Inferno, di Dan Brown

Titolo italiano: Inferno
Titolo originale: Inferno
Autore: Dan Brown
Traduttore: Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2013
Pagine: 522
Genere: Misero, Thriller
ISBN: 9788804631446

Trama: Nei suoi bestseller internazionali – Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto -, Dan Brown ha mescolato in modo magistrale storia, arte, codici e simboli. In questo nuovo e avvincente thriller, ritorna ai temi che gli sono più congeniali per dare vita al suo romanzo più esaltante. Robert Langdon, il professore di simbologia di Harvard, è il protagonista di un’avventura che si svolge in Italia, incentrata su uno dei capolavori più complessi e abissali della letteratura di ogni tempo: l'”Inferno” di Dante. Langdon combatte contro un terribile avversario e affronta un misterioso enigma che lo proietta in uno scenario fatto di arte classica, passaggi segreti e scienze futuristiche. Addentrandosi nelle oscure pieghe del poema dantesco, Langdon si lancia alla ricerca di risposte e deve decidere di chi fidarsi… prima che il mondo cambi irrimediabilmente.

Recensione: La tentazione di dare a questo romanzo 1 come voto è stata molta, ma alla fine sono stata buona e gli ho assegnate 2.
Perché, dai, almeno non mi ha fatto così schifo come Il simbolo perduto, con tutto che buoni motivi per “punire” Brown ne avrei parecchi.
Voglio dire, Dan caro, siamo al sesto romanzo. E, dopo cinque titoli, qualcosa avresti dovuto impararla.
Tanto per cominciare, a livello di mera forma: quando capirai, per esempio, che a noi, dei tuoi sermoni non frega niente? Non sto dicendo che non devi dare informazioni su Dante, sulla Divina Commedia, su Firenze, su Venezia o quel che è; dico solo che tu non sai assolutamente dare queste informazioni. E, soprattutto, ne dai troppe, spesso inutili – oddio, utili per la propria conoscenza personale, ma non ai fini della storia. Siamo in un romanzo, cavolo: tu non puoi metterti in cattedra e farmi la lezioncina. Per quello, esiste la scuola; tu sei uno scrittore, e come tale devi sapere come darmi le informazioni senza che, leggendoti, mi venga in mente la mia prof che spiega Dante o, peggio, provi lo strano istinto di lanciare il libro dalla finestra!
Per non parlare poi di quanto quest’uomo ami le ripetizioni («Anche tu», potrebbe dirmi qualcuno, dato che queste considerazioni le ho fatte anche per gli altri titoli. Ehi, perché uno scrittore può usarle e io, che scrivo gratis e per diletto mio e di chi vuole leggere, no? Un po’ di par condicio, grazie!). Perché, beh, il fatto che Robert soffra di claustrofobia e che abbia una memoria eidetica sviluppatissima sono dettagli che hanno rotto le scatole. D’accordo, potrebbe capitare il lettore che non ha mai filato gli altri tre romanzi (anche se non capisco perché calcolare proprio questo, ma va beh) e che, quindi, giustamente, non sa cosa abbia passato il piccolo-tenero-e-dolce Rob durante la sua tristissima infanzia; d’accordo, ci sono lettori che, a differenza del nostro protagonista, hanno una memoria corta e che hanno bisogno di sentirsi ricordare qualche particolare una volta in più. Ma qua, siamo davvero all’esasperazione: esiste capitolo – vorrei dire quasi pagina – in cui uno dei due dettagli non viene detto?
L’autore, però, pensa che siamo tutti un po’ cretini, perché ci tiene a ricordarci ogni due per tre anche tanti elementi che fregano ancora meno: Sienna è bellissima, talmente splendida che non c’è essere umano che non la guardi. E va beh, a Langdon – e a Brown, visto che non c’è mai stato un personaggio cesso nei suoi romanzi! – piacciono gli strafighi, lo abbiamo capito tutti. Perché, ricordiamolo, Robert è l’uomo dalla memoria eidetica strepitosa, l’uomo che tutto il mondo si farebbe, l’uomo che conosce tutte le lingue del mondo, a cui tutte le porte vengono aperte – porte inaccessibili, che nessuno ha mai varcato e che  lui ha attraversato in visite particolari e speciali che te lo fanno odiare perché tu non potrai mai andarci, neanche tra mille vite, e lui ci tiene a ricordartelo in ogni cosa che vede – l’uomo perfetto. Sento già qualcuno bisbigliare il nome di Christian Grey, “L’Uomo” per eccellenza: beh, credetemi, il riferimento a 50 sfumature c’è veramente nel romanzo, punto su cui ho lollato un sacco e che mi avrebbe fatto anche dare tre stelle… no, tranquilli, mi sono ripresa subito!
Insomma: qui siamo alla fiera dei personaggi strepitosi, intelligentissimi, bellissimi e qualsiasi cosa-issimi. Naturale, dirà qualcuno non è da tutti riuscire a salvare il mondo tutte ‘ste volte, se non sei un non plus ultra. Beh, Brown, scusa tanto se al mondo ci sono tanti cessi, idioti, normalissimi esseri umani come me a cui, proprio per questo motivo, non potrà mai capitare qualcosa di così avventuroso!
E che dire di quante marche famosissime e costosissime vengono nominate: ma cos’è, per ogni nome la casa editrice ha una percentuale? No, perché che a me che un tizio indossi Armani o una giacca comprata al mercatino dell’usato non frega niente. Ma, dimenticavo: qui abbiamo a che fare con Langdon, l’-issimo, colui che si fa cucire le proprie iniziali sulla giacca costosissima, perché sia mai venga confusa con quella di un misero studente! Proprio un chiaro esempio della tanto decantata umiltà del professore. Può lui, quindi, non riconoscere un Armani o un Trussardi alla prima occhiata e non comprendere, da questa, quanto questa persona possa essere in vista, intelligente e splendida, alla faccia del famoso detto che “l’abito non fa il monaco”? Anche le vendite non fanno uno scrittore, ricordiamocelo.
Possibile, caro Dan, che tu, dopo sei romanzi, non abbia imparato che queste cose non si fanno? Di solito, sono le prime critiche che gli editor fanno agli esordienti e io non posso tollerarle nel SESTO libro di un tizio che vende milioni di copie.
Ma allora, si chiederà qualcuno, perché due stelle per qualcosa che non ne vale nemmeno mezza?
Perché, se c’è una cosa in cui Brown è bravo – motivo per il quale vende tanto e, soprattutto, io mi sono letta tutti e sei i suoi romanzi (anche se prestati) – è l’idea base. Che, anche in questo romanzo, è interessante. E, a differenza di quanto si possa pensare, non parlo di Dante.
Sì, perché, se è vero che tutta la vicenda è imperniata dei simboli, dei nomi e dei versi dell’Inferno di Dante, è anche vero che c’è un altro tema che Brwon affronta – escamotage che abbiamo ritrovato anche in altri romanzi e che, devo dirlo, mi piace: il sovraffollamento planetario e le possibili conseguenze catastrofiche che ne potrebbero derivare. Un tema – un problema, a dire il vero – che a me interessa molto e di cui ho sentito parlare spesso.
Oddio, con questo non voglio dire che Dante non sia interessante, eh; anzi, il motivo per cui ho deciso di leggere questo romanzo, nonostante la precedenza schifezza, è stato proprio questo e il fatto che il racconto si dipani a Firenze, città che adoro, nonostante sapessi a cosa andavo incontro.
Però.
Però io ho fatto studi umanistici. Ho studiato letteratura italiana, ho studiato storia dell’arte, ho studiato Dante; conosco bene il dolce stil novo, il Medioevo e se mi sento dire che il Rinascimento nasce grazie alla peste io divento una iena. E se leggo paragonata Notre Dame a San Marco perché sono ambedue mastodontiche, io inizio a inveire contro il mondo. E se penso che c’è gente che dirà che ha appreso concetti di storia da questo libro, io mi sento offesa.
I problemi nella trama, però, non finiscono qui. Sì, perché alle boiate colossali che ho letto, avrei potuto anche soprassedere (ok, avrei bestemmiato contro il mondo, lo so) se il thriller fosse stato ben consegnato, ma no, neanche quella soddisfazione ho avuto e non solamente per i problemi detti su.
Il problema vero è che, dopo cinque romanzi, uno ha capito a che gioco giochi e cosa succederà. Ora, non voglio spoilerare niente, ma in Chi ci fosse qualcosa che non andava, l’ho capito subito; anzi, mi sono persino detta «E no, dai, non credo! Il giochetto ormai l’abbiamo capito!» E invece no. Molte deduzioni così spettacolari le ho fatte appena apparsi i primi indizi. Ok, forse dipende dal fatto che conosco Dante e La Commedia, che sono italiana e certi giochi di parole forse avrebbero potuto trarre in inganno un americano ma non un italiano… ma, insomma, credo di star facendo troppe concessioni.
Certo, qualcuno mi potrebbe dire che ha perso la memoria, quindi, poverino, è normale che ci abbia messo un po’ ad arrivare a certi risultati e che sia rimasto sconvolto quando ha letto una frase in latino (perché lui, abituato a sentir parlare tutto il giorno in italiano, non ci aveva pensato che nel 1100 era il latino la lingua franca. Cos’è che studieresti tu? In cosa saresti esperto tu?).
Un altro elemento che ho veramente apprezzato del romanzo è il finale (non proprio finale-finale; diciamo la parte conclusiva), quello che non posso svelarvi, ma che lascia mille domande aperte sul futuro del genere umano, sia nel romanzo che nella realtà. E un buon finale, spesso, è tutto: ci sono romanzi bellissimi che cadono proprio su questo, e schifezze immonde che restano nella memoria proprio per il finale. Ma, per quanto mi riguarda, nonostante qualche punto a favore di questo titolo, non posso dire che rientri, a mio giudizio, in nessuna delle due categorie.
Caro Dan, vuoi un consiglio? Lascia stare Robert (e vorrei dire il thriller, ma non lo dico. Ops) per un po’, e datti a qualcos’altro.

