Quattro tazze di tempesta, di Federica Brunini

Titolo italiano: Quattro tazze di tempesta
Autore: Federica Brunini
Casa editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 224
Genere: Introspettivo, Amicizia
ISBN: 9788807031878

Trama: Viola vive in un paesino del Sud della Francia, in una grande casa che divide con la sua cagnolina Chai. Ha un negozio di tè provenienti da tutto il mondo. La sua passione è trovare la miscela giusta per le emozioni di ogni cliente e inventare ricette gourmandes a base di tè. C’è un infuso per ogni stato d’animo, e lei li conosce tutti: strappa-sorrisi, leva-paura, antimalinconia, sveglia-passione, porta-gioia, tè abbraccio…
Per il suo compleanno, Viola raduna sempre a La Calmette le sue tre amiche storiche per un rendez-vous a base di chiacchiere, relax, bagni di sole e profumo di lavanda.
Quest’anno, però, è diverso. Nonostante la gioia di rivedere le amiche, Viola è tormentata dal dolore per la morte del marito. Mavi, l’unica mamma del gruppo, è perennemente stressata. Chantal, insegnante di yoga in cerca del suo posto nel mondo, è insicura del compagno, molto più giovane di lei. E Alberta, un architetto in carriera, è distante, troppo presa dal lavoro e da un nuovo, misterioso amore.
Nessuna delle quattro donne sembra essere la stessa che le altre conoscono, o credono di conoscere. Ognuna cova dentro di sé un’inaspettata inquietudine, che monta di ora in ora come una tempesta fino a scoppiare all’improvviso davanti alla torta di compleanno di Viola e alla sua ignara assistente Azalée.
Tra illusioni e delusioni, rimpianti e rivincite, lacrime e risate, le quattro donne si confronteranno con i loro sogni di ragazzine e le realizzazioni più o meno mancate dell’età adulta. E attraverseranno la tempesta per uscirne trasformate e più forti.

Recensione: Mi dispiace dare un voto così basso a questo romanzo, visto che si tratta di un regalo da parte di una cara amica. Tuttavia, non posso fare altrimenti, perché, a conti fatti, non mi è piaciuto. E dire che dalla quarta di copertina non l’avevo trovato male. O meglio, non l’avevo trovato così malvagio. Fin dalle prime parole, infatti, avevo capito dove sarebbe andato a parare: quattro amiche di vecchia data si rivedono per il compleanno di una di loro. Ognuna di loro ha però qualcosa che la rode dentro e che viene fuori in un momento ben preciso, rischiando di rovinare un rapporto così stretto; tuttavia l’amicizia che le lega è più forte della tempesta e il loro rapporto ne uscirà ancora più rafforzato (no, non temete, non ho spoilerato nulla, ci ha già pensato la quarta di copertina).
Chiariamo subito: queste promesse non verranno assolutamente disattese, e a me sta bene così: in un mondo come il nostro, dove l’amicizia ormai pare non esista più e dove ognuno pensa egoisticamente a se stesso, leggere un libro che invece ha un finale positivo ti fa ancora sperare che anche nel mondo reale le cose possano andare in questo modo. Anche se la trama non è proprio originalissima.

Ciò che non mi è piaciuto è il modo in cui questo romanzo viene raccontato. Tanto per cominciare, le protagoniste. Sinceramente, non sono riuscita ad affezionarmi a nessuna di loro, anzi, se le conoscessi davvero, le mollerei dopo cinque minuti. Sì, perché, per quanto mi riguarda, la grande pecca di questo romanzo è quella di perdersi nella descrizione delle loro inquietudini.
Ora, ognuno di noi ha qualcosa che lo turba; può essere il lavoro che manca, la famiglia, un amore non corrisposto, una malattia, quello che volete. È umano. Ma… avete presente quando una persona vuole sfogarsi e voi prima l’ascoltate partecipi, poi, dopo la prima, la seconda, la terza, la trilionesima volta che vi parla dello stesso problema, volete solo che la pianti, perché, beh, non ce la fate più? Non è cattiveria, è che tutti stiamo male, tutti abbiamo problemi, ma una cosa è sfogarsi, un’altra subissare l’altro con i propri problemi. Bene, leggendo questo romanzo ho provato la stessa sensazione di fastidio. Anche Viola, quella che all’inizio ha attirato più le mie simpatie, per via della sua situazione – piuttosto tragica, in verità – alla fine diventa pesante come le altre. Certo, la si può capire, visto quello che le è successo, ma il punto è proprio quello: arrivare a non sopportare un personaggio che dovrebbe suscitare partecipazione e pietà non è bello. Ad un certo punto, infatti, mi sono trovata a pensare “E basta!”. Il fatto che la storia sia ambientata in una zona sperduta della Francia, non ha certo aiutato, perché i personaggi secondari sono molto pochi e poco presenti, qundi la vicenda si concentra sulle quattro amiche. Certo, nella seconda parte, quella dopo “la grande esplosione” la situazione migliora un po’, perché si affacciano nuovi personaggi e si verificano più eventi, ma, ugualmente, ho trovato tutto piuttosto noioso.
Anche il finale non mi ha entusiasmata più di tanto: esattamente, cosa ha spinto Viola a telefonare a Charles? Le amiche? Non mi pare. Le tazze da tè? Probabilmente. Ma allora a che è servito il romanzo se bastava una scena che non c’entrava niente con le altre amiche?

La mia avversione verso questo romanzo probabilmente dipende dal fatto che è proprio il modo di narrare che non mi è piaciuto. Per esempio, ho trovato i dialoghi mal costruiti: sciatti e inutili nella prima parte (praticamente, se fossero state zitte, sarebbe stato lo stesso), falsi nella seconda; un po’ come quando, in una pièce teatrale, noti che quel dialogo potrebbe funzionare solo sul palcoscenico ma mai nella realtà, perché nessuno parlerebbe mai così nel mondo reale. Per non parlare poi di alcune scelte, come quella di chiamare il figlio di Mavi “l’Erede”, esplicitando il suo nome solo una volta, non solo nelle conversazioni della donna, ma anche nei suoi pensieri. Certo, potrebbe essere considerato come un modo per far capire che per Mavi il fatto di avere un figlio è qualcosa che, per quanto la renda felice, la fa sentire ormai prigioniera del suo ruolo, ma una simile interpretazione funzionerebbe se ne parlasse solo lei in questi termini, e invece usano queste espressione anche le sue amiche. E poi, erede di che? Mica è un principe ereditario o devono parlare in codice perché il bambino potrebbe subire un attentato da un momento all’altro!
Un altro elemento che ho trovato fastidioso è la presenza di cibi francesi che vengono inseriti come se tutti conoscessimo la cucina francese e sapessimo di che diavolo sta parlando. Se per i vari té nominati, nella parte finale del libro, c’è un piccolo breviario sulla loro origine e utilizzo (utile per chi, come me, odia abbastanza il té e non ne capisce niente), per quanto riguarda il cibo non abbiamo lo stesso aiuto e, soprattutto nella prima parte, ci troviamo di fronte a una sequela di piatti che al lettore medio non vogliono dire assolutamente nulla: insomma, avrebbe potuto nominare pietanze preparate da chef o parolacce, sarebbe stato lo stesso. E se c’è una cosa che odio è non riuscire a visualizzare nella mente quello che leggo, foss’anche una tavola imbandita.
In sintesi, si tratta di una lettura carina, ma che poteva essere resa in modo decisamente migliore.

Voto: 2/5

Obsession, di Valentina c. Brin

Titolo italiano: Obsession
Autore: Valentina C Brin
Casa editrice: Amazon [Youcanprint per la prima ed.]
Anno di pubblicazione: 2017 [prima ed. 2013]
Pagine: 522 [480 prima ed.]
Genere: Romantico, Storico, Erotico
ASIN: B07657F236 [ISBN: 9788891118097 prima ed.]

Trama: Inghilterra, 1715.
Quando Eleanor White arriva a Collingwood porta con sé la dignità di chi fa parte del popolo, l’amarezza di un amore tradito e la determinazione ad aiutare la propria famiglia con ogni mezzo. Peccato che non sappia quanto sia sconvolgente quello che l’aspetta in quella tenuta, rifugiato nell’ombra di rifiuto e rancore che gli affoga il cuore: Ashton Spencer, conte di Collingwood, è un uomo violento che rifiuta l’amore in ogni sua forma. Un uomo in cui è destinata ad attecchire un’ossessione profonda e incontenibile, struggente, violenta come la sua stessa anima.
Ma come fare, quando l’unica donna che desideri è la sola che non puoi avere? Sullo sfondo della prima rivolta giacobita, una storia d’amore indimenticabile. Un romance storico che vi stregherà.

