Titolo italiano: L’uomo che inseguiva la sua ombra (Millennium 5)
Titolo originale: Mannen som sökte sin skugga
Autore: David Lagercrantz
Traduttore: Laura Cangemi, Katia De Marco
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 495
Genere: Thriller (?)
ISBN: 9788831727808

Trama: L’aver portato alla luce un intrigo criminale internazionale, mettendo in mano al giornalista investigativo più famoso di Svezia lo scoop del decennio, non è bastato a risparmiare a Lisbeth Salander una breve condanna da scontare in un carcere di massima sicurezza. E così, mentre a Mikael Blomkvist e a Millennium vanno onori e gloria, lei si ritrova a Flodberga insieme alle peggiori delinquenti del paese, anche se la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. È in grado di tener testa alle detenute più spietate – in particolare una certa Benito, che pare avere l’intero penitenziario ai suoi piedi, guardie comprese –, e ha altro a cui pensare. Ora che è venuta in possesso di informazioni che potrebbero aggiungere un fondamentale tassello al quadro della sua tortuosa infanzia, vuole vederci chiaro. Con l’aiuto di Mikael, la celebre hacker comincia a indagare su una serie di nominativi di un misterioso elenco che risveglia in lei velati ricordi. In particolare, quello di una donna con una voglia rosso fiammante sul collo. Nella sua inestinguibile sete di giustizia, Lisbeth rischia di riaccendere le forze oscure del suo passato che ora, in nome di un folle e illusorio bene più grande, quasi sembrano aver stretto un’alleanza per darle di nuovo la caccia. Come un drago, quello stesso drago che ha voluto tatuarsi sul corpo, per annientare i suoi avversari Lisbeth è pronta a sputare fiamme e a distruggere il male con il fuoco che brucia dentro tutti quelli che vengono calpestati.

Recensione:
Piccola, doverosa premessa: quando ho iniziato a leggere questo libro, il mio primo pensiero è stato che mi faceva talmente pena che non avrei speso neanche cinque secondi del mio tempo a scrivere una recensione in proposito, ma che come commento sarebbe bastato un laconico “È orribile”. Man mano che procedevo nella lettura, però, una rabbia crescente si è impadronita di me e ho deciso che, se stavo spendendo ore preziose a leggere un libro che si stava rivelando una boiata pazzesca, tanto valeva dedicare un’oretta a rendere partecipe della mia opinione chiunque avesse voglia di fermarsi a leggere. Del resto, io sono una fan dei Lisbeth Salander e come lei non sopporto le ingiustizie – soprattutto se perpetuate ai danni di autore che stimo moltissimo e di personaggi che ho amato alla follia.
Quindi sì, questa è una recensione MOLTO negativa e probabilmente sarà anche molto lunga, quindi, se non avete tempo/voglia di leggerla, penso che possiate fermarvi qui, tanto il succo di quello che scriverò mi pare sia abbastanza ovvio: questo libro mi ha fatto letteralmente schifo.

Ora, partiamo da un dato abbastanza oggettivo: questo libro – in quanto seguito della trilogia di Larsson – è considerato un poliziesco, un thriller, una storia che, in teoria, dovrebbe contenere quegli elementi tipici del genere: indagini – non importa se fatte da un poliziotto, un detective, un giornalista o un netturbino -, azione, inseguimenti, sparatorie, morti e, soprattutto, colpi di scena. Ok, magari non ci sono proprio tutti, ma in buona sostanza almeno un paio di questi dovrebbero esserci. Del resto, anche vedendo un telegiornale veniamo a contatto con casi di omicidi, ma non per questo li chiamiamo thriller. Perché? Perché l’elemento fondamentale di questo genere sono i colpi di scena, l’adrenalina che scorre nelle vene dei personaggi e in noi lettori che restiamo incollati alla pagina, per seguire le rocambolesche avventure dei nostri personaggi preferiti, con il cuore in gola perché speriamo che non accada loro nulla di male.
E, mi spiace dirlo, ma qui non c’è niente di tutto questo: non c’è azione, (poche sono le scene in cui accade qualcosa, e si possono contare sulle dita di una mano monca), non c’è adrenalina, con una pessima gestione del cambio di scena che, invece di farci venir voglia di andare avanti nella lettura, fa salire solo il nervoso per quanto è veloce e spesso senza senso, e non ci sono colpi di scena. No, signori, non sto scherzando: in questo romanzo tutto è chiarissimo già a meno della metà della storia, quindi non procedi nella lettura perché vuoi sapere come va a finire, ma perché speri che ti dica qualcosa che non hai già capito e l’unico colpo di scena che trovi è che, alla fine, non c’è niente. Roba che se leggete un dizionario ne trovate di più.
E già questo, sarebbe bastato a farmi dare un voto negativo a questo libro. Ma purtroppo, i problemi di questo romanzo sono molti di più e riguardano proprio la sua struttura.