Voto: 2/5

La perfezione di due note stonate, di Autori Vari

Titolo: La perfezione di due note stonate
Autore: Autori Vari
Casa editrice: Giunti
Anno di pubblicazione: 2014
Pagine: 124
Genere: Amicizia, Omosessualità, Omosessualità, Romanzo collettivo
ISBN: 9788809807020

Trama: Un’amicizia contrastata ma indissolubile, la passione per la musica e la ricerca della propria identità. Un ragazzo e una ragazza e le emozionanti note della loro vita. Quando un SMS annuncia il ritorno di Alex, l’amica ribelle con una sfrenata passione per la chitarra elettrica, per Joyce è come una sveglia, è il segnale che è ora di uscire dal guscio e iniziare a cambiare le cose, a cominciare dai suoi genitori. Nonostante lui e Alex siano agli antipodi, a partire dai gusti musicali, la loro amicizia è sempre stata un punto fermo per Joyce. Hanno passato anni a parlare di tutto seduti sulla stessa panchina, quando lui era l’enfant prodige del pianoforte e lei la cattiva ragazza con i capelli fucsia e la sigaretta sempre accesa. E ora Alex è tornata. Ora è di nuovo al suo fianco. Ma Joyce si accorge ben presto che l’amica non è più la stessa: qualcosa l’ha turbata nel profondo. Qualcosa che l’ha riportata indietro da Dublino facendola continuare a mentire, persino a lui.

Recensione: La particolarità di questo titolo è che si tratta di un romanzo collettivo, ossia una storia scritta da diversi autori, con tutti i pregi e i difetti che questa forma può portare con sé.
Tanto per cominciare, la trama: la storia è molto semplice, ma interessante. Due ragazzi, completamente diversi l’uno dall’altra, amici da molti anni, ciascuno cresciuto con i propri problemi e le proprie paure, riescono a scrollarseli di dosso attraverso il motivo che li unisce, nonostante le differenze: l’amore per la musica.
Bello, quindi, l’argomento principale, sebbene non originalissimo (ho letto molti libri e manga che trattano lo stesso tema, anche se, ovviamente, affrontato in modo diverso).
Tuttavia, si tratta soltanto di questo: la scena è interamente occupata dai due amici, con poche comparse (i genitori di lui, Stephen, un amico di Joyce, e il suo cane) e personaggi che per lo più sono uno sfondo; il che, vista la lunghezza e le intenzioni del romanzo va più che bene, ma che lascia un po’ perplessi, perché, per quanto ci si possa focalizzare su uno o più personaggi, sembra quasi che non ci sia un mondo a cui appartengono, ma paiono vivere in una dimensione dove ci sono solo loro.
Per quanto l’idea di base sia, quindi, molto interessante, secondo me poteva essere sviluppato meglio, non tanto dagli autori, quanto dalla casa editrice che si è occupata del tutto. Sembra infatti che i ragazzi siano stati lasciati a loro stessi e che non ci sia nessun coordinatore dietro: lo stile, per esempio, è molto diverso da capitolo a capitolo, proprio perché scritti da persone diverse; tuttavia, è troppo diverso, senza nessun tentativo di provare ad uniformarli per renderli più omogenei, senza però perdere le peculiarità stilistiche di ognuno di loro: si passa da capitoli che sono piccoli capolavori, ad altri che invece risentono di una scrittura ancora troppo acerba che ha bisogno di una guida. Per non parlare dei refusi: sembra quasi che il lavoro di editing e correzione di bozze non ci sia proprio stato, perché ho trovato capitoli infarciti di errori (manca la virgola quando c’è il complemento di vocazione, per esempio). E va bene che si tratta di un ebook gratuito, ma questo non giustifica la mancanza di professionalità.
Altro elemento che mi ha lasciato perplessa è il doppio finale di cui non ho capito l’utilità. Certo, ci mostrano due binari su cui l’azione avrebbe potuto svilupparsi, ma… perché?
Insomma, si tratta di un esperimento interessante che, però, è stato sottovalutato dalla casa editrice stessa e che, con un po’ di impegno, avrebbe potuto sfornare un risultato di gran lunga superiore. Un vero peccato.

Voto: 3/5

Hurt, di Grazia di Salvo

Titolo italiano: Hurt
Autore: Grazia di Salvo
Casa editrice: Triskell
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 269
Genere: Romantico, Omosessualità, M/M
ISBN: 9788893120463

Trama: Joey Degl’Innocenti è un ventitreenne come tanti: canta in un locale e non ha altri interessi oltre alla musica.
Dante Lupo è un ventiseienne riservato e schivo che, un giorno, si presenta alla porta di Joey con la richiesta di poter diventare coinquilini.
Inizia così la loro convivenza discontinua, fatta di attrazioni non dichiarate e parole non dette.
Dante resta colpito dalla gentilezza totalmente disinteressata di Joey e Joey dalla premura imbarazzata del coinquilino. E i due, ben presto, diventano dipendenti l’uno dall’altro. Ciò che non sanno, però, è che dietro di loro c’è un mostro pronto a distruggere tutto ciò che stanno cercando di creare, e che ha origini proprio nel passato di Dante.

Recensione: Nel corso degli anni, ho sviluppato una strana passione per quei libri che parlano di adolescenti o di giovani al di sotto dei venticinque anni. Credo che dipenda dal fatto che, quando ero piccola, mi sarebbe davvero piaciuto leggere di persone della mia età e di come affrontavano i loro problemi quotidiani, ma, purtroppo, non ero mai riuscita a trovare quel che cercavo. Quello che mi piace in questi romanzi che, sì, non saranno alta letteratura, non vinceranno il premio Strega, ma sono comunque titoli godibili e leggeri, è che raccontano storie ordinarie, di gente normale (ovviamente, non banali, altrimenti perché prendersi la briga di scrivere un romanzo?) in cui tutti – o quasi – possono riconoscersi.