Recensione: Ci sono dei libri che è difficile sia votare che recensire, e per tanti motivi. Questo è uno di quelli.
Era da parecchio che volevo leggere il romanzo di Brin, e il gruppo di lettura da lei creato è stata un’ottima scusa. I motivi per cui ci tenevo tanto sono parecchi e legati alle motivazioni più diverse.
Innanzi tutto, questo romanzo è nato da una fan fiction. Proprio così: Ashton una volta era Draco Malfoy, Eleanor Ginny Weasley ecc ecc… Ho letto altri romanzi originali nati da fan fiction e, sinceramente, mi avevano parecchio deluso: troppa poca descrizione, personaggi che si vedeva palesemente essere nati da altra penna (anzi, finivi irrimediabilmente per vederci il personaggio originale piuttosto che il figlio); tuttavia, conoscendo Brin (il secondo motivo per cui mi sono decisa a leggere questo romanzo. No, state tranquilli, che conosca o meno un autore, non mi lascio mai influenzare nelle mie recensioni!) e sapendo quanto ci aveva lavorato su, ho provato a dare un’altra chance a questo genere. E ho fatto bene. Perché, se non avessi già conosciuto la storia che c’è dietro questo romanzo, non l’avrei mai detto. Vero, la protagonista ha i capelli rossi come Ginny, vero, anche la nostra piccola Weasley è anche troppo coraggiosa, ma queste caratteristiche non sono certo rare in una protagonista.
Se c’è una cosa che non manca, in questo romanzo, è proprio l’attenzione all’evoluzione dei personaggi: tutti, nessuno escluso, ha una storia che l’ha portato ad essere in un certo modo e che gli fa compiere determinate scelte; tutti, a seconda dei personaggi che incontrano, cambiano, nel bene o nel male; tutti, a fine lettura, ti restano dentro, che li si odi o li si ami. E io ho davvero odiato con tutto il cuore alcuni personaggi e alcuni comportamenti: ho digrignato i denti per alcune scene (il labirinto: non potrò mai perdonare coloro che hanno preso parte a quella follia!), ho avuto voglia di picchiare con le mie mani Ashton in biblioteca e avrei preso a mazzate Eleanor per essere caduta subito negli occhi di Ashton (perché sono una donna di oggi, certo, ma anche perché non capisco e non capirò mai perché alle donne piacciono i tipi che le trattano in questo modo. No, non cercate di spiegarmelo: ci hanno già provato in tanti senza successo).
A questo proposito, se c’è una cosa che in questo romanzo non manca è la descrizione dei momenti intimi dei due personaggi. Voi che cercate un romanzo erotico, voi che dite che le scene tra Christian Grey e Ana Steele sono ad alto tasso erotico, leggetevi questo romanzo e poi fatemi sapere. Perché qui non c’è una scena tra i due che lascia indifferenti: questo è quello che considero erotismo. Erotismo ma non porno, ed erotismo non fine a se stesso, a quanto detto su.
Obsession è stato considerato un romanzo storico. Ora, non so se l’autrice l’abbia considerato lei tale o se è stata idea di qualcun altro. Ma, sinceramente, io lo definirei piuttosto “a sfondo storico”. Certo, si parla dei giacobiti, gruppo realmente esistente che voleva la dinastia Stuart di nuovo al potere, ed è anche vero che queste vicende sì intrecciano con quelle dei protagonisti; ma c’è da precisare che non è la conditio sine qua non del romanzo: esso infatti avrebbe funzionato lo stesso se fosse stato ambientato in un altro periodo storico, con altre beghe politiche e altri regnanti considerati usurpatori.
Questa puntualizzazione, tuttavia, non va a scapito del romanzo o della mia opinione su di esso; anzi, io adoro i romanzi storici o con ambientazione storica e lo trovo un dettaglio fondamentale, per un titolo che, appunto, non è soltanto una semplice storia d’amore tra i due, ma molto di più.
Se devo trovare un difetto, esso è forse proprio l’attenzione all’evoluzione del personaggio che prima ho definito – e lo ribadisco – il punto forte della trama. Perché la puntualizzazione con cui vengono descritti i pensieri dei personaggi diventa ossessione, non solo nel protagonista (e ci sta. Altrimenti non avremmo neanche il libro!), ma proprio nell’autrice di dirci tutto quello che provano i personaggi. Che, per carità, è una cosa buona giusta e sacrosanta, ma che diventa a volte irritante nelle descrizioni delle scene con più alto pathos. In quei momenti, alla mia testa, di cosa sta provando minuto per minuto la protagonista, non frega niente; io voglio soltanto seguire l’azione, vederla. Ma con tutti ‘sti pensieri, io non vedo niente. Anche nei dialoghi, non è esattamente la scelta migliore terminare una battuta di un personaggio con la descrizione di tutti i suoi pensieri: si perde il filo del discorso, soprattutto se si tratta di un botta e risposta serrato. Confesso che in alcuni di questi momenti, ho pensato «E che palle! E lasciami sentire che ha da dire!». Il problema vero, però, si ha nelle scene d’azione: lì serve movimento, adrenalina, periodi brevi e secchi, in cui il cuore del lettore deve palpitare immaginando la scena, non discorsi che riescono a farti salire la tensione, sì, ma solo se comunque non sfociano nel POV; a quel punto si ha invece un effetto decisamente opposto.
Secondo me, questo “problema” dipende da un dettaglio fondamentale – che è anche uno dei motivi di cui sopra per cui ho deciso di leggerlo. Obsession è un’auto-pubblicazione.
Ho letto molte critiche, a proposito di questa pratica, da parte di editor di professione e di semplici lettori “puristi”. A costoro vorrei ricordare che i cosiddetti editori “seri” sono quelli che pubblicano anche Fabio Volo e 50 sfumature di grigio. Alta letteratura e cultura, senza dubbio. Con questo non voglio dire che le auto-pubblicazioni sono tutte da salvare, eh: ci sono le immani schifezze, come le perle, ma è proprio il voler fare di tutta l’erba un fascio che mi irrita: frequento da 13 anni il mondo della scrittura amatoriale e vi posso assicurare che ci sono storie che sono più degne di stare in libreria di tante porcherie che leggo )e altre che andrebbero cancellate dal mondo).
Dicevo, questa è un’auto-pubblicazione: ne consegue, quindi, che non ha dietro il lavoro di un professionista (almeno da quanto ne so) e ciò lo si nota sia da alcuni dei dettagli detti su, sia da quegli errori che potrei definire banali: la presenza di vari refusi, per esempio, o il fatto che vengano usate le stesse espressioni a poche pagine di distanza, quando invece non dovrebbe essere così. Anche l’uso dello stesso termine più volte in una frase risulta a volte essere irritante: certo, in molti casi è anaforico, ma in altri avrei preferito fossero usati sinonimi o espressioni equivalenti.
«Ma guarda che queste cose si trovano anche nei romanzi pubblicati dalle case editrici, eh!» potrebbe dirmi qualcuno, e lo dico pure io. Certo. Ed è per questo che continuo a non capire quale sia il problema dell’auto-pubblicazione (e ad avere sempre meno fiducia nell’editoria attuale). Ma questo è un discorso che non ha senso approfondire qui.
Per concludere, l’ho trovata una bella lettura: interessante e avvincente, nonostante i difetti che ho descritto.

L’uomo che inseguiva la sua ombra, di David Lagercrantz

Titolo italiano: L’uomo che inseguiva la sua ombra (Millennium 5)
Titolo originale: Mannen som sökte sin skugga
Autore: David Lagercrantz
Traduttore: Laura Cangemi, Katia De Marco
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2017
Pagine: 495
Genere: Thriller (?)
ISBN: 9788831727808

Trama: L’aver portato alla luce un intrigo criminale internazionale, mettendo in mano al giornalista investigativo più famoso di Svezia lo scoop del decennio, non è bastato a risparmiare a Lisbeth Salander una breve condanna da scontare in un carcere di massima sicurezza. E così, mentre a Mikael Blomkvist e a Millennium vanno onori e gloria, lei si ritrova a Flodberga insieme alle peggiori delinquenti del paese, anche se la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. È in grado di tener testa alle detenute più spietate – in particolare una certa Benito, che pare avere l’intero penitenziario ai suoi piedi, guardie comprese –, e ha altro a cui pensare. Ora che è venuta in possesso di informazioni che potrebbero aggiungere un fondamentale tassello al quadro della sua tortuosa infanzia, vuole vederci chiaro. Con l’aiuto di Mikael, la celebre hacker comincia a indagare su una serie di nominativi di un misterioso elenco che risveglia in lei velati ricordi. In particolare, quello di una donna con una voglia rosso fiammante sul collo. Nella sua inestinguibile sete di giustizia, Lisbeth rischia di riaccendere le forze oscure del suo passato che ora, in nome di un folle e illusorio bene più grande, quasi sembrano aver stretto un’alleanza per darle di nuovo la caccia. Come un drago, quello stesso drago che ha voluto tatuarsi sul corpo, per annientare i suoi avversari Lisbeth è pronta a sputare fiamme e a distruggere il male con il fuoco che brucia dentro tutti quelli che vengono calpestati.

