimo – e ovviamente ricchissimo – del quale si innamora (a me invece pare che lui sia interessato solo a fare altro, più che all’amore, ma lasciamo stare, per adesso). Dopo poche settimane di intensa e struggente storia di let- ehm, amore, lei si scopre incinta. All’inizio, lei non vuole tenere il bambino: insomma, è andata lì per farsi una carriera (e giustamente hai rapporti non protetti. Ma è stato uno solo!, pensa lei. Bella, lo sai come nascono i bambini, vero?), e poi lui non conosce ancora bene, anche se lo ama tantissimo (sì, soprassediamo, è meglio)! Alla fine, comunque, decide di tenerlo; lo dice al padre che prima pensa che lo stia lasciando (per il fatto che lei gli ha detto “Ti devo parlare di una cosa” – so cosa state pensando, e vi capisco), quindi decide di lasciarla per primo (che cosa geniale!); poi, giorni dopo, quando viene a sapere la verità, cerca di convincerla ad abortire, dopo essersela portata a letto per “addolcirsela”. Che brav’uomo, eh! Comunque, alla fine lui si riprende e dice che il bambino lo vuole e, quindi, le dà un anello di fidanzamento.
Vi posso assicurare che non sto esagerando e che, anzi, sono stata anche parca di episodi in cui l’avrei preso a mazzate con le mie mani. Ma lei, ovviamente, non nota nulla di strano in tutto questo, lo ama, e nonostante gli innumerevoli esempi che le dimostrano quanto sia un idiota, depravato, viziato e mi fermo qui, vuole stare con lui. Naturalmente, a nessuno piace: né alla sua migliore amica lesbica (almeno credo, perché l’autrice non è neanche capace di farci capire se Stella sia davvero lesbica o se la gente pensa che lo sia), né ai dipendenti della libreria in cui lei ha iniziato a lavorare quando lui l’ha piantata perché, ehi, un bimbo ha bisogno di soldi per essere cresciuto, e la borsa di studio non contempla pargoli (libreria che a Mitchell, ovviamente, non piace, perché è brutta e sporca. E poi adesso i libri si trovano su internet!), né alla sottoscritta. Ho sperato per pagine e pagine che si lasciassero: che magari lo beccasse con un’altra, che i genitori di lui intervenissero con la forza (e a un certo punto, sembra che loro lo facciano davvero), che lei semplicemente capisse quanto fosse idiota lui, e quando le propone una cosa a tre ci credo davvero… salvo poi leggere che lei si pente di aver rifiutato, perché, e se adesso ce l’ha con me? No, c’è bisogno davvero di commentare?
Dicevo, ho sperato per capitoli che finalmente a lei si accendesse la famosa lampadina, quando all’improvviso, lui se ne esce con un ragionamento che pressapoco possiamo riassumere con “Sai, all’università avevo due amici, eravamo inseparabili, ma alla fine un giorno mi resi conto che con loro mi annoiavo, quindi li abbandonai mentre eravamo in vacanza insieme e da allora non li ho più visti. Adesso provo la stessa cosa per te. Il bambino? Non m’interessa più, tanto ci sono gli avvocati, no?”.
Basta.
Dopo aver deciso, pochi giorni prima, di sposarsi prima della nascita. Dopo aver fatto tanto il geloso perché lei andava d’accordo con Luke, un dipendente della libreria suo coetaneo.
All’inizio ho pensato che ci fosse per forza un motivo, che, boh, fosse colpa di un oscuro passato, di un trauma mai superato (visto e rivisto, ma almeno ci sarebbe una risposta logica), dei genitori, degli alieni, di qualcuno o qualcosa, insomma, e che l’avremmo scoperto dopo. E invece no, è proprio tutto qui.
Come prego?
Se questo non dovesse bastare a spiegare il mio disgusto, va detto che lei continua ad amarlo. In pratica, anche dopo che lui l’ha trattata in quel modo, anche dopo che nasce la piccola. Non lo odia, soffre (ma va?), ma se lui le dicesse “In realtà ho capito di amarti, voglio tornare con te”, lei lo farebbe senza batter ciglio.
Esme, per tutta la durata del romanzo, non cresce: rimane la stupida che è rimasta incinta, che si è fatta lasciare e che è tornata da lui immediatamente.
E io questo non posso accettarlo. Non posso accettarlo come donna del XXI secolo e come lettrice. D’accordo, molte donne sono davvero così, ma questo è il punto. Io non voglio leggere la storia di una donna stupida che non impara niente dalla vita. Io sto leggendo un libro e quindi mi aspetto che lei cresca, soprattutto perché me l’avete fatto credere voi, che la libreria le serve proprio a questo. Ma quando mai?
E poi c’è Luke, il famoso commesso/amico/collega. Cotto di lei, lo capiamo tutti, tranne lei.
Durante la lettura spero che lei si innamori di lui o che lui si dichiari. E invece niente. A volte ho come la sensazione di essermi immaginata tutto, ma poi leggo alcune battute e no, non sono impazzita. Anche dopo che lei e Mitchell si lasciano, spero sempre in qualcosa da parte sua; invece no, non succede niente di niente. E allora perché? Perché farmi credere che lui sia interessato?
È come se l’autrice, ad un certo punto, si sia scocciata di scrivere e abbia voluto concludere il romanzo in tutta fretta; anche Stella, l’amica, appare e scompare, ma non serve a niente. E l’anello di fidanzamento, chiuso nella teiera, perché lei non sapeva ancora se stava facendo la cosa giusta? Si è perso per strada? L’ha lasciato lì? L’ha bevuto e non se n’è accorta?
In sintesi, questo libro rappresenta tutto ciò che un romanzo – soprattutto se ha la presunzione di essere d’amore – non deve essere.