Hurt di Grazia di Salvo rientra appieno in questa categoria. Non si tratta di una storia complicata né originalissima, in quanto in alcuni punti è abbastanza scontato cosa accadrà e come si evolveranno gli eventi, eppure a me è piaciuto davvero molto per questo e per diversi altri motivi.
Innanzi tutto per Joey, il protagonista, nonché prima voce narrante: bastano poche pagine per amarlo e per augurargli tutto il bene del mondo. La sua dolcezza, il suo animo insicuro ma deciso, quando si tratta del bene della persona amata, emergono con forza e riescono a sciogliere persino i cuori più duri – sì, mi ci metto in mezzo anche io. Non è solo Dante a rimanerne stregato, ma anche il lettore. La gentilezza del personaggio non si esprime soltanto nel suo essere, ma anche nel suo modo di raccontare la vicenda, anche nelle parti dedicate ai rapporti intimi tra i due: divertente, ironico, a tratti tanto innocente da risultare quasi adolescenziale; la classica persona che, nonostante tutte le brutture del mondo, continua ad essere una persona bella dentro e fuori.
Tutto il contrario di Dante, almeno in apparenza, l’altro protagonista e seconda voce narrante. La prima cosa che salta all’occhio, infatti, è il fatto che i due sembrano diversissimi: se Joey, nonostante abbia vissuto delle brutte esperienze, non ha perso il suo candore, Dante, proprio per colpa di un passato tragico che lentamente scopriamo anche noi, inizialmente affronta la vita e il nuovo coinquilino con un sorriso ironico e una freddezza calcolata che, ovviamente, ci mette poco a sciogliersi come neve al sole. È quasi sconvolgente, quando finalmente anche lui prende la parola, vedere come sia completamente diverso da come appare inizialmente agli occhi di Joey. Insomma, non ci vuole molto per affezionarsi anche a lui e a fare il tifo per la loro unione.
Anche gli altri personaggi di contorno sanno farsi voler bene, sebbene siano stati descritti in pochi tratti e compaiano poco sulla scena; anzi, confesso che mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa in più su di loro, in particolare sulla figura di Andrea che, nonostante sia un personaggio fondamentale sia nella vicenda che nella storia personale di Dante, scompare un po’ troppo velocemente.
L’altro elemento che mi ha permesso di apprezzare questo libro è la presenza costante della musica. Sia Joey che Dante sono estimatori della musica – il primo canta in un locale, mentre il secondo suona il pianoforte – ed ho apprezzato tantissimo il fatto che questa passione non resti di contorno, ma sia un punto focale nella storia: ogni verso che viene citato, ogni canzone che viene cantata ha ripercussioni sul loro rapporto e parla di loro. Essendo brani piuttosto noti o che possono essere facilmente trovati è facile sentire nelle proprie orecchie la melodia del brano sia che la si conosca, sia che, per curiosità, si decida di fare un salto su youtube per scoprirli. Se qualcuno si sta chiedendo se, davvero, io l’ho fatto, la risposta è sì: non conoscevo Hurt, la canzone che dà il titolo al romanzo, ed è stata una piacevole scoperta: la lettura può insegnare tanto, anche a scoprire canzoni di cui si ignorava l’esistenza.

Che dire, infine? Che Hurt è un bel romanzo. Non pretenzioso, ma molto dolce e tenero; l’ideale se amate le storie d’amore e siete delle persone che sognano il grande amore.

Voto: 4/5

Quello che non uccide, di David Lagercrantz

Titolo italiano: Quello che non uccide (Millennium 4)
Titolo originale: Det som inte dödar oss
Autore: David Lagercrantz
Traduttore:Katia De Marco, Laura Cangemi
Casa editrice: Marsilio
Anno di pubblicazione: 2015
Pagine: 503
Genere: Thriller
ISBN: 978-8831721998

Trama: Da qualche tempo Millennium non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all’immagine – e al morale – del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale, genio dell’informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l’elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.

Recensione: Dare un’opinione di questo romanzo, per quanto mi riguarda, è parecchio difficile.
Io sono una fan sfegatata della trilogia originale e quindi si può ben capire come abbia preso la notizia della pubblicazione di un seguito. Male, appunto. Ho cercato però di essere il più obiettiva possibile nel giudicarlo e, credetemi, non è stato semplice.
La mia lettura, quindi, si è basata su due piani: quello del romanzo come opera a se stante, e quello di “seguito”; di fanfiction, direi meglio.

Fatte queste premesse, devo dire che non è stato malaccio. Migliorabile – molto – ma non bruttissimo. Diciamo che non mi è venuta voglia di picchiare l’autore, ecco.
Ma partiamo dal fronte “seguito”/fanfiction.
Devo dire che mi aspettavo peggio. E invece i personaggi di Larsson sono stati trattati molto bene. Tuttavia, soprattutto all’inizio, ho notato quasi una sorta di timore nel muovere i personaggi: mentre, infatti, nella seconda parte sia Mikael che Lisbeth agiscono, nella prima parte, l’autore preferisce più raccontare cosa hanno fatto: non sono attori, ma spettatori delle loro azioni.
Ora, per quanto questa cosa mi abbia dato fastidio – Lisbeth è un personaggio che agisce, ed è proprio quando lo fa che la si ama – io capisco l’autore. Scrivo fanfiction anche io e, sebbene le mie opere siano solo create per puro diletto, comprendo che avere davanti dei personaggi non tuoi da gestire non sia affatto facile; anzi. Lisbeth, inoltre, è un personaggio forte e, credetemi, muovere qualcuno con una sì forte personalità non è affatto semplice. Aggiungiamoci pure il fatto che l’eredità che Lagercrantz ha raccolto non è cosa da nulla: c’è tutta una diatriba legale dietro, c’è la firma di Larsson, milioni e milioni di copie vendute… un’aspettativa altissima che è comunque un peso non indifferente da sopportare. È quindi abbastanza logico che l’autore si trovi più facilmente a muovere personaggi creati ex novo.

Tuttavia – e passiamo quindi al secondo piano della mia analisi dell’opera – se da una parte posso capire le sue reticenze, dall’altra non posso sorvolare sul suo modo di scrivere che ha, per quanto mi riguarda, delle pecche enormi. Voglio dire: io capisco voler dare informazioni sui personaggi, sul loro passato e sul loro modo di essere (lo faceva anche il tuo predecessore), ma c’è un limite a tutto. Tu mi puoi descrivere i protagonisti, ma non mi puoi scrivere una pagina e mezza sul tizio della palestra dove va Lisbeth ad allenarsi. Se tu ci metti una descrizione accurata di qualcuno o qualcosa, io penso che quel qualcuno o qualcosa avrà un suo perché. E invece no: se va bene, appaiono un’altra volta; altrimenti, boom!, scompaiono. Peggio ancora quando mi descrivi quei personaggi inutili che si trovano lì giusto perché devono esserci, ma poi non servono più: l’autista del taxi dove Lisbeth è salita, per esempio. Non me ne frega un accidenti se è un siriano che è sfuggito alla guerra. Cioè, mi spiace per lui, ma non me ne frega una mazza se qua stai descrivendo una fuga rocambolesca. O ancora, quando, parlando del killer precisa che “osserva la pistola che tra un po’ dovrà tirar fuori”. Ma va?! Sta lì, appostato, sappiamo già che usa la pistola, c’è bisogno di commentare l’ovvio?
Tutti questi elementi rallentano il racconto, e quando me li metti in un momento decisamente sbagliato – nel pieno di un’azione, per esempio – non aumenti il pathos; aumenti solo la mia voglia di picchiarti. Ma Dan Brown non ti ha insegnato niente?
Proprio restando in tema dello scrittore americano, anche Lagercrantz pare abbia quella che io definisco “La sindrome di Langdone”: ecco che qualunque cosa dica, qualunque scoperta faccia, ci deve fare un panegirico che non finisce più. Che mi sta bene – si tratta di concetti di matematica pura, Intelligenza artificiale, psicologia e crittografia che non è che tutti sanno – ma c’è un limite a tutto; tu devi darmi un’infarinatura perché possa capire che diavolo scrivi, non devi farmi arrivare a pensare di essere un’idiota perché ti ho perso per strada al secondo rigo. E, soprattutto, non mi devi conciliare il sonno.
Peccato, perché l’idea di base è ottima; anche l’inserimento di un ragazzino autistico dà un’impronta molto diversa a tutta la situazione. Ancora di più, ho apprezzato l’apparizione di Camilla, la sorella di Lisbeth, che diventa il nuovo nemico della ragazza. Non so se Larsson volesse rendere Camilla un personaggio simile, ma la spiegazione del suo essere in un certo modo è molto convincente e ci sta perfettamente.
Tuttavia, sebbene abbia ottime basi, secondo me l’autore ha messo troppa carne al fuoco: che bisogno c’era di ficcare in mezzo l’NSA? Avrebbe potuto spiegare alcune cose in modo diverso e dare più spazio all’NSA in un altro romanzo (che ci sarà, ne sono più che sicura; ho come il sospetto, anzi, che lui voglia portare a termine la decalogia pensata da Larsson).
Arriviamo al finale: molti romanzi si salvano qu oppure crollano in modo definitivo. Qui, invece, l’unico pensiero che ho avuto è stato: “Tutto qui?” Commovente la parte su Andrei, ma per il resto resta l’amaro in bocca: dov’è la vera azione? Sembra quasi che Lagercrantz abbia paura di osare, e non solo nel gestire i personaggi di Larsson, ma anche nelle scene d’azione, nella trama in sé. Coraggio, i personaggi sono abbastanza forti da sapersi muovere da soli e da sapere cosa fare. Credimi.

