Titolo italiano: Inferno
Titolo originale: Inferno
Autore: Dan Brown
Traduttore: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 522
Genere: Misero, Thriller
ISBN: 9788804631446

Trama: Nei suoi bestseller internazionali – Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto -, Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un’avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'”Inferno” di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.

Recensione: La tentazione di dare a questo romanzo 1 come voto è stata molta, ma alla fine sono stata buona e gli ho assegnate 2.
Perché, dai, almeno non mi ha fatto così schifo come Il simbolo perduto, con tutto che buoni motivi per “punire” Brown ne avrei parecchi.
Voglio dire, Dan caro, siamo al sesto romanzo. E, dopo cinque titoli, qualcosa avresti dovuto impararla.
Tanto per cominciare, a livello di mera forma: quando capirai, per esempio, che a noi, dei tuoi sermoni non frega niente? Non sto dicendo che non devi dare informazioni su Dante, sulla Divina Commedia, su Firenze, su Venezia o quel che è; dico solo che tu non sai assolutamente dare queste informazioni. E, soprattutto, ne dai troppe, spesso inutili – oddio, utili per la propria conoscenza personale, ma non ai fini della storia. Siamo in un romanzo, cavolo: tu non puoi metterti in cattedra e farmi la lezioncina. Per quello, esiste la scuola; tu sei uno scrittore, e come tale devi sapere come darmi le informazioni senza che, leggendoti, mi venga in mente la mia prof che spiega Dante o, peggio, provi lo strano istinto di lanciare il libro dalla finestra!
Per non parlare poi di quanto quest’uomo ami le ripetizioni («Anche tu», potrebbe dirmi qualcuno, dato che queste considerazioni le ho fatte anche per gli altri titoli. Ehi, perché uno scrittore può usarle e io, che scrivo gratis e per diletto mio e di chi vuole leggere, no? Un po’ di par condicio, grazie!). Perché, beh, il fatto che Robert soffra di claustrofobia e che abbia una memoria eidetica sviluppatissima sono dettagli che hanno rotto le scatole. D’accordo, potrebbe capitare il lettore che non ha mai filato gli altri tre romanzi (anche se non capisco perché calcolare proprio questo, ma va beh) e che, quindi, giustamente, non sa cosa abbia passato il piccolo-tenero-e-dolce Rob durante la sua tristissima infanzia; d’accordo, ci sono lettori che, a differenza del nostro protagonista, hanno una memoria corta e che hanno bisogno di sentirsi ricordare qualche particolare una volta in più. Ma qua, siamo davvero all’esasperazione: esiste capitolo – vorrei dire quasi pagina – in cui uno dei due dettagli non viene detto?
L’autore, però, pensa che siamo tutti un po’ cretini, perché ci tiene a ricordarci ogni due per tre anche tanti elementi che fregano ancora meno: Sienna è bellissima, talmente splendida che non c’è essere umano che non la guardi. E va beh, a Langdon – e a Brown, visto che non c’è mai stato un personaggio cesso nei suoi romanzi! – piacciono gli strafighi, lo abbiamo capito tutti. Perché, ricordiamolo, Robert è l’uomo dalla memoria eidetica strepitosa, l’uomo che tutto il mondo si farebbe, l’uomo che conosce tutte le lingue del mondo, a cui tutte le porte vengono aperte – porte inaccessibili, che nessuno ha mai varcato e che  lui ha attraversato in visite particolari e speciali che te lo fanno odiare perché tu non potrai mai andarci, neanche tra mille vite, e lui ci tiene a ricordartelo in ogni cosa che vede – l’uomo perfetto. Sento già qualcuno bisbigliare il nome di Christian Grey, “L’Uomo” per eccellenza: beh, credetemi, il riferimento a 50 sfumature c’è veramente nel romanzo, punto su cui ho lollato un sacco e che mi avrebbe fatto anche dare tre stelle… no, tranquilli, mi sono ripresa subito!
Insomma: qui siamo alla fiera dei personaggi strepitosi, intelligentissimi, bellissimi e qualsiasi cosa-issimi. Naturale, dirà qualcuno non è da tutti riuscire a salvare il mondo tutte ‘ste volte, se non sei un non plus ultra. Beh, Brown, scusa tanto se al mondo ci sono tanti cessi, idioti, normalissimi esseri umani come me a cui, proprio per questo motivo, non potrà mai capitare qualcosa di così avventuroso!