Recensione:
Piccola, doverosa premessa: quando ho iniziato a leggere questo libro, il mio primo pensiero è stato che mi faceva talmente pena che non avrei speso neanche cinque secondi del mio tempo a scrivere una recensione in proposito, ma che come commento sarebbe bastato un laconico “È orribile”. Man mano che procedevo nella lettura, però, una rabbia crescente si è impadronita di me e ho deciso che, se stavo spendendo ore preziose a leggere un libro che si stava rivelando una boiata pazzesca, tanto valeva dedicare un’oretta a rendere partecipe della mia opinione chiunque avesse voglia di fermarsi a leggere. Del resto, io sono una fan dei Lisbeth Salander e come lei non sopporto le ingiustizie – soprattutto se perpetuate ai danni di autore che stimo moltissimo e di personaggi che ho amato alla follia.
Quindi sì, questa è una recensione MOLTO negativa e probabilmente sarà anche molto lunga, quindi, se non avete tempo/voglia di leggerla, penso che possiate fermarvi qui, tanto il succo di quello che scriverò mi pare sia abbastanza ovvio: questo libro mi ha fatto letteralmente schifo.

Ora, partiamo da un dato abbastanza oggettivo: questo libro – in quanto seguito della trilogia di Larsson – è considerato un poliziesco, un thriller, una storia che, in teoria, dovrebbe contenere quegli elementi tipici del genere: indagini – non importa se fatte da un poliziotto, un detective, un giornalista o un netturbino -, azione, inseguimenti, sparatorie, morti e, soprattutto colpi di scena. Ok, magari non ci sono proprio tutti, ma in buona sostanza almeno un paio di questi dovrebbero esserci. Del resto, anche vedendo un telegiornale veniamo a contatto con casi di omicidi, ma non per questo li chiamiamo thriller. Perché? Perché l’elemento fondamentale di questo genere sono i colpi di scena, l’adrenalina che scorre nelle vene dei personaggi e in noi, lettori, che restiamo incollati alla pagina, per seguire le rocambolesche avventure dei nostri personaggi preferiti, con il cuore in gola perché speriamo che non accada loro nulla di male.
E, mi spiace dirlo, ma qui non c’è niente di tutto questo: non c’è azione, (poche sono le scene in cui accade qualcosa, e si possono contare sulle dita di una mano monca), non c’è adrenalina, con una pessima gestione del cambio di scena che, invece di farci venir voglia di andare avanti nella lettura, fa salire solo il nervoso per quanto è veloce e spesso senza senso, e non ci sono colpi di scena. No, signori, non sto scherzando: in questo romanzo tutto è chiarissimo già a meno della metà della storia, quindi non procedi nella lettura perché vuoi sapere come va a finire, ma perché speri che ti dica qualcosa che non hai già capito e l’unico colpo di scena che trovi è che, alla fine, non c’è niente. Roba che se leggete un dizionario ne trovate di più.
E già questo, sarebbe bastato a farmi dare un voto negativo a questo libro. Ma purtroppo, i problemi di questo romanzo sono molti di più e riguardano proprio la sua struttura.

Parliamo, per esempio, dei dialoghi. Io sono una fan dei dialoghi, davvero. Non capisco come facciamo certi scrittori a non usarli per niente, perché, per me, sono fondamentali. Sono convinta che un buon dialogo possa raccontare molto più di una descrizione di dieci pagine, senza risultare noioso e pesante.
Per far questo, però, i dialoghi bisogna saperli scrivere. E, secondo me, quest’autore non ne è capace.
Se andiamo sulla Treccani, il primo significato di questo termine è “colloquio fra due o più persone”, cosa che, credo, sia ovvia. E invece no: in questo romanzo, più che a dialoghi, si assiste a qualcosa che è un mix tra un interrogatorio della polizia, un’intervista e un monologo. La struttura dei “dialoghi” che trovate in questo libro, infatti, è più o meno sempre questa:
A pone una domanda;
B non vuole rispondere e usa monosillabi;
A lo invoglia a parlare con un “Ti prego”, “È importante”, “Fa’ uno sforzo” et similia;
B inizia a parlare e, da essere reticente o non ricordare bene quello che è successo, inizia a monologare per pagine e pagine raccontando tutto quello che sa.
A ogni tanto lo interrompe con costatazioni tristissime (quelle che, per intenderci, si fanno quando ti trovi davanti una persona che parla e parla e tu vuoi solo andartene ma non puoi, e quindi ogni tanto dici una sciocchezza solo per dimostrargli che stai davvero ascoltando) o peggio, finendo la frase dell’altro, un espediente che neanche un dilettante alla sua prima storia usa più.
Questa potrebbe anche essere una tecnica interessante per raccontare le esperienze di un personaggio se non fosse che oltre 300 pagine di libro sono rese in questo modo.
E c’è di più: quando si scrivono i dialoghi, è buona norma, persino se si tratta di un dialogo a due, inserire qualche elemento che ci fa capire cosa sta provando in quel momento quel personaggio. Un:
«Ciao, come stai?» chiese A con allegria.
è ben diverso da
«Ciao, come stai?» domandò A con una vena di tristezza nella voce.
proprio perché ti permette di far capire il lettore in che stato d’animo è il personaggio.
In questo romanzo, simile accortezze non ci sono: per quanto mi riguarda, i personaggi potevano stare sproloquiando ridendo a crepapelle, piangendo tutte le loro lacrime o come degli automi, sarebbe stato lo stesso. E quando ci sono stati dei blandi tentativi di provarci, i risultati sono stati quasi comici. Come quando Mikael ha una reazione esagerata contro un personaggio che viene spiegata con il fatto che sia un brutto periodo per il giornale e per quello che è successo a Lisbeth. Passi il secondo (sul quale potremmo scrivere un trattato per altri motivi), ma… come prego? Il giornale sta andando a gonfie vele, lui è famosissimo, dove diavolo li vedi ‘sti problemi? Nei tuoi sogni?

Questo romanzo, quindi, è una fiera di monologhi (proprio come tutti i polizieschi che si rispettino, eh!) e quando i personaggi si degnano di agire, oltre che parlare, non è che le cose vadano meglio. L’unica cosa che sanno fare bene, infatti, a parte monologare, è pensare. La maggior parte delle scene, infatti, inizia con il personaggio che guarda fuori/passeggia/beve un caffè/va in bagno e… pensa. E quando pensa ripercorre tutta la sua vita e quella di altri cinque o sei personaggi per pagine e pagine. Il culmine viene raggiunto quando, in uno di queste luuuuuunghe descrizioni di quello che avviene nel passato, viene inserito non solo il punto di vista del personaggio principale della scena, ma anche degli altri, creando un calzone di pensieri che mi avrebbe fatto scoppiare a ridere, se l’avessi trovato da qualche altra parte.
E, ripeto, potrebbe essere una scelta stilistica interessante se non avessimo anche i famosi dialoghi/monologhi di cui sopra e, ricordiamocelo, ci troviamo in thriller, quindi, cavolo, non mi devi raccontare tu tutto, devo capirlo IO dalle indagini, dalle azioni, da quello che dovrebbe muovere un cavolo di poliziesco che si rispetti.
Le poche scene in cui – finalmente! – succede qualcosa sono, come avevo accennato su, una delusione completa: Lisbeth, la grande eroina di Larsson, quella che era stata capace di tatuare sul corpo di un uomo “Io sono uno stupratore”, che è riuscita a tener testa a suo padre, che l’ha quasi ammazzato in più di un’occasione, che è un esempio di forza, coraggio e intelligenza, viene catturata in un modo assolutamente stupido che non avrebbe fregato nemmeno me; per non parlare degli “errori” compiuto da un po’ tutti i personaggi: falsi, falsissimi, illogici. E mi sarebbe anche andato bene se ci fosse stato un minimo di pathos in tutto questo, ma non ho avuto neanche questa gioia: nemmeno gli articoli di giornali, che dovrebbero essere il più imparziali possibili, lasciano così indifferenti.
Indifferenza, ecco il sentimento che avrei provato per questo romanzo se fosse stato solo frutto della mente di Lagercrantz. I personaggi sono piatti, non brillano, non ti rimangono dentro, sembrano delle marionette che agiscono perché l’autore le muove, non per loro iniziativa. All’interno c’è stata anche la morte di un personaggio che abbiamo incontrato in tutti gli altri libri e neanche quel momento è riuscito a smuovermi; eppure, si tratta di un personaggio che ho amato molto.