In conclusione: un romanzo che mi aspettavo fosse peggiore, ma che mi auguravo fosse migliore.
2.5/5 che scendono a 2 perché sei uno scrittore affermato, e certe uscite infelici posso tollerarle solo dai neofiti; tuttavia, spero di poter dare almeno un 3 al prossimo romanzo.

Voto: 2/5

Le quattro casalinghe di Tokyo, di Natsuo Kirino

Titolo italiano: Le quattro casalinghe di Tokyo
Titolo originale: Out (アウト)
Autore: Natsuo Kirino
Traduttore: Lydia Origlia
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2008
Pagine: 652
Genere: Letteratura giapponese, Noir, Thriller, Introspettivo
ISBN: 9788854503229

Trama: Nel turno di notte di una fabbrica lavorano quattro amiche logorate dalla vita casalinga e coniugale. Il loro sistema nervoso è sottoposto a una continua tensione. La prima a cedere è la più giovane, la graziosa Yayoi, madre e moglie esemplare. Una notte, in un impeto di rabbia, strozza con una cintura il marito, tornato a casa ubriaco dopo aver dilapidato tutti i risparmi con una ragazza cinese abbordata in un bar. Yayoi chiede aiuto a Masako, l’amica più intelligente e coraggiosa, che a sua volta coinvolge Yoshie, una donna angariata da una figlia adolescente capricciosa e da una suocera invalida.

Recensione: Ho trovato molte difficoltà nello scrivere questa recensione e nel dare un voto a questo romanzo, perché, diciamolo subito, non si tratta di una lettura semplice. Con questo non voglio dire che non scorra, anzi: le pagine filano via che è una bellezza e in pochi tratti ci si ritrova completamente catturati dalle vicende di Masako-san e delle altre tre compagne protagoniste di questo romanzo.
No, la difficoltà di questa lettura sta proprio nello sviluppo quasi grottesco della storia e dell’evoluzione (o involuzione?) dei personaggi che compaiono sulla scena.
Dopo essere stati abituati al tocco delicato di Banana Yoshimoto e alle vicende tra il sogno e la realtà, tipiche dei romanzi di Murakami, ecco che Natsuo Kirino ci presenta un Giappone completamente diverso. È il Giappone ancora patriarcale e sessista che, nonostante le tante migliorie legislative, risente ancora di quella mentalità retrograda, dura a morire; è un posto dove le donne, soprattutto le casalinghe e madri di famiglia, non possono più pensare di costruirsi una carriera, ma devono cercare di barcamenarsi come possono, tra marito, figli e un lavoro brutto e pesante, che, però, almeno le consente di poter contribuire ai bisogni finanziari della propria famiglia.
Le quattro donne protagoniste di questo romanzo, all’inizio, hanno in comune tra loro solo il luogo in cui lavorano e, appunto, il loro essere casalinghe, perché, per il resto, sono diversissime: Masako – la vera e propria protagonista, tra le quattro – è una donna forte e risoluta che, nonostante un marito assente dal punto di vista affettivo e un figlio adolescente che non le parla più, cerca di non farsi piegare dalla vita; Yayoi, invece, la più dolce e remissiva, è legata a un marito che si è innamorato di un’accompagnatrice e scialacqua tutti i soldi per giocare a baccarat; Yoshie, chiamata da tutti la maestra, è una vedova che deve occuparsi non solo della figlia adolescente che se ne frega degli sforzi materni, ma anche di una suocera che non può più muoversi; infine, c’è Kuniko, egoista e invidiosa, abbandonata dal compagno che le ha portato via tutti i risparmi.
Un giorno, però, Yayoi, spinta dalla rabbia, uccide il marito e chiede a Masako di aiutarla a sbarazzarsi del cadavere; Masako, a sua volta, chiede aiuto a Yoshie e, per una serie di coincidenze, anche Kuniko finisce per essere coinvolta nel misfatto.
Ciò che adesso lega le quattro donne è qualcosa che va oltre l’amicizia o il fatto di essere colleghe; è la consapevolezza di aver ucciso un uomo, di averlo dissezionato pezzo per pezzo e di averlo buttato via, come se fosse spazzatura. Ciascuna delle quattro donne, pur dovendo continuare a vivere la propria vita apparentemente come se nulla fosse successo – a parte la moglie del defunto – adesso deve convivere con qualcosa che nulla c’entra con il pentimento o la colpa, ma che risiede ancora più in fondo all’anima: quella parte oscura che noi tutti abbiamo e che, nel loro caso, è venuta fuori in un modo inaspettato e inquietante.
C’è qualcosa di oscuro, in questo romanzo, qualcosa che ti trascina giù con sé. Per quanto il delitto sia efferato – e, credetemi, la descrizione della maciullazione dell’uomo è ricca di particolari – per quanto, in condizioni normali, una persona guarderebbe sinceramente schifata le quattro casalinghe e le vorrebbe in galera, alla fine si finisce quasi per accettarle e capirle (so che questo pensiero suona inquietante, ma, credetemi, non ho alcuna intenzione di giustificare un simile reato, né di iniziare ad emulare ‘ste tipe); anzi, quando a Masako viene proposto di eliminare cadaveri come lavoro, non ci si stupisce affatto della sua decisione di accettare, anzi la si considera come unica possibile.
La vicenda, quindi, si evolve in un modo inatteso, portando sulla scena nuovi, inquietanti personaggi che renderanno la vicenda più sconvolgente di quanto già non fosse all’inizio e si affonda giù, sempre più
giù, in una palude buia dove la luce del sole quasi non arriva.
Non nego che abbia trovato alcuni punti del romanzo piuttosto noiosi e un po’ ripetitivi, e alcuni personaggi anche piuttosto inutili; eppure, a pensarci ora, forse è proprio quello il motivo per cui, alla fine, il romanzo mi è piaciuto: è come se quelle ripetizioni, quelle apparizioni inconsistenti siano servite a guidarci ancora meglio verso il lato oscuro dei personaggi, quasi come se, prendendoci per mano e spiegandoci di nuovo, con pazienza, con un punto di vista diverso, quel che è successo, riescano a convincerci meglio di quello che sono diventati o hanno intenzione di fare.
Il finale, poi, non si può definire né positivo né negativo, ma suona in qualche modo giusto. tutti i vari personaggi, nel bene o nel male, ricevono quello che meritano, come una sorta di premio o punizione che nulla ha anche fare con la giustizia umana né divina.
Una lettura oscura e inquietante, che può affascinare, ma anche spaventare e schifare; indubbiamente molto particolare, ma che consiglio solo a chi non si impressiona molto facilmente.