Parliamo, per esempio, dei dialoghi. Io sono una fan dei dialoghi, davvero. Non capisco come facciamo certi scrittori a non usarli per niente, perché, per me, sono fondamentali. Sono convinta che un buon dialogo possa raccontare molto più di una descrizione di dieci pagine, senza risultare noioso e pesante.
Per far questo, però, i dialoghi bisogna saperli scrivere. E, secondo me, quest’autore non ne è capace.
Se andiamo sulla Treccani, il primo significato di questo termine è “colloquio fra due o più persone”, cosa che, credo, sia ovvia. E invece no: in questo romanzo, più che a dialoghi, si assiste a qualcosa che è un mix tra un interrogatorio della polizia, un’intervista e un monologo. La struttura dei “dialoghi” che trovate in questo libro, infatti, è più o meno sempre questa:
A pone una domanda;
B non vuole rispondere e usa monosillabi;
A lo invoglia a parlare con un “Ti prego”, “È importante”, “Fa’ uno sforzo” et similia;
B inizia a parlare e, da essere reticente o non ricordare bene quello che è successo, inizia a monologare per pagine e pagine raccontando tutto quello che sa.
A ogni tanto lo interrompe con costatazioni tristissime (quelle che, per intenderci, si fanno quando ti trovi davanti una persona che parla e parla e tu vuoi solo andartene ma non puoi, e quindi ogni tanto dici una sciocchezza solo per dimostrargli che stai davvero ascoltando) o peggio, finendo la frase dell’altro, un espediente che neanche un dilettante alla sua prima storia usa più.
Questa potrebbe anche essere una tecnica interessante per raccontare le esperienze di un personaggio se non fosse che oltre 300 pagine di libro sono rese in questo modo.
E c’è di più: quando si scrivono i dialoghi, è buona norma, persino se si tratta di un dialogo a due, inserire qualche elemento che ci fa capire cosa sta provando in quel momento quel personaggio. Un:
«Ciao, come stai?» chiese A con allegria.
è ben diverso da
«Ciao, come stai?» domandò A con una vena di tristezza nella voce.
proprio perché ti permette di far capire il lettore in che stato d’animo è il personaggio.
In questo romanzo, simili accortezze non ci sono: per quanto mi riguarda, i personaggi potevano stare sproloquiando ridendo a crepapelle, piangendo tutte le loro lacrime o come degli automi, sarebbe stato lo stesso. E quando ci sono stati dei blandi tentativi di provarci, i risultati sono stati quasi comici. Come quando Mikael ha una reazione esagerata contro un personaggio che viene spiegata con il fatto che sia un brutto periodo per il giornale e per quello che è successo a Lisbeth. Passi il secondo (sul quale potremmo scrivere un trattato per altri motivi), ma… come prego? Il giornale sta andando a gonfie vele, lui è famosissimo, dove diavolo li vede ‘sti problemi? Nei suoi sogni?