Voto:  1/5 (e, potendo, darei anche meno)

Baciare uno sconosciuto a Central Park, di Katy Regan

Titolo italiano: Baciare uno sconosciuto a Central Park
Titolo originale: How we met
Autore: Katy Regan
Traduttore: I. Katerinov
Casa editrice: Fabbri Editori
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 397
Genere: Narrativa, Romantico, Chick-lit
ISBN: 9788891507198

Trama: COSE DA FARE PRIMA DEI TRENT’ANNI

1. Andare a letto con un misterioso straniero (se possibile, Javier Bardem).
2. Diventare la regina del mambo.
3. Usare tutte e otto le lettere dello Scarabeo in una sola parola! «Zizzania», per esempio, sarebbe eccellente.
4. Nuotare nuda nel mare all’alba.
5. Baciare uno sconosciuto a Central Park.

Quando Liv muore per il gruppo di amici rimasti tutto si ferma: niente più lunghe serate di chiacchiere, risate e mille sogni da realizzare, solo tanti sensi di colpa e la fatica di andare avanti come se nulla fosse. Anche se si conoscono dall’università, le loro vite hanno preso ormai strade diverse. Mia ha avuto un figlio da quello che doveva essere l’avventura di una sera; Melody e Norm vivono un matrimonio soffocante; Fraser ha abbandonato i sogni da rockstar per diventare tecnico del suono e Anna passa da un lavoro all’altro senza troppe prospettive. Ma quando a un anno dalla morte di Liv si ritrovano per ricordarla, Norm ha qualcosa da comunicare a tutti gli altri: ha trovato una lista con tutto ciò che l’amica avrebbe voluto fare prima di compiere trent’anni. Realizzare i suoi desideri diventa la loro missione. Ognuno di loro scoprirà qualcosa di sé, oltre che dell’amica scomparsa. E mentre vengono a galla segreti, vecchi rancori e incomprensioni, troveranno il modo di chiudere i conti con il passato e ricominciare finalmente a vivere. Una storia di sogni, amore e amicizia, che pagina dopo pagina ci trascina in un vortice di risate, lacrime, nostalgia, rimpianti e commozione. Perché tutti noi abbiamo in un cassetto la nostra personale lista di cose da fare prima dei trent’anni…

 

Recensione: Quando ho scorso la mia lista di libri da leggere e mi sono ritrovata questo titolo tra le mani, il mio primo pensiero è stato: che diavolo mi sono fumata quando ho scelto un libro con un titolo del genere? Poi, facendo mente locale, mi sono finalmente ricordata: How we met mi aveva attirato per la trama. Per ricordare Liv, la loro amica scomparsa a soli ventotto anni, i suoi cinque migliori amici decidono di realizzare i venti desideri che lei aveva scritto su una lista di cose da fare prima dei trent’anni, poi persa chissà dove e ritrovata da Norm. Si tratta di attività di tutti i tipi dall’imparare una lingua straniera, all’iscriversi a un corso di mambo a, appunto, baciare uno sconosciuto a Central Park.
Donde il titolo italiano del libro.