Voto: 4.5/5

La signora di Wildfell, di Anne Brontë

Titolo italiano: La signora di Wildfell Hall
Titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall
Autore: Anne Brontë
Traduttore: Francesca Albini
Casa editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione originale: 1848
Anno di pubblicazione: italiana 2014
Pagine: 590
Genere: Letteratura Inglese, Periodo Vittoriano, Classici, Romantico, Romanzo epistolare,
ISBN: 9788854508583

Trama: Chi è l’affascinate signora nerovestita che si è installata nella decrepita, isolata residenza di Wildfell Hall? Quella donna sola, che vive con un bambino e un’anziana domestica, sarà davvero la giovane vedova che dice di essere? Helen Graham è estremamente riservata e il suo passato è avvolto in un fitto mistero. Fa il possibile per ridurre al minimo i contatti con i suoi vicini, a costo di apparire scostante e ombrosa, e trascorre le giornate dipingendo e prendendosi cura – fin troppo amorevolmente, dice qualcuno – del piccolo Arthur. Ma Gilbert Markham, giovane gentiluomo di campagna tutto dedito ai suoi terreni e al corteggiamento di fanciulle tanto graziose quanto superficiali, è subito punto da una viva curiosità per quella donna che lo tratta con insolita freddezza, quasi nutrisse diffidenza e disprezzo nei confronti dell’intero genere maschile. Il comportamento schivo di Helen suscita presto voci e pettegolezzi maligni e lo stesso Gilbert, che pure è riuscito con delicatezza e pazienza a stringere una bella e intensa amicizia con lei, è portato a sospettare. Solo quando la donna gli consegnerà il proprio diario emergeranno i dettagli del disastroso passato che si è lasciata alle spalle. Nel 1848, la più giovane delle sorelle Brontë dà alle stampe un romanzo scandaloso al di là delle intenzioni: linguaggio esplicito, crude descrizioni di alcolismo e brutalità – pare che uno dei personaggi maschili sia modellato sullo scapestrato fratello Branwell – e soprattutto una donna che non perde mai il rispetto di sé e lotta per la propria indipendenza, con una forza incrollabile sostenuta da fede, intelligenza e coraggio, fino a violare le convenzioni sociali e persino la legge inglese. Un testo femminista ante litteram in spregio alla morale vittoriana, ma impietoso contro il vizio e la debolezza anche quando sono incarnati da figure fem-minili: l’adultera Lady Lowborough, la troppo mite Milicent, la maliziosa e quasi maligna Eliza Millward.

Recensione: Ci ho messo un po’ a decidere la mia opinione su questo romanzo, perché, mentre lo leggevo, è oscillata pericolosamente tra i due estremi «Oddio che brutto!» e «Geniale!» (donde il voto che è un po’ una media delle due reazioni).
Non ho mai capito perché Anne Bronte sia considerata “inferiore” alle altre due sorelle (tant’è che io non credo di averla mai studiata): ha delle trovate stilistiche piuttosto singolari che, invece, non ho trovato nei romanzi delle sorelle (almeno in quelli che ho letto). Se c’è una cosa che ho apprezzato tantissimo in questo romanzo, infatti, è stato proprio l’utilizzo di diversi piani narrativi e il modo in cui li ha inseriti: all’inizio sembra, un semplice romanzo epistolare; poi, all’interno delle lettere, vengono copiati interi passi del diario privato della seconda narratrice; infine, si ritorna alle lettere del primo narratore, nelle quali Gilbert inserisce alcuni passi delle lettere di Helen, la protagonista femminile.
Tuttavia, se, da un punto di vista stilistico, non posso che elogiare l’autrice, non riesco ad essere così positiva per quanto riguarda i personaggi. Che, lo ammetto, non mi sono piaciuti per niente. Certo, è comprensibile che personaggi come Helen e suo marito mi siano lontani, sia per idee sia per comportamenti; tuttavia, non è tanto questo ad avermi disturbato (amo i romanzi di questo periodo e li accetto sempre i personaggi come figli del loro tempo), quanto la stupidità intrinseca di Helen: come fai, per esempio, a metterti a scrivere un diario nella stessa stanza dove c’è tuo marito? Va bene che pensava dormisse, ma sta parlando male di lui, sta confidando alle sue pagine il metodo che utilizzerà per scappare, dovrebbe stare molto più attenta. D’accordo, è un espediente narrativo, ma a me non è piaciuto.
Ciò che però davvero non sono riuscita a sopportare è la quasi ossessione che la donna ha per gli insegnamenti religiosi: Helen mi ha ricordato tanto la Lucia di manzoniana memoria (e infatti non sopporto neanche lei), elevandosi ad un livello superiore: non è possibile che ogni sua pagina, ogni sua battuta sia infarcita non soltanto di buonismo e filosofia cristiana, ma di intere citazioni tratte dalla Bibbia. Helen è il tipico personaggio che perdonerebbe anche il proprio assassino e che ha assoluta fiducia in quello che Dio ha in serbo per lei – nonostante, c’è da dirlo, ogni tanto prenda l’iniziativa, più per salvare suo figlio che per se stessa.
Per concludere se, oggettivamente, lo trovo un romanzo ben fatto e ben strutturato, dall’altro , proprio a causa della protagonista, non sono riuscita a gustarmelo fino in fondo (un po’ come è accaduto con Agnes Gray): evidentemente il pensiero di Anne Bronte proprio non fa per me.

Voto: 3/5

Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, di J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

Titolo italiano: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (I e II parte)
Titolo originale: Harry Potter and the Cursed Child (Parts I and II)
Autore: J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne
Traduttore: Luigi Spagnol
Casa editrice: Salani
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 368
Genere: Fantastico, Magia
ISBN: 9781781105450

Trama: Basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, un nuovo spettacolo di Jack Thorne, Harry Potter e la Maledizione dell’Erede è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro. La premiere mondiale si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016.

È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell’eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l’oscurità proviene da luoghi inaspettati.

Recensione: Ok, devo ammetterlo. Non mi succede praticamente mai, ma, questa volta, sono partita abbastanza prevenuta. Io non è che odio i sequel, eh, ma per esperienza personale, nella maggior parte dei casi, non sono proprio una buona idea: i personaggi, ad un certo punto, hanno detto tutto quello che avevano da dire, ed è inutile che si continui testardamente a volerli spremere: si finisce soltanto per essere ripetitivi e noiosi. In questo caso specifico, poi, alla fine dell’ultimo romanzo, c’erano parecchie cose che non mi erano andate giù e ritrovarmele davanti non è che mi sarebbe piaciuto tanto. In più, aggiungiamoci il fatto che questo NON È un romanzo, ma il testo teatrale, scritto proprio nella forma di un testo teatrale; il ché mi ha lasciato parecchio perplessa.