Se tutto questo non dovesse bastare a spiegare perché questo libro mi ha fatto pena, passiamo a certe scelte talmente brutte da risultare comiche. Ora, io non so se sono frutto delle fatiche (?) dell’autore o di una traduzione sbagliata o di tutte e due le cose, ma ci sono passi in cui l’ordo verborum è completamente sbagliato e bisogna leggere la frase più di una volta per capire che diavolo vuol dire e altri dove i “dialoghi” e le scene non hanno senso. Come per esempio quando dice che:
“La donna andò in bagno e tornò con due bicchieri di vetro che posò accanto alle bottiglie.” [cit.]
Vi giuro ho iniziato a ridere come una pazza. I bicchieri li aveva in bagno? O, come è probabile, era andata prima in bagno e poi, tornando, era passata dalla cucina e aveva preso i bicchieri? Ma era proprio necessario scrivere una cosa del genere? Non poteva andare semplicemente in cucina?

Che orrore, sul serio. Sono rimasta veramente sorpresa nel vedere un peggioramento così repentino: Quello che non uccide, per me, non è stato certo un capolavoro, ma, come ho accennato nella recensione che ho lasciato al romanzo, ho voluto dare fiducia all’autore, perché, scrivendo fanfiction, so bene che non è facile muovere personaggi che non sono tuoi – Lisbeth in particolar modo – ma non avrei mai creduto di assistere a un simile scempio. L’unica risposta che riesco a darmi a un simile, drastico peggioramento è che l’autore, nello scorso romanzo, ha cercato di tenersi alla linea di Larsson e a come lui aveva tratteggiato i personaggi; in questo, invece, ormai sicuro di essere in grado di farcela da solo, ha abbandonato completamente le basi tracciate dal suo predecessore, per muoversi da solo. Con risultati penosi su tutta la linea.

Vi assicuro che sono stata anche parca di esempio, perché potrei continuare per molto ancora. Anzi, durante la stesura di questa recensione, sono dovuta tornare spesso indietro per modificare frasi nelle quali avevo inserito commenti tutt’altro che carini all’indirizzo di questo romanzo e del suo creatore.
Perché, sì, sono incazzata. E molto. Sono arrabbiata perché questo libro è orribile e se non avesse il nome di Larsson sopra, se non avesse preso i nomi – e solo quelli – dei suoi personaggi, sono più che sicura che nessuno si sarebbe sognato di leggerli o comunque non sarebbe così in alto nelle varie classifiche mondiali. Sono incavolata perché per specularci su hanno snaturato e distrutto personaggi splendidi: Lisbeth è la pallida ombra di se stessa, Mikael non è capace di capire neanche come si riscaldi l’acqua se non gli viene detto qualcosa e se fa una deduzione a noi non è dato sapere da dove gli è venuta fuori
Per quanto mi riguarda, non ho intenzione di spendere un secondo di più dietro a una simile schifezza, a meno che qualcuno non mi dimostri che ne vale davvero la pena. E spero che anche altre persone seguano il mio esempio.

Voto: 1/5 (anzi, 0/5 sarebbe più adatto…)

Inferno, di Dan Brown

Titolo italiano: Inferno
Titolo originale: Inferno
Autore: Dan Brown
Traduttore: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 522
Genere: Misero, Thriller
ISBN: 9788804631446

Trama: Nei suoi bestseller internazionali – Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto -, Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un’avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'”Inferno” di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.

Recensione: La tentazione di dare a questo romanzo 1 come voto è stata molta, ma alla fine sono stata buona e gli ho assegnate 2.
Perché, dai, almeno non mi ha fatto così schifo come Il simbolo perduto, con tutto che buoni motivi per “punire” Brown ne avrei parecchi.
Voglio dire, Dan caro, siamo al sesto romanzo. E, dopo cinque titoli, qualcosa avresti dovuto impararla.
Tanto per cominciare, a livello di mera forma: quando capirai, per esempio, che a noi, dei tuoi sermoni non frega niente? Non sto dicendo che non devi dare informazioni su Dante, sulla Divina Commedia, su Firenze, su Venezia o quel che è; dico solo che tu non sai assolutamente dare queste informazioni. E, soprattutto, ne dai troppe, spesso inutili – oddio, utili per la propria conoscenza personale, ma non ai fini della storia. Siamo in un romanzo, cavolo: tu non puoi metterti in cattedra e farmi la lezioncina. Per quello, esiste la scuola; tu sei uno scrittore, e come tale devi sapere come darmi le informazioni senza che, leggendoti, mi venga in mente la mia prof che spiega Dante o, peggio, provi lo strano istinto di lanciare il libro dalla finestra!
Per non parlare poi di quanto quest’uomo ami le ripetizioni («Anche tu», potrebbe dirmi qualcuno, dato che queste considerazioni le ho fatte anche per gli altri titoli. Ehi, perché uno scrittore può usarle e io, che scrivo gratis e per diletto mio e di chi vuole leggere, no? Un po’ di par condicio, grazie!). Perché, beh, il fatto che Robert soffra di claustrofobia e che abbia una memoria eidetica sviluppatissima sono dettagli che hanno rotto le scatole. D’accordo, potrebbe capitare il lettore che non ha mai filato gli altri tre romanzi (anche se non capisco perché calcolare proprio questo, ma va beh) e che, quindi, giustamente, non sa cosa abbia passato il piccolo-tenero-e-dolce Rob durante la sua tristissima infanzia; d’accordo, ci sono lettori che, a differenza del nostro protagonista, hanno una memoria corta e che hanno bisogno di sentirsi ricordare qualche particolare una volta in più. Ma qua, siamo davvero all’esasperazione: esiste capitolo – vorrei dire quasi pagina – in cui uno dei due dettagli non viene detto?
L’autore, però, pensa che siamo tutti un po’ cretini, perché ci tiene a ricordarci ogni due per tre anche tanti elementi che fregano ancora meno: Sienna è bellissima, talmente splendida che non c’è essere umano che non la guardi. E va beh, a Langdon – e a Brown, visto che non c’è mai stato un personaggio cesso nei suoi romanzi! – piacciono gli strafighi, lo abbiamo capito tutti. Perché, ricordiamolo, Robert è l’uomo dalla memoria eidetica strepitosa, l’uomo che tutto il mondo si farebbe, l’uomo che conosce tutte le lingue del mondo, a cui tutte le porte vengono aperte – porte inaccessibili, che nessuno ha mai varcato e che  lui ha attraversato in visite particolari e speciali che te lo fanno odiare perché tu non potrai mai andarci, neanche tra mille vite, e lui ci tiene a ricordartelo in ogni cosa che vede – l’uomo perfetto. Sento già qualcuno bisbigliare il nome di Christian Grey, “L’Uomo” per eccellenza: beh, credetemi, il riferimento a 50 sfumature c’è veramente nel romanzo, punto su cui ho lollato un sacco e che mi avrebbe fatto anche dare tre stelle… no, tranquilli, mi sono ripresa subito!
Insomma: qui siamo alla fiera dei personaggi strepitosi, intelligentissimi, bellissimi e qualsiasi cosa-issimi. Naturale, dirà qualcuno non è da tutti riuscire a salvare il mondo tutte ‘ste volte, se non sei un non plus ultra. Beh, Brown, scusa tanto se al mondo ci sono tanti cessi, idioti, normalissimi esseri umani come me a cui, proprio per questo motivo, non potrà mai capitare qualcosa di così avventuroso!
E che dire di quante marche famosissime e costosissime vengono nominate: ma cos’è, per ogni nome la casa editrice ha una percentuale? No, perché che a me che un tizio indossi Armani o una giacca comprata al mercatino dell’usato non frega niente. Ma, dimenticavo: qui abbiamo a che fare con Langdon, l’-issimo, colui che si fa cucire le proprie iniziali sulla giacca costosissima, perché sia mai venga confusa con quella di un misero studente! Proprio un chiaro esempio della tanto decantata umiltà del professore. Può lui, quindi, non riconoscere un Armani o un Trussardi alla prima occhiata e non comprendere, da questa, quanto questa persona possa essere in vista, intelligente e splendida, alla faccia del famoso detto che “l’abito non fa il monaco”? Anche le vendite non fanno uno scrittore, ricordiamocelo.
Possibile, caro Dan, che tu, dopo sei romanzi, non abbia imparato che queste cose non si fanno? Di solito, sono le prime critiche che gli editor fanno agli esordienti e io non posso tollerarle nel SESTO libro di un tizio che vende milioni di copie.
Ma allora, si chiederà qualcuno, perché due stelle per qualcosa che non ne vale nemmeno mezza?
Perché, se c’è una cosa in cui Brown è bravo – motivo per il quale vende tanto e, soprattutto, io mi sono letta tutti e sei i suoi romanzi (anche se prestati) – è l’idea base. Che, anche in questo romanzo, è interessante. E, a differenza di quanto si possa pensare, non parlo di Dante.
Sì, perché, se è vero che tutta la vicenda è imperniata dei simboli, dei nomi e dei versi dell’Inferno di Dante, è anche vero che c’è un altro tema che Brwon affronta – escamotage che abbiamo ritrovato anche in altri romanzi e che, devo dirlo, mi piace: il sovraffollamento planetario e le possibili conseguenze catastrofiche che ne potrebbero derivare. Un tema – un problema, a dire il vero – che a me interessa molto e di cui ho sentito parlare spesso.
Oddio, con questo non voglio dire che Dante non sia interessante, eh; anzi, il motivo per cui ho deciso di leggere questo romanzo, nonostante la precedenza schifezza, è stato proprio questo e il fatto che il racconto si dipani a Firenze, città che adoro, nonostante sapessi a cosa andavo incontro.
Però.
Però io ho fatto studi umanistici. Ho studiato letteratura italiana, ho studiato storia dell’arte, ho studiato Dante; conosco bene il dolce stil novo, il Medioevo e se mi sento dire che il Rinascimento nasce grazie alla peste io divento una iena. E se leggo paragonata Notre Dame a San Marco perché sono ambedue mastodontiche, io inizio a inveire contro il mondo. E se penso che c’è gente che dirà che ha appreso concetti di storia da questo libro, io mi sento offesa.
I problemi nella trama, però, non finiscono qui. Sì, perché alle boiate colossali che ho letto, avrei potuto anche soprassedere (ok, avrei bestemmiato contro il mondo, lo so) se il thriller fosse stato ben consegnato, ma no, neanche quella soddisfazione ho avuto e non solamente per i problemi detti su.
Il problema vero è che, dopo cinque romanzi, uno ha capito a che gioco giochi e cosa succederà. Ora, non voglio spoilerare niente, ma in Chi ci fosse qualcosa che non andava, l’ho capito subito; anzi, mi sono persino detta «E no, dai, non credo! Il giochetto ormai l’abbiamo capito!» E invece no. Molte deduzioni così spettacolari le ho fatte appena apparsi i primi indizi. Ok, forse dipende dal fatto che conosco Dante e La Commedia, che sono italiana e certi giochi di parole forse avrebbero potuto trarre in inganno un americano ma non un italiano… ma, insomma, credo di star facendo troppe concessioni.
Certo, qualcuno mi potrebbe dire che ha perso la memoria, quindi, poverino, è normale che ci abbia messo un po’ ad arrivare a certi risultati e che sia rimasto sconvolto quando ha letto una frase in latino (perché lui, abituato a sentir parlare tutto il giorno in italiano, non ci aveva pensato che nel 1100 era il latino la lingua franca. Cos’è che studieresti tu? In cosa saresti esperto tu?).
Un altro elemento che ho veramente apprezzato del romanzo è il finale (non proprio finale-finale; diciamo la parte conclusiva), quello che non posso svelarvi, ma che lascia mille domande aperte sul futuro del genere umano, sia nel romanzo che nella realtà. E un buon finale, spesso, è tutto: ci sono romanzi bellissimi che cadono proprio su questo, e schifezze immonde che restano nella memoria proprio per il finale. Ma, per quanto mi riguarda, nonostante qualche punto a favore di questo titolo, non posso dire che rientri, a mio giudizio, in nessuna delle due categorie.
Caro Dan, vuoi un consiglio? Lascia stare Robert (e vorrei dire il thriller, ma non lo dico. Ops) per un po’, e datti a qualcos’altro.