E che dire di quante marche famosissime e costosissime vengono nominate: ma cos’è, per ogni nome la casa editrice ha una percentuale? No, perché che a me che un tizio indossi Armani o una giacca comprata al mercatino dell’usato non frega niente. Ma, dimenticavo: qui abbiamo a che fare con Langdon, l’-issimo, colui che si fa cucire le proprie iniziali sulla giacca costosissima, perché sia mai venga confusa con quella di un misero studente! Proprio un chiaro esempio della tanto decantata umiltà del professore. Può lui, quindi, non riconoscere un Armani o un Trussardi alla prima occhiata e non comprendere, da questa, quanto questa persona possa essere in vista, intelligente e splendida, alla faccia del famoso detto che “l’abito non fa il monaco”? Anche le vendite non fanno uno scrittore, ricordiamocelo.
Possibile, caro Dan, che tu, dopo sei romanzi, non abbia imparato che queste cose non si fanno? Di solito, sono le prime critiche che gli editor fanno agli esordienti e io non posso tollerarle nel SESTO libro di un tizio che vende milioni di copie.
Ma allora, si chiederà qualcuno, perché due stelle per qualcosa che non ne vale nemmeno mezza?
Perché, se c’è una cosa in cui Brown è bravo – motivo per il quale vende tanto e, soprattutto, io mi sono letta tutti e sei i suoi romanzi (anche se prestati) – è l’idea base. Che, anche in questo romanzo, è interessante. E, a differenza di quanto si possa pensare, non parlo di Dante.
Sì, perché, se è vero che tutta la vicenda è imperniata dei simboli, dei nomi e dei versi dell’Inferno di Dante, è anche vero che c’è un altro tema che Brwon affronta – escamotage che abbiamo ritrovato anche in altri romanzi e che, devo dirlo, mi piace: il sovraffollamento planetario e le possibili conseguenze catastrofiche che ne potrebbero derivare. Un tema – un problema, a dire il vero – che a me interessa molto e di cui ho sentito parlare spesso.
Oddio, con questo non voglio dire che Dante non sia interessante, eh; anzi, il motivo per cui ho deciso di leggere questo romanzo, nonostante la precedenza schifezza, è stato proprio questo e il fatto che il racconto si dipani a Firenze, città che adoro, nonostante sapessi a cosa andavo incontro.
Però.
Però io ho fatto studi umanistici. Ho studiato letteratura italiana, ho studiato storia dell’arte, ho studiato Dante; conosco bene il dolce stil novo, il Medioevo e se mi sento dire che il Rinascimento nasce grazie alla peste io divento una iena. E se leggo paragonata Notre Dame a San Marco perché sono ambedue mastodontiche, io inizio a inveire contro il mondo. E se penso che c’è gente che dirà che ha appreso concetti di storia da questo libro, io mi sento offesa.
I problemi nella trama, però, non finiscono qui. Sì, perché alle boiate colossali che ho letto, avrei potuto anche soprassedere (ok, avrei bestemmiato contro il mondo, lo so) se il thriller fosse stato ben consegnato, ma no, neanche quella soddisfazione ho avuto e non solamente per i problemi detti su.
Il problema vero è che, dopo cinque romanzi, uno ha capito a che gioco giochi e cosa succederà. Ora, non voglio spoilerare niente, ma in Chi ci fosse qualcosa che non andava, l’ho capito subito; anzi, mi sono persino detta «E no, dai, non credo! Il giochetto ormai l’abbiamo capito!» E invece no. Molte deduzioni così spettacolari le ho fatte appena apparsi i primi indizi. Ok, forse dipende dal fatto che conosco Dante e La Commedia, che sono italiana e certi giochi di parole forse avrebbero potuto trarre in inganno un americano ma non un italiano… ma, insomma, credo di star facendo troppe concessioni.
Certo, qualcuno mi potrebbe dire che ha perso la memoria, quindi, poverino, è normale che ci abbia messo un po’ ad arrivare a certi risultati e che sia rimasto sconvolto quando ha letto una frase in latino (perché lui, abituato a sentir parlare tutto il giorno in italiano, non ci aveva pensato che nel 1100 era il latino la lingua franca. Cos’è che studieresti tu? In cosa saresti esperto tu?).
Un altro elemento che ho veramente apprezzato del romanzo è il finale (non proprio finale-finale; diciamo la parte conclusiva), quello che non posso svelarvi, ma che lascia mille domande aperte sul futuro del genere umano, sia nel romanzo che nella realtà. E un buon finale, spesso, è tutto: ci sono romanzi bellissimi che cadono proprio su questo, e schifezze immonde che restano nella memoria proprio per il finale. Ma, per quanto mi riguarda, nonostante qualche punto a favore di questo titolo, non posso dire che rientri, a mio giudizio, in nessuna delle due categorie.
Caro Dan, vuoi un consiglio? Lascia stare Robert (e vorrei dire il thriller, ma non lo dico. Ops) per un po’, e datti a qualcos’altro.

Voto: 2/5

Amo i libri, la scrittura, gli anime, i manga e le serie British.
Bibliotecaria e archivista.