Per una volta, sono felice di essermi sbagliata. Questo libro è stato semplicemente fantastico (tant’è che ho abbandonato tutto quello che stavo facendo per leggerlo e non l’ho chiuso finché non sono arrivata alla parola fine).
Com’è stato ritrovare i personaggi che ho amato e seguito durante la mia adolescenza? Strano. Avete presente quando incontrate per caso un vecchio compagno di scuola con cui andavate d’accordo e che non vedevate da una vita? Da una parte, vi sembra che il tempo non sia mai trascorso; dall’altra, vi rendere conto che, in realtà, siete cambiati: siete cresciuti, siete maturati, avete fatto delle esperienze che vi hanno reso quello che siete.
Ecco, la sensazione che ho provato è stata praticamente la stessa.
Ritroviamo i nostri eroi di vent’anni fa – Hermione, Ron, Harry, Ginny, Draco – ormai cresciuti, pieni di responsabilità come genitori e come persone in carriera, e conosciamo i loro figli, Rose, Albus e Scorpius, ormai al primo anno: e se Rose sembra una mini-Hermione, Albus e Scopius sono due ragazzini schiacciati dal peso dei loro cognome e dai pregiudizi (positivi o negativi) che questi comportano.
Ciò che ho amato particolarmente in quest’opera è che è abbastanza completa: ho riso (i due ragazzi, nonostante le ascendenze, sono una frana con la magia e quando cercano di aiutare il padre di Cedric a riportare indietro il figlio – con una Gira-Tempo che è stata ritrovata, nonostante dovrebbero essere state distrutte tutte anni prima – ne combinano veramente di tutti i colori), si prova nostalgia (di amici passati che ritornano, ma anche di scene che riviviamo tornando indietro nel tempo), si piange (la vita di Scorpius non è stata delle più semplici), si affrontano temi diversi (il rapporto padre-figlio, per esempio, il dolore della perdita e quello che i pregiudizi possono portare) e s’impara una grande lezione: anche se avessimo modo di poter tornare indietro nel tempo, non si può cambiare il passato senza cambiare il futuro – e non è detto che il nuovo sia più bello del precedente -; perciò, per quanto doloroso esso sia, bisogna accettarlo e andare avanti.
Anche la forma teatrale, che in un primo momento mi ha lasciata perplessa, alla fine mi è piaciuta: del resto, parliamo di un mondo già conosciuto ai fan, che non ha bisogno di presentazioni.
Qualcuno ha commentato negativamente l’opera, adducendo come motivazione il fatto che non tutti i personaggi vengono approfonditi – Rose, per esempio – e molti mancano all’appello. Ragazzi, io vi vorrei ricordare che questo è un testo teatrale, che è stato messo in scena; sul palcoscenico, non si possono far salire tutti allo stesso modo, né, sulla scena, ci possono essere mille mila personaggi; la visione sarebbe compromessa, non si capirebbe più niente e uscirebbe fuori solo un gran macello.
Unica pecca che, davvero, non mi ha permesso di dare il massimo a un’opera che, in fin dei conti, mi è piaciuta, è la scoperta dell’identità del nemico: ma con tutte le trovate geniali che potevano avere, possibile che si siano abbassati a questo? Mi sono davvero cadute le braccia: neanche nelle più brutte fanfiction del fandom ho letto un “colpo di scena” talmente banale.
Per quanto mi riguarda, comunque, che vi piaccia o meno la forma teatrale, che preferiate avere in mano un romanzo ricco di descrizioni o che preferiate usare la vostra, di fantasia, questo testo è una vera chicca che gli amanti della saga non possono lasciarsi sfuggire. Con la speranza di vedere quest’opera messa in scena anche qui da noi.

Voto: 4/5

Nodame Cantabile, di Tomoko Ninomiya

Titolo originale: Nodame Cantabile (のだめ カンタービレ)
Titolo italiano: Nodame Cantabile
Storia e disegni: Tomoko Ninomiya
Nazionalità: Giapponese
Casa Editrice giapponese: Kodansha
Casa editrice italiana: Star Comics
Categoria: Josei
Genere: Romantico, Musicale, Commedia
Anno: 2001
Volumi: 25
Stato in patria: Completato
Stato in Italia: Completato

Recensione 23 volumi pubblicati tutti da Kodansha sulla rivista Kiss dal 2002, più il breve seguito Nodame Cantabile Encore Opera Hen, di cui è uscito da poco l’ultimo capitolo, che conclude definitivamente la vicenda; tre serie animate (Nodame Cantabile, Nodame Cantabile: Paris-Hen e Nodame Cantabile: Finale) dirette dalla J.C.Staff (Utena, Karekano, Excel Saga), un drama di 11 episodi per la Fuji TV dall’ottobre al dicembre 2006, lo speciale televisivo Nodame Cantabile Shinshun Special in Europe in due episodi, andato in onda il 4 e 5 gennaio 2009, e infine due film live-action, Nodame Cantabile Saishuu Gakushou Zen-Pen e Nodame Cantabile Saishuu Gakushou Kou-Hen, usciti nelle sale rispettivamente il 19 dicembre 2009 e il 17 aprile 2010. E poi videogiochi per Nintendo DS, Wii e Playstation 2, gadget, trasmissioni e altri speciali televisivi e, naturalmente, innumerevoli CD di musica.
Questa è la sterminata produzione che ruota attorno a Nodame Cantabile, l’opera più famosa e acclamata di Tomoko Ninomiya e che le è valso il Kodansha Manga Award come miglior shoujo 2004. Della Ninomiya in Italia è inoltre stato edito Tensai Family Company per la Magic Press.
Abituati come siamo alla mania dei giapponesi di trarre tutto il traibile da un’opera, probabilmente tutti questi seguiti, anime, dorama, giochi e premi vinti non ci direbbero niente, se tale successo non fosse supportato da una grande popolarità dell’opera anche in America, Taiwan, Corea del Sud, Francia e Spagna, dove il manga viene pubblicato, e in rete, praticamente in tutto il mondo.
Allora, la domanda sorge spontanea: come si spiega questo enorme successo di un manga che, tra l’altro, è incentrato sulla musica classica, argomento molto ostico per i più?

Per farlo, provate ad immaginarvi la scena: siete in un periodo brutto, orrendo, schifoso della vostra vita… La vostra ragazza vi ha piantato da poco – e vi sta appena dicendo, tra l’altro, che siete un perdente – e il sogno della vostra vita sembra non doversi mai realizzare: voi sapete di essere dei grandi, ottimi musicisti e che la realtà che vi circonda non vi offrirà mai l’opportunità di diventare un direttore d’orchestra, come voi invece sperate e sognate da quando eravate piccoli. Se solo poteste andare in Europa… Lì, la patria della musica classica; lì, dove c’è Viera, l’uomo che considerate il vostro maestro e mentore… Però voi avete il terrore degli aerei e non riuscite neanche ad avvicinarvi all’acqua… – sento voci lontane esclamare che ha ragione chi dice che siete dei perdenti -; quindi, dicevo, non potete muovervi dal Giappone neanche volendo.
Così, al colmo della disperazione e della sfortuna, inseguiti dalla classica nuvola di Fantozziana memoria, finite per scegliere l’unica via che, almeno per un po’, vi permetta di dimenticare quello che state passando: una sana bevuta. Però voi avete ecceduto un po’ troppo e, nonostante siate riusciti a tornare sani e salvi a casa, vi addormentate prima di riuscire ad aprire la porta e, di conseguenza, crollate fuori da quello che credete essere il vostro appartamento.
Un bel sonno ristoratore è quello che vi ci vuole per rimettervi in sesto, soprattutto quando a destarvi non è una sveglia, né il canto degli uccellini, ma il suono di un pianoforte. Però, quel suono ha qualcosa di strano: ci sono seri errori, le note vengono saltate, i tempi non vanno… Insomma, è una catastrofe, una schifezza, un obbrobrio per delle persone perfettine come voi! Eppure, nel suo insieme, vi piace: è quasi Cantabile

Ormai completamente svegli, aprite gli occhi e rimanete completamente sbalorditi: davanti a voi c’è una ragazza, seduta ad un pianoforte, circondata da così tanta immondizia che vi sembra di essere in una discarica. La ragazza si volta verso di voi e… Voi non avete idea di chi diavolo sia, mentre lei invece vi conosce, eccome! E ve lo dimostra con un enorme sorriso che non promette assolutamente nulla di buono.
Benvenuti nel mondo di Megumi Noda, da tutti conosciuta come Nodame, e di Chiaki Shin’ichi, la povera vittima della nostra folle pianista, le cui avventure sono disponibili dal 2 settembre 2010 in edicola mensilmente per Star Comics, e di cui è anche possibile leggere alcune pagine in anteprima direttamente sul sito della casa editrice.

Chiaki e Nodame sono praticamente l’uno l’opposto dell’altra: lui è bello, intelligente, un eccellente studente musicista che sa suonare sia il violino che il pianoforte, perfezionista e ordinato, ottimo cuoco e uomo di casa ma, per questo, anche molto presuntuoso ed egocentrico; lei è goffa, buffa, strampalata, casinista, disordinata – fosse per lei non si laverebbe mai e dalla sua abitazione arrivano strani odori di dubbia origine – , che non sa neanche da dove si parte per leggere uno spartito musicale, ma con un ottimo orecchio per la musica, tanto che riesce a suonare un brano dopo averlo ascoltato anche una sola volta. Per Nodame, a differenza di Chiaki, suonare è un piacere e un divertimento, ed è poco interessata ai concerti e alla fama.
Come possono due persone tanto diverse poter diventare così importanti l’uno per l’altra?