Voto: 2/5

La perfezione di due note stonate, di Autori Vari

Titolo: La perfezione di due note stonate
Autore: Autori Vari
Casa editrice: Giunti
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 124
Genere: Amicizia, Omosessualità, Omosessualità, Romanzo collettivo
ISBN: 9788809807020

Trama: Un’amicizia contrastata ma indissolubile, la passione per la musica e la ricerca della propria identità. Un ragazzo e una ragazza e le emozionanti note della loro vita. Quando un SMS annuncia il ritorno di Alex, l’amica ribelle con una sfrenata passione per la chitarra elettrica, per Joyce è come una sveglia, è il segnale che è ora di uscire dal guscio e iniziare a cambiare le cose, a cominciare dai suoi genitori. Nonostante lui e Alex siano agli antipodi, a partire dai gusti musicali, la loro amicizia è sempre stata un punto fermo per Joyce. Hanno passato anni a parlare di tutto seduti sulla stessa panchina, quando lui era l’enfant prodige del pianoforte e lei la cattiva ragazza con i capelli fucsia e la sigaretta sempre accesa. E ora Alex è tornata. Ora è di nuovo al suo fianco. Ma Joyce si accorge ben presto che l’amica non è più la stessa: qualcosa l’ha turbata nel profondo. Qualcosa che l’ha riportata indietro da Dublino facendola continuare a mentire, persino a lui.

Recensione: La particolarità di questo titolo è che si tratta di un romanzo collettivo, ossia una storia scritta da diversi autori, con tutti i pregi e i difetti che questa forma può portare con sé.
Tanto per cominciare, la trama: la storia è molto semplice, ma interessante. Due ragazzi, completamente diversi l’uno dall’altra, amici da molti anni, ciascuno cresciuto con i propri problemi e le proprie paure, riescono a scrollarseli di dosso attraverso il motivo che li unisce, nonostante le differenze: l’amore per la musica.
Bello, quindi, l’argomento principale, sebbene non originalissimo (ho letto molti libri e manga che trattano lo stesso tema, anche se, ovviamente, affrontato in modo diverso).
Tuttavia, si tratta soltanto di questo: la scena è interamente occupata dai due amici, con poche comparse (i genitori di lui, Stephen, un amico di Joyce, e il suo cane) e personaggi che per lo più sono uno sfondo; il che, vista la lunghezza e le intenzioni del romanzo va più che bene, ma che lascia un po’ perplessi, perché, per quanto ci si possa focalizzare su uno o più personaggi, sembra quasi che non ci sia un mondo a cui appartengono, ma paiono vivere in una dimensione dove ci sono solo loro.
Per quanto l’idea di base sia, quindi, molto interessante, secondo me poteva essere sviluppato meglio, non tanto dagli autori, quanto dalla casa editrice che si è occupata del tutto. Sembra infatti che i ragazzi siano stati lasciati a loro stessi e che non ci sia nessun coordinatore dietro: lo stile, per esempio, è molto diverso da capitolo a capitolo, proprio perché scritti da persone diverse; tuttavia, è troppo diverso, senza nessun tentativo di provare ad uniformarli per renderli più omogenei, senza però perdere le peculiarità stilistiche di ognuno di loro: si passa da capitoli che sono piccoli capolavori, ad altri che invece risentono di una scrittura ancora troppo acerba che ha bisogno di una guida. Per non parlare dei refusi: sembra quasi che il lavoro di editing e correzione di bozze non ci sia proprio stato, perché ho trovato capitoli infarciti di errori (manca la virgola quando c’è il complemento di vocazione, per esempio). E va bene che si tratta di un ebook gratuito, ma questo non giustifica la mancanza di professionalità.
Altro elemento che mi ha lasciato perplessa è il doppio finale di cui non ho capito l’utilità. Certo, ci mostrano due binari su cui l’azione avrebbe potuto svilupparsi, ma… perché?
Insomma, si tratta di un esperimento interessante che, però, è stato sottovalutato dalla casa editrice stessa e che, con un po’ di impegno, avrebbe potuto sfornare un risultato di gran lunga superiore. Un vero peccato.