Ora, una piccola parentesi. Io vorrei capire esattamente che problemi hanno a coloro che decidono di scegliere di stravolgere i titoli originali, regalandoci sempre delle perle. Per colpa di questa gente ho letto le migliori schifezze e, sono sicura, mi sono persa un sacco di buoni titoli (e le quarte di copertina non è che aiutino molto). Qualcuno potrebbe pensare che il famigerato bacio a Central Park potrebbe essere un punto importante della lista, che determina il futuro dei personaggi, ma no, signori: non solo è un punto anonimissimo della famosa lista, ma vi spoilero volentieri che non c’è nessuna scena in cui uno dei personaggi si reca a Central Park per baciare chicchessia. L’unica cosa che questo titolo lascia intuire è che si tratta di una storia d’amore. E ci sta, in fondo, ma non del tutto: questa, come ci ha tenuto a spiegare l’autrice nei ringraziamenti, nel caso non l’avessimo intuito dalla dedica, è una storia di amicizia – con rivolti romantici, ne convengo.

Ma torniamo alla storia. Non è stata una brutta lettura, devo ammetterlo, ma non è stato neanche chissà che capolavoro. Dei cinque amici sopravvissuti, l’azione si concentra per lo più su Fraser e Mia e sulle loro vite parecchio incasinate (non che quelle degli altri siano da meno, comunque); ognuno sta cercando di elaborare il lutto a modo proprio e, al contempo, di vivere la propria vita, con scarsi, scarsissimi risultati. Se questo punto gioca molto a favore di questo libro, dall’altro è il modo in cui tutto ciò viene vissuto che mi disturba alquanto.
Ciò che più mi ha infastidito, infatti, è il ruolo che l’alcol gioca in questa storia. Ok, so perfettamente che gli inglesi bevono molto più di noi, ma io non credo che i quasi trentenni di Sua Maestà si comportino davvero tutti come questi qui: non c’è una pagina in cui i cinque non siano ubriachi o brilli; se contassimo le volte in cui “alcol”, “ubriaco” et similia vengono usati, probabilmente, scopriremmo che queste parole ricoprono oltre il 50% dei termini che compongono questo libro. Ora, ripeto, fossero ragazzini lo capirei pure, ma il fatto che a trent’anni questi continuino a ubriacarsi come se non ci fosse un domani e pensino così di risolvere i propri problemi, mi urta profondamente. Tra l’altro, la loro amica è morta precipitando da una terrazza perché era ubriaca fradicia: come minimo, se succedesse ad una persona a me così cara, non toccherei più una goccia di alcol in vita mia per lo shock. E va bene che ognuno reagisce al dolore in modo diverso, ma… cavolo, mi sentivo brilla anche solo leggendo! Ma poi, con tutto l’alcol (e le droghe, in alcuni casi) che hanno ingerito per anni (nella storia ci sono capitoli dedicati al passato dei personaggi e a come si sono evoluti i loro rapporti, e anche allora non facevano che bere), io non riesco a capacitarmi che siano davvero arrivati a trent’anni con il fegato integro.

A parte questo, il libro non è stato bruttissimo: ci sono state anche scene molto divertenti e in alcuni momenti è risultato anche commovente (soprattutto quando ricordano l’amica morta); anche lo stile è leggero e scorrevole, nonostante non capisca perché si passi senza soluzione di continuità da una narrazione al presente ad una al passato nei capitoli ambientati ai giorni nostri: bisognerebbe leggere l’edizione originale per scoprire se si tratta di un errore di traduzione o di una precisa scelta dell’autrice, ma, sinceramente, non mi interessa neanche approfondire la questione.
In conclusione, dunque, niente di troppo complicato, ma da cui mi aspettavo molto di più.