Questo romanzo, quindi, è una fiera di monologhi (proprio come tutti i polizieschi che si rispettino, eh!) e quando i personaggi si degnano di agire, oltre che parlare, non è che le cose vadano meglio. L’unica cosa che sanno fare bene, infatti, a parte monologare, è pensare. La maggior parte delle scene, infatti, inizia con il personaggio che guarda fuori/passeggia/beve un caffè/va in bagno e… pensa. E quando pensa ripercorre tutta la sua vita e quella di altri cinque o sei personaggi per pagine e pagine. Il culmine viene raggiunto quando, in uno di queste luuuuuunghe descrizioni di quello che avviene nel passato, viene inserito non solo il punto di vista del personaggio principale della scena, ma anche degli altri, creando un calzone di pensieri che mi avrebbe fatto scoppiare a ridere, se l’avessi trovato da qualche altra parte.
E, ripeto, potrebbe essere una scelta stilistica interessante se non avessimo anche i famosi dialoghi/monologhi di cui sopra e, ricordiamocelo, ci troviamo in thriller, quindi, cavolo, non mi devi raccontare tu tutto, devo capirlo IO dalle indagini, dalle azioni, da quello che dovrebbe muovere un cavolo di poliziesco che si rispetti.
Le poche scene in cui – finalmente! – succede qualcosa sono, come avevo accennato su, una delusione completa: Lisbeth, la grande eroina di Larsson, quella che era stata capace di tatuare sul corpo di un uomo “Io sono uno stupratore”, che è riuscita a tener testa a suo padre, che l’ha quasi ammazzato in più di un’occasione, che è un esempio di forza, coraggio e intelligenza, viene catturata in un modo assolutamente stupido che non avrebbe fregato nemmeno me; per non parlare degli “errori” compiuto da un po’ tutti i personaggi: falsi, falsissimi, illogici. E mi sarebbe anche andato bene se ci fosse stato un minimo di pathos in tutto questo, ma non ho avuto neanche questa gioia: nemmeno gli articoli di giornali, che dovrebbero essere il più imparziali possibili, lasciano così indifferenti.
Indifferenza, ecco il sentimento che avrei provato per questo romanzo se fosse stato solo frutto della mente di Lagercrantz. I personaggi sono piatti, non brillano, non ti rimangono dentro, sembrano delle marionette che agiscono perché l’autore le muove, non per loro iniziativa. All’interno c’è stata anche la morte di un personaggio che abbiamo incontrato in tutti gli altri libri e neanche quel momento è riuscito a smuovermi; eppure, si tratta di un personaggio che ho amato molto.

Se tutto questo non dovesse bastare a spiegare perché questo libro mi ha fatto pena, passiamo a certe scelte talmente brutte da risultare comiche. Ora, io non so se sono frutto delle fatiche (?) dell’autore o di una traduzione sbagliata o di tutte e due le cose, ma ci sono passi in cui l’ordo verborum è completamente sbagliato e bisogna leggere la frase più di una volta per capire che diavolo vuol dire e altri dove i “dialoghi” e le scene non hanno senso. Come per esempio quando dice che:
“La donna andò in bagno e tornò con due bicchieri di vetro che posò accanto alle bottiglie.” [cit.]
Vi giuro ho iniziato a ridere come una pazza. I bicchieri li aveva in bagno? O, come è probabile, era andata prima in bagno e poi, tornando, era passata dalla cucina e aveva preso i bicchieri? Ma era proprio necessario scrivere una cosa del genere? Non poteva andare semplicemente in cucina?

Che orrore, sul serio. Sono rimasta veramente sorpresa nel vedere un peggioramento così repentino: Quello che non uccide, per me, non è stato certo un capolavoro, ma, come ho accennato nella recensione che ho lasciato al romanzo, ho voluto dare fiducia all’autore, perché, scrivendo fanfiction, so bene che non è facile muovere personaggi che non sono tuoi – Lisbeth in particolar modo – ma non avrei mai creduto di assistere a un simile scempio. L’unica risposta che riesco a darmi a un simile, drastico peggioramento è che l’autore, nello scorso romanzo, ha cercato di tenersi alla linea di Larsson e a come lui aveva tratteggiato i personaggi; in questo, invece, ormai sicuro di essere in grado di farcela da solo, ha abbandonato completamente le basi tracciate dal suo predecessore, per muoversi da solo. Con risultati penosi su tutta la linea.

Vi assicuro che sono stata anche parca di esempio, perché potrei continuare per molto ancora. Anzi, durante la stesura di questa recensione, sono dovuta tornare spesso indietro per modificare frasi nelle quali avevo inserito commenti tutt’altro che carini all’indirizzo di questo romanzo e del suo creatore.
Perché, sì, sono incazzata. E molto. Sono arrabbiata perché questo libro è orribile e se non avesse il nome di Larsson sopra, se non avesse preso i nomi – e solo quelli – dei suoi personaggi, sono più che sicura che nessuno si sarebbe sognato di leggerli o comunque non sarebbe così in alto nelle varie classifiche mondiali. Sono incavolata perché per specularci su hanno snaturato e distrutto personaggi splendidi: Lisbeth è la pallida ombra di se stessa, Mikael non è capace di capire neanche come si riscaldi l’acqua se non gli viene detto qualcosa e se fa una deduzione a noi non è dato sapere da dove gli è venuta fuori
Per quanto mi riguarda, non ho intenzione di spendere un secondo di più dietro a una simile schifezza, a meno che qualcuno non mi dimostri che ne vale davvero la pena. E spero che anche altre persone seguano il mio esempio.

Voto: 1/5 (anzi, 0/5 sarebbe più adatto…)

Amo i libri, la scrittura, gli anime, i manga e le serie British. Bibliotecaria e archivista.