Voto: 3/5

Hurt, di Grazia di Salvo

Titolo italiano: Hurt
Autore: Grazia di Salvo
Casa editrice: Triskell
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 269
Genere: Romantico, Omosessualità, M/M
ISBN: 9788893120463

Trama: Joey Degl’Innocenti è un ventitreenne come tanti: canta in un locale e non ha altri interessi oltre alla musica.
Dante Lupo è un ventiseienne riservato e schivo che, un giorno, si presenta alla porta di Joey con la richiesta di poter diventare coinquilini.
Inizia così la loro convivenza discontinua, fatta di attrazioni non dichiarate e parole non dette.
Dante resta colpito dalla gentilezza totalmente disinteressata di Joey e Joey dalla premura imbarazzata del coinquilino. E i due, ben presto, diventano dipendenti l’uno dall’altro. Ciò che non sanno, però, è che dietro di loro c’è un mostro pronto a distruggere tutto ciò che stanno cercando di creare, e che ha origini proprio nel passato di Dante.

Recensione: Nel corso degli anni, ho sviluppato una strana passione per quei libri che parlano di adolescenti o di giovani al di sotto dei venticinque anni. Credo che dipenda dal fatto che, quando ero piccola, mi sarebbe davvero piaciuto leggere di persone della mia età e di come affrontavano i loro problemi quotidiani, ma, purtroppo, non ero mai riuscita a trovare quel che cercavo. Quello che mi piace in questi romanzi che, sì, non saranno alta letteratura, non vinceranno il premio Strega, ma sono comunque titoli godibili e leggeri, è che raccontano storie ordinarie, di gente normale (ovviamente, non banali, altrimenti perché prendersi la briga di scrivere un romanzo?) in cui tutti – o quasi – possono riconoscersi.

Hurt di Grazia di Salvo rientra appieno in questa categoria. Non si tratta di una storia complicata né originalissima, in quanto in alcuni punti è abbastanza scontato cosa accadrà e come si evolveranno gli eventi, eppure a me è piaciuto davvero molto per questo e per diversi altri motivi.
Innanzi tutto per Joey, il protagonista, nonché prima voce narrante: bastano poche pagine per amarlo e per augurargli tutto il bene del mondo. La sua dolcezza, il suo animo insicuro ma deciso, quando si tratta del bene della persona amata, emergono con forza e riescono a sciogliere persino i cuori più duri – sì, mi ci metto in mezzo anche io. Non è solo Dante a rimanerne stregato, ma anche il lettore. La gentilezza del personaggio non si esprime soltanto nel suo essere, ma anche nel suo modo di raccontare la vicenda, anche nelle parti dedicate ai rapporti intimi tra i due: divertente, ironico, a tratti tanto innocente da risultare quasi adolescenziale; la classica persona che, nonostante tutte le brutture del mondo, continua ad essere una persona bella dentro e fuori.
Tutto il contrario di Dante, almeno in apparenza, l’altro protagonista e seconda voce narrante. La prima cosa che salta all’occhio, infatti, è il fatto che i due sembrano diversissimi: se Joey, nonostante abbia vissuto delle brutte esperienze, non ha perso il suo candore, Dante, proprio per colpa di un passato tragico che lentamente scopriamo anche noi, inizialmente affronta la vita e il nuovo coinquilino con un sorriso ironico e una freddezza calcolata che, ovviamente, ci mette poco a sciogliersi come neve al sole. È quasi sconvolgente, quando finalmente anche lui prende la parola, vedere come sia completamente diverso da come appare inizialmente agli occhi di Joey. Insomma, non ci vuole molto per affezionarsi anche a lui e a fare il tifo per la loro unione.
Anche gli altri personaggi di contorno sanno farsi voler bene, sebbene siano stati descritti in pochi tratti e compaiano poco sulla scena; anzi, confesso che mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa in più su di loro, in particolare sulla figura di Andrea che, nonostante sia un personaggio fondamentale sia nella vicenda che nella storia personale di Dante, scompare un po’ troppo velocemente.
L’altro elemento che mi ha permesso di apprezzare questo libro è la presenza costante della musica. Sia Joey che Dante sono estimatori della musica – il primo canta in un locale, mentre il secondo suona il pianoforte – ed ho apprezzato tantissimo il fatto che questa passione non resti di contorno, ma sia un punto focale nella storia: ogni verso che viene citato, ogni canzone che viene cantata ha ripercussioni sul loro rapporto e parla di loro. Essendo brani piuttosto noti o che possono essere facilmente trovati è facile sentire nelle proprie orecchie la melodia del brano sia che la si conosca, sia che, per curiosità, si decida di fare un salto su youtube per scoprirli. Se qualcuno si sta chiedendo se, davvero, io l’ho fatto, la risposta è sì: non conoscevo Hurt, la canzone che dà il titolo al romanzo, ed è stata una piacevole scoperta: la lettura può insegnare tanto, anche a scoprire canzoni di cui si ignorava l’esistenza.

Che dire, infine? Che Hurt è un bel romanzo. Non pretenzioso, ma molto dolce e tenero; l’ideale se amate le storie d’amore e siete delle persone che sognano il grande amore.

Voto: 4/5

Quello che non uccide, di David Lagercrantz

Titolo italiano: Quello che non uccide (Millennium 4)
Titolo originale: Det som inte dödar oss
Autore: David Lagercrantz
Traduttore:Katia De Marco, Laura Cangemi
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 503
Genere: Thriller
ISBN: 978-8831721998

Trama: Da qualche tempo Millennium non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all’immagine – e al morale – del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, genio dell’informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l’elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

Recensione: Dare un’opinione di questo romanzo, per quanto mi riguarda, è parecchio difficile.
Io sono una fan sfegatata della trilogia originale e quindi si può ben capire come abbia preso la notizia della pubblicazione di un seguito. Male, appunto. Ho cercato però di essere il più obiettiva possibile nel giudicarlo e, credetemi, non è stato semplice.
La mia lettura, quindi, si è basata su due piani: quello del romanzo come opera a se stante, e quello di “seguito”; di fanfiction, direi meglio.

Fatte queste premesse, devo dire che non è stato malaccio. Migliorabile – molto – ma non bruttissimo. Diciamo che non mi è venuta voglia di picchiare l’autore, ecco.
Ma partiamo dal fronte “seguito”/fanfiction.
Devo dire che mi aspettavo peggio. E invece i personaggi di Larsson sono stati trattati molto bene. Tuttavia, soprattutto all’inizio, ho notato quasi una sorta di timore nel muovere i personaggi: mentre, infatti, nella seconda parte sia Mikael che Lisbeth agiscono, nella prima parte, l’autore preferisce più raccontare cosa hanno fatto: non sono attori, ma spettatori delle loro azioni.
Ora, per quanto questa cosa mi abbia dato fastidio – Lisbeth è un personaggio che agisce, ed è proprio quando lo fa che la si ama – io capisco l’autore. Scrivo fanfiction anche io e, sebbene le mie opere siano solo create per puro diletto, comprendo che avere davanti dei personaggi non tuoi da gestire non sia affatto facile; anzi. Lisbeth, inoltre, è un personaggio forte e, credetemi, muovere qualcuno con una sì forte personalità non è affatto semplice. Aggiungiamoci pure il fatto che l’eredità che Lagercrantz ha raccolto non è cosa da nulla: c’è tutta una diatriba legale dietro, c’è la firma di Larsson, milioni e milioni di copie vendute… un’aspettativa altissima che è comunque un peso non indifferente da sopportare. È quindi abbastanza logico che l’autore si trovi più facilmente a muovere personaggi creati ex novo.

