Titolo: Nel silenzio parlami ancora
Autore: Antonella e Franco Caprio
Casa editrice: Besa
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 172
Genere: Narrativa, Storico, Introspettivo, Seconda Guerra Mondiale, Resistenza, Donne
ISBN: 9788849710502

Trama: Al tramonto della sua vita, Rina decide di ritornare nel luogo che ha segnato la sua esistenza: il carcere Le Nuove di Torino. Qui, nel silenzio rumoroso di una cella pregna del vissuto di tante donne come lei, si concretizza uno strano incontro che la induce a fare i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi. In questa cella, che oltre mezzo secolo prima ha visto Rina sua ospite, si apre l’album dei ricordi: ne emergono l’amore adolescenziale per Giacomo, ribelle antifascista; l’esperienza come staffetta partigiana; le torture subite; i sogni di moglie, madre e donna libera infranti contro le mura di una galera.
Il misterioso personaggio che incontrerà nella cella offrirà a Rina una diversa chiave di lettura del suo passato, un diverso “cammino” che le permetterà di riconciliarsi con se stessa, di liberarsi del dolore che l’ha tenuta prigioniera troppo a lungo per riappropriarsi del poco futuro che le resta da vivere.
Un romanzo intimistico che dà voce al silenzio. Una storia struggente e cruda, dolce e spietata che narra l’avventura di una donna e di una partigiana imbrigliata dal senso di colpa nei ricordi più dolorosi, fino a quando non deciderà di dare ascolto a quella parte di sé che ha sempre ignorato.

Recensione: Ho avuto il piacere di conoscere i fratelli Caprio per un motivo molto, molto banale: omonimia. Probabilmente, non avrei avuto la stessa fortuna se avessimo avuto cognomi diversi, ma, per fortuna, con i se e con i ma non si va da nessuna parte.
Fortuna, sì, perché ho letto tutti e tre i romanzi pubblicati dai due fratelli e li ho trovati tutti belli e appassionanti, nonostante siano completamente diversi tra loro per temi e genere. Tre opere validissime che consiglio a tutti di leggere.

Nel silenzio parlami ancora è un romanzo che racchiude in sé così tante sfaccettature che è difficile riuscire a coglierle tutte e a spiegarle senza risultare banale o ridondante: c’è la storia di Rina, una donna che, da giovane, è stata una staffetta nella guerra partigiana – figura ancora poco analizzata dai libri di storia e dalla letteratura (anche se, fortunatamente, molte antologie hanno iniziato a inserire, tra le proprie letture, stralci de L’Agnese va a morire di Renata Viganò, romanzo che vede protagonista un’altra donna partigiana) – che finisce per essere tradita e incarcerata; c’è la guerra partigiana, raccontata attraverso gli occhi di una donna diversa da quelle che s’imbarcavano in questa pericolosa avventura, perché Rina non diventa staffetta per un ideale, ma, all’inizio, solo per amore; c’è un paese, chiuso e gretto, che segue le leggi fasciste non tanto perché ci crede davvero, quanto perché ci sono loro al potere e quindi “non ci si vuole creare problemi”; c’è il primo periodo del dopoguerra, dove anche i partigiani commettono le stesse atrocità che avevano criticato nel regime; c’è una fede che va e che viene, perché, dopo tutto quello che Rina ha vissuto sulla propria pelle, è difficile per lei credere che ci sia davvero un Dio.

Anche la struttura del romanzo è particolare: i vari capitoli, infatti, sono narrati alternativamente da Rina, la protagonista che racconta la sua vita, e da un’altra persona, “l’Altro”, che riporta gli stessi eventi narrati dalla protagonista da un’ottica diversa: le drammatiche vicende vissute da Rina vengono, pezzo per pezzo, rivisitate con uno sguardo nuovo, più aperto e critico, dimostrandoci come la verità non stia mai solo da una parte, nonostante noi, consapevolmente o meno, preferiamo vederla solo con i nostri paraocchi. E alla fine, dopo tanto dolore, dopo tanta rabbia – verso il mondo, verso chi l’ha tradita invece di proteggerla, verso se stessa, per gli errori commessi – anche Rina impara a vederla, quella verità, e arriva il momento in cui, nel silenzio della cella in cui era stata rinchiusa durante la guerra e che ora, dopo tanti anni, torna a visitare, si svolge il dialogo più importante e difficile: quello con se stessa, in una delle pagine più belle che abbia mai letto e che non ha nulla da invidiare a quelle che la tradizione dialogica ci ha per secoli regalato, dai dialoghi presenti nelle tragedie dell’antica Grecia a Pavese.

Lo stile dei due fratelli è semplicemente meraviglioso: nonostante vengano descritti eventi storici, i personaggi non sono didascalici, non salgono su una cattedra per farci una lezioncina, ma impariamo a conoscere il contesto semplicemente ascoltando la loro vicenda. Anche i personaggi secondari, quelli che hanno voce solo attraverso le descrizioni di Rina e dell’Altro, appaiono vividi ai nostri occhi, escono dallo sfondo di una narrazione terza per farsi conoscere e apprezzare dal lettore. Inoltre, sebbene utilizzino un linguaggio più arcaico rispetto a quello cui siamo abituati, per adattarsi ai tempi che vengono raccontati, esso non risulta né noioso né pedante, ma sembra quasi di vederli, quei luoghi che vengono descritti, e di sentire quei suoni. Era da tanto che non leggevo un romanzo così stilisticamente perfetto, senza refusi né sbavature, bello anche dal punto di vista editoriale, intenso, pieno, ma, al contempo, chiaro e leggero.

Una lettura, questa, come quella dei romanzi precedenti, che consiglio davvero a tutti.

Voto: 4/5

Amo i libri, la scrittura, gli anime, i manga e le serie British.
Bibliotecaria e archivista.