 

Voto: 2.5/5

Your name., di Makoto Shinkai

Titolo originale: Kimi no na wa (君の名は。)
Titolo inglese: Your name.
Nazionalità: Giapponese
Storia: Makoto Shinkai
Casa Editrice: Kadokawa Shoten
Casa editrice italiana: Jpop
Genere: Drammatico, Romantico, Soprannaturale
Anno: 2016
Volumi: 1
Stato in patria: Completato
Stato in Italia: Completato
Pagine: 192
ISBN: 9788868839796

Trama: Mitsuha, una ragazza di provincia, e Taki, giovane di Tokyo, sconosciuti entrambi delusi dalle loro quotidianità, si ritrovano un giorno a vivere in sogno una la vita dell’altro. Lasciandosi dei messaggi per il “risveglio” inizieranno a comunicare e a conoscersi, cercando di capire la loro strana relazione e il legame che li unisce e si rafforza notte dopo notte, sogno dopo sogno, mentre incombe il passaggio di una misteriosa cometa…
Una storia per tutti a cui è impossibile rimanere indifferenti, capace su carta come sullo schermo di danzare sul filo del reale, del sogno e del soprannaturale e di farci entrare nelle vite dei suoi protagonisti. (dal sito dell’editore).

Recensione: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira” scrisse J. D. Salinger ne Il giovane Holden. È esattamente la sensazione che ho provato quando ho terminato la lettura di questo romanzo.
Quando ho visto il film, mi sono approcciata alla storia senza aver visto neanche il trailer. Non sapevo assolutamente nulla della trama e, in questo modo, sono riuscita a godermelo fino in fondo e ad amarlo profondamente.
Nel momento in cui ho aperto il romanzo, invece, sono stata assalita dai dubbi: non è che il film mi era piaciuto così tanto proprio perché l’avevo visto completamente ignara di tutto? E se invece, proprio perché conosco la trama, il romanzo non dovesse piacermi?
Così, ho immaginato che a leggerlo non fossi io, ma qualcuno che non conosceva affatto la storia e, soprattutto, non aveva mai sentito parlare di questo titolo.
All’inizio, è stato davvero emozionante provare a leggere su due binari; poi, però, ho lasciato perdere, perché i miei dubbi sul fatto che potesse ugualmente piacermi sono stati letteralmente spazzati via dallo scorrere degli eventi.
È difficile spiegare come sia possibile, ma, durante la lettura, sono riuscita a provare le stesse, identiche sensazioni che mi hanno attraversata durante la visione: ho riso tantissimo, all’inizio, e ho provato lo stesso tuffo al cuore che avvertii la prima volta, quando Taki scopre finalmente la verità; nonostante già sapessi a cosa andavo incontro, ho temuto ugualmente che i nostri amici non ce la facessero e mi sono arrabbiata di nuovo con chi non ci credeva.
Ma non solo: nella postfazione Shinkai precisa che nel romanzo ci sono alcuni elementi che, ovviamente, mancano rispetto alla versione animata: i disegni, certo, ma anche le musiche, che sono essenziali per il film, oltre ad alcuni particolari che nella controparte stampata spiegano molto meglio la vicenda (e che risolvono alcuni dei dubbi che mi erano rimasti); le due versioni, secondo l’autore, si completano.
E ha ragione: non so se, leggendo prima il romanzo, come faccio di solito, avrei notato quei dettagli che invece mi sono saltati subito all’occhio; sicuramente, però, non avrei visto i luoghi attraverso il ricordo degli scenari meravigliosi dipinti dall’autore o immaginato i due protagonisti così bene o sentito, nella mia testa, le musiche della colonna sonora del film.
Per me, leggere questo romanzo, è stato come rivedere il film ancora una volta.
Lo stile, per chi non è avvezzo alla lettura delle light novel, potrebbe sembrare un po’ semplice, cosa che, in effetti, rispetto ad altri autori e ad altri generi, è; eppure, sarà che sono una grande lettrice di questa tipologia di romanzo, sarà che adoro a prescindere la storia (quindi, sì, non faccio testo), sarà che la versione filmica ripaga la mancanza di descrizioni estremamente dettagliate, sarà quello che vi pare, ma a me è piaciuto moltissimo così com’è.
[Recensione presente anche su Animeclick]

Voto: 5/5