Tuttavia – e passiamo quindi al secondo piano della mia analisi dell’opera – se da una parte posso capire le sue reticenze, dall’altra non posso sorvolare sul suo modo di scrivere che ha, per quanto mi riguarda, delle pecche enormi. Voglio dire: io capisco voler dare informazioni sui personaggi, sul loro passato e sul loro modo di essere (lo faceva anche il tuo predecessore), ma c’è un limite a tutto. Tu mi puoi descrivere i protagonisti, ma non mi puoi scrivere una pagina e mezza sul tizio della palestra dove va Lisbeth ad allenarsi. Se tu ci metti una descrizione accurata di qualcuno o qualcosa, io penso che quel qualcuno o qualcosa avrà un suo perché. E invece no: se va bene, appaiono un’altra volta; altrimenti, boom!, scompaiono. Peggio ancora quando mi descrivi quei personaggi inutili che si trovano lì giusto perché devono esserci, ma poi non servono più: l’autista del taxi dove Lisbeth è salita, per esempio. Non me ne frega un accidenti se è un siriano che è sfuggito alla guerra. Cioè, mi spiace per lui, ma non me ne frega una mazza se qua stai descrivendo una fuga rocambolesca. O ancora, quando, parlando del killer precisa che “osserva la pistola che tra un po’ dovrà tirar fuori”. Ma va?! Sta lì, appostato, sappiamo già che usa la pistola, c’è bisogno di commentare l’ovvio?
Tutti questi elementi rallentano il racconto, e quando me li metti in un momento decisamente sbagliato – nel pieno di un’azione, per esempio – non aumenti il pathos; aumenti solo la mia voglia di picchiarti. Ma Dan Brown non ti ha insegnato niente?
Proprio restando in tema dello scrittore americano, anche Lagercrantz pare abbia quella che io definisco “La sindrome di Langdone”: ecco che qualunque cosa dica, qualunque scoperta faccia, ci deve fare un panegirico che non finisce più. Che mi sta bene – si tratta di concetti di matematica pura, Intelligenza artificiale, psicologia e crittografia che non è che tutti sanno – ma c’è un limite a tutto; tu devi darmi un’infarinatura perché possa capire che diavolo scrivi, non devi farmi arrivare a pensare di essere un’idiota perché ti ho perso per strada al secondo rigo. E, soprattutto, non mi devi conciliare il sonno.
Peccato, perché l’idea di base è ottima; anche l’inserimento di un ragazzino autistico dà un’impronta molto diversa a tutta la situazione. Ancora di più, ho apprezzato l’apparizione di Camilla, la sorella di Lisbeth, che diventa il nuovo nemico della ragazza. Non so se Larsson volesse rendere Camilla un personaggio simile, ma la spiegazione del suo essere in un certo modo è molto convincente e ci sta perfettamente.
Tuttavia, sebbene abbia ottime basi, secondo me l’autore ha messo troppa carne al fuoco: che bisogno c’era di ficcare in mezzo l’NSA? Avrebbe potuto spiegare alcune cose in modo diverso e dare più spazio all’NSA in un altro romanzo (che ci sarà, ne sono più che sicura; ho come il sospetto, anzi, che lui voglia portare a termine la decalogia pensata da Larsson).
Arriviamo al finale: molti romanzi si salvano qu oppure crollano in modo definitivo. Qui, invece, l’unico pensiero che ho avuto è stato: “Tutto qui?” Commovente la parte su Andrei, ma per il resto resta l’amaro in bocca: dov’è la vera azione? Sembra quasi che Lagercrantz abbia paura di osare, e non solo nel gestire i personaggi di Larsson, ma anche nelle scene d’azione, nella trama in sé. Coraggio, i personaggi sono abbastanza forti da sapersi muovere da soli e da sapere cosa fare. Credimi.

In conclusione: un romanzo che mi aspettavo fosse peggiore, ma che mi auguravo fosse migliore.
2.5/5 che scendono a 2 perché sei uno scrittore affermato, e certe uscite infelici posso tollerarle solo dai neofiti; tuttavia, spero di poter dare almeno un 3 al prossimo romanzo.

Voto: 2/5

Le quattro casalinghe di Tokyo, di Natsuo Kirino

Titolo italiano: Le quattro casalinghe di Tokyo
Titolo originale: Out (アウト)
Autore: Natsuo Kirino
Traduttore: Lydia Origlia
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2008
Pagine: 652
Genere: Letteratura giapponese, Noir, Thriller, Introspettivo
ISBN: 9788854503229

Trama: Nel turno di notte di una fabbrica lavorano quattro amiche logorate dalla vita casalinga e coniugale. Il loro sistema nervoso è sottoposto a una continua tensione. La prima a cedere è la più giovane, la graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare. Una notte, in un impeto di rabbia, strozza con una cintura il marito, tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato tutti i risparmi con una ragazza cinese abbordata in un bar. Yayoi chiede aiuto a Masako, l’amica più intelligente e coraggiosa, che a sua volta coinvolge Yoshie, una donna angariata da una figlia adolescente capricciosa e da una suocera invalida.

Recensione: Ho trovato molte difficoltà nello scrivere questa recensione e nel dare un voto a questo romanzo, perché, diciamolo subito, non si tratta di una lettura semplice. Con questo non voglio dire che non scorra, anzi: le pagine filano via che è una bellezza e in pochi tratti ci si ritrova completamente catturati dalle vicende di Masako-san e delle altre tre compagne protagoniste di questo romanzo.
No, la difficoltà di questa lettura sta proprio nello sviluppo quasi grottesco della storia e dell’evoluzione (o involuzione?) dei personaggi che compaiono sulla scena.
Dopo essere stati abituati al tocco delicato di Banana Yoshimoto e alle vicende tra il sogno e la realtà, tipiche dei romanzi di Murakami, ecco che Natsuo Kirino ci presenta un Giappone completamente diverso. È il Giappone ancora patriarcale e sessista che, nonostante le tante migliorie legislative, risente ancora di quella mentalità retrograda, dura a morire; è un posto dove le donne, soprattutto le casalinghe e madri di famiglia, non possono più pensare di costruirsi una carriera, ma devono cercare di barcamenarsi come possono, tra marito, figli e un lavoro brutto e pesante, che, però, almeno le consente di poter contribuire ai bisogni finanziari della propria famiglia.
Le quattro donne protagoniste di questo romanzo, all’inizio, hanno in comune tra loro solo il luogo in cui lavorano e, appunto, il loro essere casalinghe, perché, per il resto, sono diversissime: Masako – la vera e propria protagonista, tra le quattro – è una donna forte e risoluta che, nonostante un marito assente dal punto di vista affettivo e un figlio adolescente che non le parla più, cerca di non farsi piegare dalla vita; Yayoi, invece, la più dolce e remissiva, è legata a un marito che si è innamorato di un’accompagnatrice e scialacqua tutti i soldi per giocare a baccarat; Yoshie, chiamata da tutti la maestra, è una vedova che deve occuparsi non solo della figlia adolescente che se ne frega degli sforzi materni, ma anche di una suocera che non può più muoversi; infine, c’è Kuniko, egoista e invidiosa, abbandonata dal compagno che le ha portato via tutti i risparmi.
Un giorno, però, Yayoi, spinta dalla rabbia, uccide il marito e chiede a Masako di aiutarla a sbarazzarsi del cadavere; Masako, a sua volta, chiede aiuto a Yoshie e, per una serie di coincidenze, anche Kuniko finisce per essere coinvolta nel misfatto.
Ciò che adesso lega le quattro donne è qualcosa che va oltre l’amicizia o il fatto di essere colleghe; è la consapevolezza di aver ucciso un uomo, di averlo dissezionato pezzo per pezzo e di averlo buttato via, come se fosse spazzatura. Ciascuna delle quattro donne, pur dovendo continuare a vivere la propria vita apparentemente come se nulla fosse successo – a parte la moglie del defunto – adesso deve convivere con qualcosa che nulla c’entra con il pentimento o la colpa, ma che risiede ancora più in fondo all’anima: quella parte oscura che noi tutti abbiamo e che, nel loro caso, è venuta fuori in un modo inaspettato e inquietante.
C’è qualcosa di oscuro, in questo romanzo, qualcosa che ti trascina giù con sé. Per quanto il delitto sia efferato – e, credetemi, la descrizione della maciullazione dell’uomo è ricca di particolari – per quanto, in condizioni normali, una persona guarderebbe sinceramente schifata le quattro casalinghe e le vorrebbe in galera, alla fine si finisce quasi per accettarle e capirle (so che questo pensiero suona inquietante, ma, credetemi, non ho alcuna intenzione di giustificare un simile reato, né di iniziare ad emulare ‘ste tipe); anzi, quando a Masako viene proposto di eliminare cadaveri come lavoro, non ci si stupisce affatto della sua decisione di accettare, anzi la si considera come unica possibile.
La vicenda, quindi, si evolve in un modo inatteso, portando sulla scena nuovi, inquietanti personaggi che renderanno la vicenda più sconvolgente di quanto già non fosse all’inizio e si affonda giù, sempre più
giù, in una palude buia dove la luce del sole quasi non arriva.
Non nego che abbia trovato alcuni punti del romanzo piuttosto noiosi e un po’ ripetitivi, e alcuni personaggi anche piuttosto inutili; eppure, a pensarci ora, forse è proprio quello il motivo per cui, alla fine, il romanzo mi è piaciuto: è come se quelle ripetizioni, quelle apparizioni inconsistenti siano servite a guidarci ancora meglio verso il lato oscuro dei personaggi, quasi come se, prendendoci per mano e spiegandoci di nuovo, con pazienza, con un punto di vista diverso, quel che è successo, riescano a convincerci meglio di quello che sono diventati o hanno intenzione di fare.
Il finale, poi, non si può definire né positivo né negativo, ma suona in qualche modo giusto. tutti i vari personaggi, nel bene o nel male, ricevono quello che meritano, come una sorta di premio o punizione che nulla ha anche fare con la giustizia umana né divina.
Una lettura oscura e inquietante, che può affascinare, ma anche spaventare e schifare; indubbiamente molto particolare, ma che consiglio solo a chi non si impressiona molto facilmente.

