Titolo italiano: La signora di Wildfell Hall
Titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall
Autore: Anne Brontë
Traduttore: Francesca Albini
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione originale: 1848
Anno di pubblicazione: italiana 2014
Pagine: 590
Genere: Letteratura Inglese, Periodo Vittoriano, Classici, Romantico, Romanzo epistolare,
ISBN: 9788854508583

Trama: Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile. Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle. Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure fem-minili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.

Recensione: Ci ho messo un po’ a decidere la mia opinione su questo romanzo, perché, mentre lo leggevo, è oscillata pericolosamente tra i due estremi «Oddio che brutto!» e «Geniale!» (donde il voto che è un po’ una media delle due reazioni).
Non ho mai capito perché Anne Bronte sia considerata “inferiore” alle altre due sorelle (tant’è che io non credo di averla mai studiata): ha delle trovate stilistiche piuttosto singolari che, invece, non ho trovato nei romanzi delle sorelle (almeno in quelli che ho letto). Se c’è una cosa che ho apprezzato tantissimo in questo romanzo, infatti, è stato proprio l’utilizzo di diversi piani narrativi e il modo in cui li ha inseriti: all’inizio sembra, un semplice romanzo epistolare; poi, all’interno delle lettere, vengono copiati interi passi del diario privato della seconda narratrice; infine, si ritorna alle lettere del primo narratore, nelle quali Gilbert inserisce alcuni passi delle lettere di Helen, la protagonista femminile.
Tuttavia, se, da un punto di vista stilistico, non posso che elogiare l’autrice, non riesco ad essere così positiva per quanto riguarda i personaggi. Che, lo ammetto, non mi sono piaciuti per niente. Certo, è comprensibile che personaggi come Helen e suo marito mi siano lontani, sia per idee sia per comportamenti; tuttavia, non è tanto questo ad avermi disturbato (amo i romanzi di questo periodo e li accetto sempre i personaggi come figli del loro tempo), quanto la stupidità intrinseca di Helen: come fai, per esempio, a metterti a scrivere un diario nella stessa stanza dove c’è tuo marito? Va bene che pensava dormisse, ma sta parlando male di lui, sta confidando alle sue pagine il metodo che utilizzerà per scappare, dovrebbe stare molto più attenta. D’accordo, è un espediente narrativo, ma a me non è piaciuto.
Ciò che però davvero non sono riuscita a sopportare è la quasi ossessione che la donna ha per gli insegnamenti religiosi: Helen mi ha ricordato tanto la Lucia di manzoniana memoria (e infatti non sopporto neanche lei), elevandosi ad un livello superiore: non è possibile che ogni sua pagina, ogni sua battuta sia infarcita non soltanto di buonismo e filosofia cristiana, ma di intere citazioni tratte dalla Bibbia. Helen è il tipico personaggio che perdonerebbe anche il proprio assassino e che ha assoluta fiducia in quello che Dio ha in serbo per lei – nonostante, c’è da dirlo, ogni tanto prenda l’iniziativa, più per salvare suo figlio che per se stessa.
Per concludere se, oggettivamente, lo trovo un romanzo ben fatto e ben strutturato, dall’altro , proprio a causa della protagonista, non sono riuscita a gustarmelo fino in fondo (un po’ come è accaduto con Agnes Gray): evidentemente il pensiero di Anne Bronte proprio non fa per me.

Voto: 3/5

Amo i libri, la scrittura, gli anime, i manga e le serie British. Bibliotecaria e archivista.