Potrete scoprirlo immergendovi anche voi nel folle mondo di Nodame Cantabile, seguendo passo passo la crescita di Nodame e Chiaki, non tanto come coppia, quanto come persone che percorrono un cammino di vita, finendo inevitabilmente per influenzarsi l’un l’altro: Chiaki imparerà a realizzare i suoi sogni, senza tener conto di dove si trova; Nodame invece capirà che la musica non è fatta soltanto di passione, ma anche di sacrificio, studio e impegno.
Forse, il punto di forza dell’opera è proprio questo: la capacità dell’autrice di creare personaggi vivi, che si muovono e crescono insieme, considerando anche che la trama si snoda lungo alcuni anni. Personaggi a cui, alla fine, ci si affeziona senza neanche accorgersene. Pur essendo Nodame e Chiaki i due protagonisti, infatti, grande importanza viene data anche a coloro che ruotano attorno ai nostri due eroi, tutti tratteggiati benissimo, tutti con una storia da raccontare, con dei sogni, con delle aspirazioni da realizzare, speciali ognuno a modo proprio; personaggi non statici, ma che maturano, crescono, come noi, come tutti.

Probabilmente è questo il motivo per cui qualcuno ha paragonato questa opera a Honey and Clover, di Chika Umino, edito nel nostro Paese da Planet Manga. In parte è vero: ambedue i josei hanno vinto il Kodansha Manga Award e i protagonisti frequentano una scuola “artistica” (i personaggi di Honey and Clover sono studenti di un’accademia d’arte); in entrambi, inoltre, grande attenzione viene posta alla maturazione professionale dei personaggi. Se però pensate di poter etichettare questo titolo come “copia dell’altro” potreste sbagliare di grosso, visto che, a parte queste similitudini, i due manga sono completamente diversi tra loro.
Tanto per cominciare, il clima: Nodame Cantabile è, essenzialmente, un manga comico. E come non potrebbe, visto la protagonista folle e pazza che si ritrova? Vi assicuro che non ci si riesce a starle dietro e, a meno che non siate davvero malati anche voi, è praticamente impossibile riuscire a capire cosa le passi per la testa. E come lei sono un po’ tutti i personaggi – avete presente il detto latino similes cum similibus? -, estremamente folli nei loro comportamenti e nelle loro espressioni, davanti alle quali non si può certo restare impassibili.
E poi, c’è la musica, la vera protagonista indiscussa della vicenda. Certo, vedendo un anime e ascoltandone la colonna sonora è più facile riuscire a ad apprezzare al meglio questo punto e comprendere le espressioni di Chiaki quando sente esecuzioni molto dubbie! Eppure, nonostante tramite la carta non sia possibile ascoltare alcun suono, vi posso assicurare che i brani si “sentono”: si avvertono dalla puntuale presenza dei titoli delle sonate, dalle spiegazioni che i vari personaggi danno sul significato dell’opera e sulla vita del compositore, dalle espressioni deliziate o meno degli ascoltatori; il tutto senza mai risultare noioso e pedante, ma perfettamente inserito nel manga.

Forse, ciò che può lasciare maggiormente perplessi sono proprio i disegni. Non vi nascondo che anche io, all’inizio, non ne sono rimasta favorevolmente colpita. Soprattutto nei primi capitoli, infatti, ho notato un tratto immaturo, molto, troppo semplice e semplificato. e gli sfondi spesso sono inesistenti oppure composti da poche linee essenziali. Con il passare del tempo però, se da una parte, troppo attirata dalla storia, ho finito per abituarmi anche al disegno, dall’altra mi sono resa conto di quanto, nel corso dell’opera, non sono solo i personaggi a crescere, ma anche lo stile dell’autrice, che migliora e si fa più adulto. I personaggi quindi non crescono solo d’età, ma anche nelle fattezze; anche gli sfondi sono delineati meglio e più particolareggiati, nonostante non diventino mai troppo precisi.

L’edizione italiana che propone Star Comics si presenta abbastanza aderente all’originale, anche nel formato di 11.5×17.5, di qualche millimetro più grande di quello giapponese; manca come di consueto la sovraccopertina, mentre le pagine a colori non sono presenti nemmeno nell’edizione originale. La traduzione parrebbe abbastanza fedele, sebbene non ne abbia condiviso alcune scelte, ed ho particolarmente apprezzato che sia stato lasciato il termine “senpai”, suffisso che Nodame usa quasi come un secondo nome per Chiaki. Ciò che invece non mi è proprio piaciuto è che le onomatopee originali non sono state sostituite dalla traduzione, bensì questa vi è soltanto stata aggiunta a fianco: una scelta delle case editrici che non ho mai apprezzato e che avrei preferito non ci fosse in un manga che aspettavo con ansia da tempo.

Insomma, forse la folle Nodame vi ha già spaventati, forse il termine josei vi fa storcere il naso in partenza, forse i disegni non vi attirano, forse la musica classica non è il vostro campo (credetemi, neanche il mio), forse semplicemente vorreste che la piantassi di stare qui a ciarlare di questo manga, ma fidatevi: provate ad entrare almeno per un attimo nel mondo di Nodame e sono sicura che non vorrete uscirne mai più!

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Voto: 5/5

Nel silenzio parlami ancora, di Antonella e Franco Caprio

Titolo: Nel silenzio parlami ancora
Autore: Antonella e Franco Caprio
Casa editrice: Besa
Anno di pubblicazione: 2016
Pagine: 172
Genere: Narrativa, Storico, Introspettivo, Seconda Guerra Mondiale, Resistenza, Donne
ISBN: 9788849710502

Trama: Al tramonto della sua vita, Rina decide di ritornare nel luogo che ha segnato la sua esistenza: il carcere Le Nuove di Torino. Qui, nel silenzio rumoroso di una cella pregna del vissuto di tante donne come lei, si concretizza uno strano incontro che la induce a fare i conti con il proprio passato e con i propri fantasmi. In questa cella, che oltre mezzo secolo prima ha visto Rina sua ospite, si apre l’album dei ricordi: ne emergono l’amore adolescenziale per Giacomo, ribelle antifascista; l’esperienza come staffetta partigiana; le torture subite; i sogni di moglie, madre e donna libera infranti contro le mura di una galera.
Il misterioso personaggio che incontrerà nella cella offrirà a Rina una diversa chiave di lettura del suo passato, un diverso “cammino” che le permetterà di riconciliarsi con se stessa, di liberarsi del dolore che l’ha tenuta prigioniera troppo a lungo per riappropriarsi del poco futuro che le resta da vivere.
Un romanzo intimistico che dà voce al silenzio. Una storia struggente e cruda, dolce e spietata che narra l’avventura di una donna e di una partigiana imbrigliata dal senso di colpa nei ricordi più dolorosi, fino a quando non deciderà di dare ascolto a quella parte di sé che ha sempre ignorato.

Recensione: Ho avuto il piacere di conoscere i fratelli Caprio per un motivo molto, molto banale: omonimia. Probabilmente, non avrei avuto la stessa fortuna se avessimo avuto cognomi diversi, ma, per fortuna, con i se e con i ma non si va da nessuna parte.
Fortuna, sì, perché ho letto tutti e tre i romanzi pubblicati dai due fratelli e li ho trovati tutti belli e appassionanti, nonostante siano completamente diversi tra loro per temi e genere. Tre opere validissime che consiglio a tutti di leggere.