Voto: 4.5/5

La signora di Wildfell, di Anne Brontë

Titolo italiano: La signora di Wildfell Hall
Titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall
Autore: Anne Brontë
Traduttore: Francesca Albini
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione originale: 1848
Anno di pubblicazione: italiana 2014
Pagine: 590
Genere: Letteratura Inglese, Periodo Vittoriano, Classici, Romantico, Romanzo epistolare,
ISBN: 9788854508583

Trama: Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile. Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle. Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure fem-minili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.

Recensione: Ci ho messo un po’ a decidere la mia opinione su questo romanzo, perché, mentre lo leggevo, è oscillata pericolosamente tra i due estremi «Oddio che brutto!» e «Geniale!» (donde il voto che è un po’ una media delle due reazioni).
Non ho mai capito perché Anne Bronte sia considerata “inferiore” alle altre due sorelle (tant’è che io non credo di averla mai studiata): ha delle trovate stilistiche piuttosto singolari che, invece, non ho trovato nei romanzi delle sorelle (almeno in quelli che ho letto). Se c’è una cosa che ho apprezzato tantissimo in questo romanzo, infatti, è stato proprio l’utilizzo di diversi piani narrativi e il modo in cui li ha inseriti: all’inizio sembra, un semplice romanzo epistolare; poi, all’interno delle lettere, vengono copiati interi passi del diario privato della seconda narratrice; infine, si ritorna alle lettere del primo narratore, nelle quali Gilbert inserisce alcuni passi delle lettere di Helen, la protagonista femminile.
Tuttavia, se, da un punto di vista stilistico, non posso che elogiare l’autrice, non riesco ad essere così positiva per quanto riguarda i personaggi. Che, lo ammetto, non mi sono piaciuti per niente. Certo, è comprensibile che personaggi come Helen e suo marito mi siano lontani, sia per idee sia per comportamenti; tuttavia, non è tanto questo ad avermi disturbato (amo i romanzi di questo periodo e li accetto sempre i personaggi come figli del loro tempo), quanto la stupidità intrinseca di Helen: come fai, per esempio, a metterti a scrivere un diario nella stessa stanza dove c’è tuo marito? Va bene che pensava dormisse, ma sta parlando male di lui, sta confidando alle sue pagine il metodo che utilizzerà per scappare, dovrebbe stare molto più attenta. D’accordo, è un espediente narrativo, ma a me non è piaciuto.
Ciò che però davvero non sono riuscita a sopportare è la quasi ossessione che la donna ha per gli insegnamenti religiosi: Helen mi ha ricordato tanto la Lucia di manzoniana memoria (e infatti non sopporto neanche lei), elevandosi ad un livello superiore: non è possibile che ogni sua pagina, ogni sua battuta sia infarcita non soltanto di buonismo e filosofia cristiana, ma di intere citazioni tratte dalla Bibbia. Helen è il tipico personaggio che perdonerebbe anche il proprio assassino e che ha assoluta fiducia in quello che Dio ha in serbo per lei – nonostante, c’è da dirlo, ogni tanto prenda l’iniziativa, più per salvare suo figlio che per se stessa.
Per concludere se, oggettivamente, lo trovo un romanzo ben fatto e ben strutturato, dall’altro , proprio a causa della protagonista, non sono riuscita a gustarmelo fino in fondo (un po’ come è accaduto con Agnes Gray): evidentemente il pensiero di Anne Bronte proprio non fa per me.

Voto: 3/5

Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, di J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

Titolo italiano: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (I e II parte)
Titolo originale: Harry Potter and the Cursed Child (Parts I and II)
Autore: J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne
Traduttore: Luigi Spagnol
Casa editrice: Salani
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 368
Genere: Fantastico, Magia
ISBN: 9781781105450

Trama: Basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, un nuovo spettacolo di Jack Thorne, Harry Potter e la Maledizione dell’Erede è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro. La premiere mondiale si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016.

È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell’eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l’oscurità proviene da luoghi inaspettati.

Recensione: Ok, devo ammetterlo. Non mi succede praticamente mai, ma, questa volta, sono partita abbastanza prevenuta. Io non è che odio i sequel, eh, ma per esperienza personale, nella maggior parte dei casi, non sono proprio una buona idea: i personaggi, ad un certo punto, hanno detto tutto quello che avevano da dire, ed è inutile che si continui testardamente a volerli spremere: si finisce soltanto per essere ripetitivi e noiosi. In questo caso specifico, poi, alla fine dell’ultimo romanzo, c’erano parecchie cose che non mi erano andate giù e ritrovarmele davanti non è che mi sarebbe piaciuto tanto. In più, aggiungiamoci il fatto che questo NON È un romanzo, ma il testo teatrale, scritto proprio nella forma di un testo teatrale; il ché mi ha lasciato parecchio perplessa.

Per una volta, sono felice di essermi sbagliata. Questo libro è stato semplicemente fantastico (tant’è che ho abbandonato tutto quello che stavo facendo per leggerlo e non l’ho chiuso finché non sono arrivata alla parola fine).
Com’è stato ritrovare i personaggi che ho amato e seguito durante la mia adolescenza? Strano. Avete presente quando incontrate per caso un vecchio compagno di scuola con cui andavate d’accordo e che non vedevate da una vita? Da una parte, vi sembra che il tempo non sia mai trascorso; dall’altra, vi rendere conto che, in realtà, siete cambiati: siete cresciuti, siete maturati, avete fatto delle esperienze che vi hanno reso quello che siete.
Ecco, la sensazione che ho provato è stata praticamente la stessa.
Ritroviamo i nostri eroi di vent’anni fa – Hermione, Ron, Harry, Ginny, Draco – ormai cresciuti, pieni di responsabilità come genitori e come persone in carriera, e conosciamo i loro figli, Rose, Albus e Scorpius, ormai al primo anno: e se Rose sembra una mini-Hermione, Albus e Scopius sono due ragazzini schiacciati dal peso dei loro cognome e dai pregiudizi (positivi o negativi) che questi comportano.
Ciò che ho amato particolarmente in quest’opera è che è abbastanza completa: ho riso (i due ragazzi, nonostante le ascendenze, sono una frana con la magia e quando cercano di aiutare il padre di Cedric a riportare indietro il figlio – con una Gira-Tempo che è stata ritrovata, nonostante dovrebbero essere state distrutte tutte anni prima – ne combinano veramente di tutti i colori), si prova nostalgia (di amici passati che ritornano, ma anche di scene che riviviamo tornando indietro nel tempo), si piange (la vita di Scorpius non è stata delle più semplici), si affrontano temi diversi (il rapporto padre-figlio, per esempio, il dolore della perdita e quello che i pregiudizi possono portare) e s’impara una grande lezione: anche se avessimo modo di poter tornare indietro nel tempo, non si può cambiare il passato senza cambiare il futuro – e non è detto che il nuovo sia più bello del precedente -; perciò, per quanto doloroso esso sia, bisogna accettarlo e andare avanti.
Anche la forma teatrale, che in un primo momento mi ha lasciata perplessa, alla fine mi è piaciuta: del resto, parliamo di un mondo già conosciuto ai fan, che non ha bisogno di presentazioni.
Qualcuno ha commentato negativamente l’opera, adducendo come motivazione il fatto che non tutti i personaggi vengono approfonditi – Rose, per esempio – e molti mancano all’appello. Ragazzi, io vi vorrei ricordare che questo è un testo teatrale, che è stato messo in scena; sul palcoscenico, non si possono far salire tutti allo stesso modo, né, sulla scena, ci possono essere mille mila personaggi; la visione sarebbe compromessa, non si capirebbe più niente e uscirebbe fuori solo un gran macello.
Unica pecca che, davvero, non mi ha permesso di dare il massimo a un’opera che, in fin dei conti, mi è piaciuta, è la scoperta dell’identità del nemico: ma con tutte le trovate geniali che potevano avere, possibile che si siano abbassati a questo? Mi sono davvero cadute le braccia: neanche nelle più brutte fanfiction del fandom ho letto un “colpo di scena” talmente banale.
Per quanto mi riguarda, comunque, che vi piaccia o meno la forma teatrale, che preferiate avere in mano un romanzo ricco di descrizioni o che preferiate usare la vostra, di fantasia, questo testo è una vera chicca che gli amanti della saga non possono lasciarsi sfuggire. Con la speranza di vedere quest’opera messa in scena anche qui da noi.

Voto: 4/5