Nel silenzio parlami ancora è un romanzo che racchiude in sé così tante sfaccettature che è difficile riuscire a coglierle tutte e a spiegarle senza risultare banale o ridondante: c’è la storia di Rina, una donna che, da giovane, è stata una staffetta nella guerra partigiana – figura ancora poco analizzata dai libri di storia e dalla letteratura (anche se, fortunatamente, molte antologie hanno iniziato a inserire, tra le proprie letture, stralci de L’Agnese va a morire di Renata Viganò, romanzo che vede protagonista un’altra donna partigiana) – che finisce per essere tradita e incarcerata; c’è la guerra partigiana, raccontata attraverso gli occhi di una donna diversa da quelle che s’imbarcavano in questa pericolosa avventura, perché Rina non diventa staffetta per un ideale, ma, all’inizio, solo per amore; c’è un paese, chiuso e gretto, che segue le leggi fasciste non tanto perché ci crede davvero, quanto perché ci sono loro al potere e quindi “non ci si vuole creare problemi”; c’è il primo periodo del dopoguerra, dove anche i partigiani commettono le stesse atrocità che avevano criticato nel regime; c’è una fede che va e che viene, perché, dopo tutto quello che Rina ha vissuto sulla propria pelle, è difficile per lei credere che ci sia davvero un Dio.

Anche la struttura del romanzo è particolare: i vari capitoli, infatti, sono narrati alternativamente da Rina, la protagonista che racconta la sua vita, e da un’altra persona, “l’Altro”, che riporta gli stessi eventi narrati dalla protagonista da un’ottica diversa: le drammatiche vicende vissute da Rina vengono, pezzo per pezzo, rivisitate con uno sguardo nuovo, più aperto e critico, dimostrandoci come la verità non stia mai solo da una parte, nonostante noi, consapevolmente o meno, preferiamo vederla solo con i nostri paraocchi. E alla fine, dopo tanto dolore, dopo tanta rabbia – verso il mondo, verso chi l’ha tradita invece di proteggerla, verso se stessa, per gli errori commessi – anche Rina impara a vederla, quella verità, e arriva il momento in cui, nel silenzio della cella in cui era stata rinchiusa durante la guerra e che ora, dopo tanti anni, torna a visitare, si svolge il dialogo più importante e difficile: quello con se stessa, in una delle pagine più belle che abbia mai letto e che non ha nulla da invidiare a quelle che la tradizione dialogica ci ha per secoli regalato, dai dialoghi presenti nelle tragedie dell’antica Grecia a Pavese.

Lo stile dei due fratelli è semplicemente meraviglioso: nonostante vengano descritti eventi storici, i personaggi non sono didascalici, non salgono su una cattedra per farci una lezioncina, ma impariamo a conoscere il contesto semplicemente ascoltando la loro vicenda. Anche i personaggi secondari, quelli che hanno voce solo attraverso le descrizioni di Rina e dell’Altro, appaiono vividi ai nostri occhi, escono dallo sfondo di una narrazione terza per farsi conoscere e apprezzare dal lettore. Inoltre, sebbene utilizzino un linguaggio più arcaico rispetto a quello cui siamo abituati, per adattarsi ai tempi che vengono raccontati, esso non risulta né noioso né pedante, ma sembra quasi di vederli, quei luoghi che vengono descritti, e di sentire quei suoni. Era da tanto che non leggevo un romanzo così stilisticamente perfetto, senza refusi né sbavature, bello anche dal punto di vista editoriale, intenso, pieno, ma, al contempo, chiaro e leggero.

Una lettura, questa, come quella dei romanzi precedenti, che consiglio davvero a tutti.

Voto: 4/5

Kindaichi Shounen no Jikenbo Returns

Titolo originale: Kindaichi Shounen no Jikenbo Returns (金田一少年の事件簿R[リターンズ)
Titolo inglese: Kindaichi Case Files
Nazionalità: Giapponese
Categoria: Serie TV
Genere: Giallo, Mistero, Poliziesco
Anno: 2014/2015
Episodi: 51 (25+25+OAV)
Disponibilità italiana: Sottotitoli amatoriali

Trama: Protagonista delle vicende è Hajime Kindaichi, uno studente delle superiori all’apparenza pigro e indolente ma in possesso di un alto quoziente intellettivo. Girando in lungo e in largo il Giappone si trova spesso coinvolto in casi di omicidio apparentemente causati da fantasmi, mostri e altre creature del folklore giapponese. Tuttavia grazie al suo grande intuito e all’aiuto della sua inseparabile amica d’infanza, Miyuki Nanase, Kindaichi riesce sempre a svelare i misteri e a smascherare i veri colpevoli dei delitti. [Fonte: Animeclick]

Recensione: Ce l’avete presente Detective Conan? Sì, parlo di quel ragazzino spocchioso che in realtà è un adolescente diventato bambino da un bel po’ (cit). Bene, questa serie (che in realtà – come si nota dal titolo – è il “ritorno” di una serie originale andata in onda nel 1997 e che consta di 148 puntate, tratte anche loro dal manga omonimo) può essere definita la versione adulta di Detective Conan.
No, non intendo dire che il protagonista sia un anziano o comunque un uomo di mezza età; Hajime Kindaichi è un detective di diciassette anni che aiuta la polizia a risolvere i propri casi: alcuni molto semplici e banali; altri più complicati. Un po’ come il nostro Conan, direte voi. Beh, sì. Del resto, le somiglianze tra i due personaggi sono molte: anche Kindaichi, infatti, ha un’amica d’infanzia/fidanzata-anche-se-ancora-non-lo-sanno, Miyuki, che lo accompagna nelle sue avventure e, inconsapevolmente o meno, aiuta il nostro detective nella soluzione dei casi; come Conan, anche Kindaichi è figlio d’arte: mentre il primo, infatti, ha un padre scrittore di gialli, il secondo è il nipote di Kosaku Kindaichi, celeberrimo detective conosciuto in tutto il Giappone (protagonista di una serie di romanzi di Seishi Yokomizo); ambedue, inoltre, collaborano con la polizia: Kindaichi, ufficialmente; Conan, narcotizzando qualcuno, perché, giustamente, è solo un bambino (tant’è che quando i casi li risolve in versione Shin’ichi nessuno ha niente da ridire); infine, in ambedue le serie ci sono dei nemici fissi: Kaitou Kid e gli Uomini in nero per Conan; Il Ladro Gentiluomo e il Marionettista, per Kindaichi.

Nonostante le similitudini, per il resto i due anime sono molto diversi, a cominciare dal protagonista: Kindaichi è un ragazzo come tanti, con un fiuto eccezionale, ma con tanti difetti: è un po’ maniaco (come tutti i ragazzini della sua età, infatti spesso la stessa Miyuki lo mette in riga) e non è esattamente uno studente modello (tant’è che ha bisogno di ripetizioni); è un adolescente normale, insomma e, per questo motivo, molto più umano e simpatico di altri detective.
Anche per quanto riguarda i casi siamo su piani completamente diversi e, per quanto mi riguarda, molto più belli e complessi: qui non abbiamo fili da pesca che vengono usati in modi disparati, ma gente che progetta omicidi in modo machiavellico, complicatissimi, ma anche estremamente logici.
Il vero punto di forza, però, non è tanto l’omicidio di turno, ma proprio il fatto che l’intero caso è sviluppato in modo molto maturo: quasi mai, infatti, la situazione finale ricalca quella che sembrava all’inizio; spesso, anzi, l’ultimo episodio dei casi più lunghi è dedicato non solo alla spiegazione di Kindaichi, ma al racconto del criminale di turno che porta anche a chiedersi chi sia davvero la vittima e chi il carnefice. Il tutto, condito da atmosfere spesso da brivido, quasi soprannaturali, e da una colonna sonora davvero ottima e adattissima alle atmosfere che l’autore vuole esprimere; anche le sigle non sono male.

I disegni sono in linea con quelli della serie originale, anche se più moderni; non spettacolari, insomma, ma a me piacciono: in fondo, si tratta di un giallo, incentrato più sullo sviluppo di una trama con delle atmosfere ben precise, che su disegni meravigliosi e/o effetti speciali stratosferici.
In conclusione, una serie molto bella che consiglio soprattutto agli amanti del genere.

Voto: 4.5/5